Tullio de Mauro, Analfabetismo strumentale, funzionale e di ritorno

by gabriella

tullio-demauroSecondo De Mauro, 2 italiani su 3 non sono in grado di capire un testo scritto o di decodificare il significato di un discorso complesso, mentre no su tre soffre di analfabetismo funzionale.

 

L’analfabetismo italiano e la Repubblica fondata sull’ignoranza

Intervista di Filomena Fuduli Sorrentino a Tullio De Mauro sui nuovi dati dell’analfabetismo in Italia, pubblicata da La Voce di NewYork il 28 marzo 2016.

Professor De Mauro, nel 2010 aveva condotto uno studio sull’analfabetismo in Italia.  Ci fa il punto sui  dati raccolti allora, sulle novità e come si dividono? 

italia unita“Da molti anni, perlomeno dalla Storia linguistica dell’Italia unita del 1963, ho cercato di raccogliere dati sull’analfabetismo strumentale (totale incapacità di decifrare uno scritto) e funzionale (incapacità di passare dalla decifrazione e faticosa lettura alla comprensione di un testo anche semplice) e ho cercato di richiamare l’attenzione dei miei illustri colleghi sul peso che l’analfabetismo ha sulle vicende linguistiche e, ovviamente, sociali in Italia. Avevamo dati sull’analfabetismo strumentale, ma per l’analfabetismo funzionale avevamo solo sondaggi parziali e ipotesi, a elaborare le quali abbiamo lavorato a lungo in diversi, ricordo qui almeno e soprattutto il professor Saverio Avveduto a lungo presidente dell’UNLA (Unione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo).

Dai tardi anni novanta dello scorso secolo per merito di Statistics Canada (il centro statistico nazionale canadese) sono state promosse accurate indagini comparative e osservative su estesi campioni statistici delle popolazioni per determinare diversi gradi di analfabetismo nei diversi paesi del mondo. Già nel 2005 ho potuto utilizzare questi dati. Nel 2014 è giunta a compimento la terza indagine comparativa internazionale gestita dall’OCSE (l’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico).  L’indagine è chiamata PIAAC, Programme for International Assessment of Adult Competencies), e per quasi trenta paesi del mondo, tra cui l’Italia,  ha definito cinque livelli di alfabetizzazione in  literacy e numeracy delle popolazioni  in età di lavoro (16-65 anni), dal livello minimo di analfabetismo strumentale totale, a un secondo livello quasi minimo e comunque insufficiente alla comprensione e scrittura di un breve testo, ai successivi tre gradi di crescente capacità di comprensione e scrittura di testi, calcoli, grafici.  

italia repubblicanaDati analitici sul nostro e altri paesi possono trovarsi in un mio libro più recente, Storia linguistica dell’Italia repubblicana (Laterza, Bari 2014). Qui il nostro focus è l’Italia. Come in Spagna il 70% della popolazione in età di lavoro si colloca sotto i due primi livelli. Soltanto un po’ meno di un terzo della popolazione ha quei livelli di comprensione della scrittura e del calcolo dal terzo livello in su che vengono ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna. Ma il fenomeno ha gravi dimensioni in tutti i paesi studiati anche se nessuno raggiunge i livelli negativi di Italia e Spagna. Più della metà della popolazione è in condizioni che potremmo dire “italo-spagnole” negli USA e (a decrescere), in Francia, Gran Bretagna, Germania ecc. Perfino in paesi virtuosi, per eccellenza dei sistemi scolastici e diffusione della lettura, si trovano percentuali di analfabeti prossime al 40%: così in Giappone, Corea, Finlandia, Paesi Bassi.

Il problema dunque, pur a diversi livelli di gravità, non è solo italiano. Anche dopo avere acquisito buoni, talora eccellenti livelli di literacy enumeracy in età scolastica, in età adulta le intere popolazioni sono esposte al rischio della regressione verso livelli assai bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione di cifre, tabelle, percentuali. Ci si chiude nel proprio particolare, si sopravvive più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili progressivamente si atrofizzano e, se siamo in queste condizioni, rischiamo di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale”.

L’analfabetismo fa credere che la realtà sia diversa da quella vissuta. Quali sono i problemi che il nostro paese affronta a causa dell’inconsapevolezza dei cittadini?

“I problemi sono molti. Mi limiterò qui a ricordare solo quel che illustri economisti come Luigi Spaventa o Tito Boeri hanno spiegato: il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese e, a loro avviso, è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta”.

