29 luglio 1900, regicidio di Umberto I

by gabriella

 

Il 29 luglio 1900 il re d’Italia Umberto I raggiunse, come quasi tutte le estati, la sua residenza di Monza, città nella quale viveva la sua amante, Eugenia. Era una calda domenica in Brianza e il re, dopo aver cenato, uscì dalla propria dimora per presenziaregaetano bresci a un evento mondano: la premiazione degli atleti della società di ginnastica Forti e Liberi.

Dopo la premiazione, Umberto I salì in carrozza per tornare alla residenza ma, riconoscendo tra la folla un ufficiale, si alzò in piedi per salutarlo: in quel momento venne colpito da tre proiettili di revolver.

Mentre il re aveva già perso conoscenza e la carrozza si avviava velocemente verso la villa reale, l’attentatore era arrestato senza resistenza. Si chiamava Gaetano Bresci, era un anarchico pratese di 31 anni, tessitore di seta, già arrestato e confinato per un anno a Lampedusa per la sua partecipazione ad uno sciopero. Emigrato in America nel 1897, viveva a Paterson.

Durante il soggiorno americano, Bresci aveva continuato a seguire le vicende italiane ed era rimasto sconvolto dalla repressione del regio esercito contro il popolo che reclamava pane a Milano, monzanel 1898. In quella occasione, il generale Bava Beccaris aveva infatti ordinato di sparare ai dimostranti con l’artiglieria pesante, uccidendo oltre cento dimostranti ed era stato per questo insignito della Croce dell’ordine militare dei Savoia.

Bresci, processato per regicidio, fu condannato all’ergastolo e tradotto nel carcere di Santo Stefano presso Ventotene, dove vestì la divisa degli ergastolani, con le le catene ai piedi e le mostrine nere ad indicare i colpevoli dei delitti più gravi. Sei mesi dopo il suo internamento, fu trovato morto nella sua cella e dichiarato suicida, senza che le circostanze della sua morte siano mai state chiarite.

Prima di quel fatale 29 luglio, Umberto I era sopravvissuto ad altri due attentati: il primo a Napoli, nel 1878, messo in atto da Giovanni Passante; il secondo, diciannove anni dopo, per mano di Pietro Acciarito. Dopo il gesto, entrambi gli attentatori avevano visto internare in manicomio le loro famiglie ed erano impazziti in carcere a causa delle sevizie e delle disumane condizioni detentive.

 

 


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