Qual è la percentuale degli italiani che ha una comprensione dei discorsi politici o che capisca come funzioni la politica italiana?

“È certamente inferiore al 30%”.

Secondo Socrate “c’è un solo bene: il sapere. E un solo male: l’ignoranza”. Oggi si combatte l’analfabetismo altrui oppure si usa come arma di sfruttamento per arrivare al potere?

“Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.

Qual è la percentuale degli italiani che ha comprensione dei vocaboli ambigui e di locuzioni straniere usati dai politici e dalla TV?

“All’interno del 30% di meglio alfabetizzati solo una percentuale modesta ha una buona conoscenza di lingue straniere e di linguaggi tecnico-scientifici. In attesa di indagini mirate e specifiche, che stiamo avviando, si può ipotizzare che solo il 10% della popolazione in età di lavoro capisce bene tecnicismi e forestierismi”.

Secondo Lei il governo italiano fa abbastanza per il mantenimento e l’insegnamento della lingua italiana all’estero?

“Ci sonoda qualche tempo molte buone intenzioni, ma scarseggiano iniziative di sostegno paragonabili a quelle delle istituzioni pubbliche che promuovono lo studio delle lingue di altri paesi. British Council, Cervantes, Centre culturel français, Confucio, Japan Foundation, Goethe…. La Dante Alighieri ha nome analogo ad alcune grandi ed efficienti istituzioni straniere, ma, anche se con un  po’ di finanziamenti pubblici, è lontana per struttura e natura dal poter assolvere ai compiti della complessiva promozione della lingua e cultura dell’Italia fuori di Italia. Di più potrebbero fare i nostri Istituti di cultura se fossero più numerosi nel mondo e ben sostenuti da finanziamenti statali. Resta da sperare (e a mio avviso non è poco) nel faidatè dei milioni di italianie oriundi italiani sparsi nel mondo”.

Le conseguenze dell’analfabetismo sulla democrazia

Le conseguenze per la democrazia sono che:

«mancano gli strumenti di controllo del flusso di decisioni e realizzazioni»

[ad esempio: «che cos’è il fiscal compact, quali conseguenze ha e chi lo ha votato in Parlamento»; «80 euro in busta paga: redistribuzione o fregatura?»; ndr]. Le ragioni? La crisi della scuola, dopo vent’anni di attacchi e programmatico impoverimento. Infatti,

«la valutazione corretta di questi gruppi dirigenti [quelli che smantellano la scuola, ndr.] – risponde compassato il linguista che di quei gruppi dirigenti fa parte – probabilmente è che lo sviluppo adeguato di questi mezzi [intellettuali] mette in crisi la persistenza di questi gruppi stessi».

In altre parole, se gli italiani non fossero in massa degli analfabeti funzionali, potrebbero agire elettoralmente a proprio vantaggio.

L’analfabetismo funzionale

Con il termine analfabetismo funzionale si designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace

“di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.

Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.

Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Più del 50% degli italiani, dice De Mauro, si informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.

Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici…) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo [Tratto, con modifiche ai dati da .

 

Paolo Di Stefano, Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua

Tratto dal Corriere della Sera del 28 dicembre 2011.

De Mauro: cresce l’analfabetismo di ritorno

«Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto…».

Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani».

Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime

«per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana».

Basterebbero queste due percentuali per far scattare l’emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività.

Tullio De Mauro, 79 anni, tra i massimi linguisti italiani è stato anche ministro dell’IstruzioneTullio De Mauro, 79 anni, tra i massimi linguisti italiani è stato anche ministro dell’Istruzione

Fu lo stesso Tullio De Mauro, quasi cinquant’anni fa, in un libro diventato un classico, Storia linguistica dell’Italia unita, a segnalare il contributo non solo della scuola ma anche della televisione nell’apprendimento di una lingua media che superasse la frammentazione dialettale. Si assisteva in quegli anni al declino del dialetto e contemporaneamente al trionfo di quell’italiano popolare unitario che avrebbe portato, secondo le previsioni dei linguisti, a un innalzamento delle conoscenze linguistiche in parallelo con il progresso economico, culturale e civile. Nel 1973, Pier Paolo Pasolini aprì una discussione: il tramonto del dialetto equivaleva per lui all’abbandono dell’età dell’innocenza e all’entrata nella civiltà dei consumi e nell’età della corruzione. Gli fu risposto che la conquista dell’italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale.

 Alberto Manzi, maestro elementare, condusse dal 1959 al 1968 la trasmissione televisiva «Non è mai troppo tardi». Il programma fu un formidabile strumento di aiuto alla lotta contro l’analfabetismoAlberto Manzi, maestro elementare, condusse dal 1959 al 1968 la trasmissione televisiva «Non è mai troppo tardi». Il programma fu un formidabile strumento di aiuto alla lotta contro l’analfabetismo.

Oggi, a quarant’anni da quelle accesissime polemiche tra apocalittici e integrati, tra nostalgici delle parlate locali e fautori delle magnifiche sorti e progressive, sembrano tutti sconfitti di fronte al pauroso ristagno economico, culturale e linguistico. L’allarme lanciato da De Mauro chiama in causa anche il nuovo governo, che finora, ha detto lo studioso, «sembra aver dimenticato l’istruzione». Istruzione e scuola sono i due concetti chiave. Se nel dopoguerra, fino agli anni Novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel ’51 eravamo a tre anni a testa), oggi si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento pauroso del cosiddetto analfabetismo di ritorno, favorito anche dalla dipendenza televisiva e tecnologica. Non deve dunque stupire che il 33 per cento degli italiani, pur sapendo leggere, riesca a decifrare soltanto testi elementari, e che persista un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra. Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come avviene per le nozioni matematiche).

Non bisognerebbe mai dimenticare che la conoscenza della lingua madre è il fondamento per lo studio delle altre discipline scolastiche e delle altre lingue (inglese compreso), così come è alla base della capacità di orientarsi nella società e di farsi valere nel mondo del lavoro. Sembrano constatazione banali, ma non lo sono affatto in un contesto in cui l’insegnamento dell’italiano nelle scuole soccombe all’anglofilia diffusa e la lettura, sul piano sociale, è nettamente sacrificata rispetto all’approccio visivo, comportando vere mutazioni psichico-cognitive. Se ciò risulta vero, non è eccessivo affermare che l’emergenza culturale, nel nostro Paese, dovrebbe preoccupare almeno quanto quella economica.

 



23 Comments to “Tullio de Mauro, Analfabetismo strumentale, funzionale e di ritorno”

  1. Stamattina ne ha parlato in prima pagina sul quotidiano La Stampa anche Massimo Gramellini col suo “Buongiorno”:

    http://www.lastampa.it/2013/02/22/cultura/opinioni/buongiorno/l-ultimo-comizio-qgTZHLcDUvybofHCR0enoN/pagina.htm

  2. bando allo sconforto e ai pensieri neri
    abbraccio tutti voi

  3. “..un italiano su tre non è in grado di capire un testo scritto o di decodificare il significato di un discorso complesso..”

    E infatti gli effetti si vedono tutti!
    Basta vedere cosa sono capaci di votare ad ogni elezione…

  4. “Mancano gli strumenti di controllo del flusso di decisioni e realizzazioni.”

    Gabriella! Ma come? Da te no!

    Mancano i cittadini, coloro che scelgono i rappresentanti da mandare in Parlamento.

    Mancano le idee, i sogni, la cultura, la capacità di ragionamento, la capcità di esprimesre un pensiero, delle emozioni, dei sentimenti….

    Strumenti di controllo – flusso decisioni e realizzazioni” sa di tecnicismo.

    Abbiamo bisogno di cittadini.

    • A me pare che presa nel contesto l’affermazione di de Mauro ci stia tutta.
      Gli “strumenti di controllo del flusso di decisioni e realizzazioni”a cui fa riferimento sono ovviamente quelli individuali, di cui ciascun cittadino dovrebbe poter disporre per un uso consapevole della democrazia, ma che mancano in una parte considerevole del Paese se è vero che un italiano su tre è vittima dell’analfabetismo di ritorno.
      Almeno così ho “decodificato” il discorso, ma è possibile che io faccia parte di quel 33% lamentato da de Mauro 😀 😀

      • é così, gli strumenti di controllo dei flussi decisionali sono in mano ai tecnici o alle lobby solo nei regimi, dove il popolo è sovrano sono la principale garanzia democratica. E’ per questo motivo (art. 1) e per realizzare l’art. 3 che Calamandrei definì la scuola “organo costituzionale”.

        PS: sempre ottimista (o debole in matematica, piuttosto), avevo scritto “un italiano su tre” per segnalare che in altre fonti De Mauro parla di un analfabetismo funzionale, o di ritorno, per il 71% della popolazione adulta: siamo a due italiani su tre (ora ho rettificato il post).

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