Andrea Parravicini, Dewey, Darwin e il Ministero del Disturbo

by gabriella
dewey

John Dewey (1859 – 1952)

Alcuni stralci dell’articolo, uscito oggi sulla Mela di Newton.

Nel primo di una collezione di saggi dal titolo The Influence of Darwin on Philosophy (H. Holt & Co., New York 1910), più di un secolo fa Dewey faceva notare come già il titolo del capolavoro di Darwin, L’origine delle specie (1859), contenendo i termini “origine” e “specie”, esprimesse una rivolta intellettuale contro i presupposti della filosofia della natura e della conoscenza che aveva regnato nel pensiero occidentale per duemila anni. Da sempre la cultura occidentale considera tutto ciò che in natura e nel sapere umano è fisso, non cambia, o ha uno scopo finale, come qualcosa di superiore rispetto a ciò che cambia, diviene senza scopo o ha un’origine. Il cambiamento, il divenire cieco, sono sempre stati considerati dalla cultura occidentale come segni di difetto e di irrealtà. L’origine delle specie, scrive Dewey,

Charles Darwin

Charles Darwin (1809 – 1882)

«nel trattare le forme, che erano state considerate come tipi fissi e perfetti, come entità che hanno un’origine, cambiano e scompaiono, […] ha introdotto un modo di pensare che alla fine era destinato a trasformare la logica della conoscenza, e dunque il modo di trattare la morale, la politica e la religione» (pp. 1-2).

Per duemila anni, nota Dewey, cogliere le essenze, le forme immobili insite nella natura (come le cosiddette “specie”), i “fini” permanenti all’interno del perenne divenire delle cose del mondo, è stato lo scopo della conoscenza scientifica. Questa filosofia ha dominato in tutti i campi del sapere umano relativo alla natura, fino a che la scienza moderna, con Galilei e Cartesio, non ha eliminato i principi fissi e le cosiddette cause finali di aristotelica memoria dall’astronomia, dalla fisica, dalla chimica.

Con la nuova fisica galileiana (e in particolare il suo principio di inerzia) e la nascita della scienza moderna iniziò a imporsi quello che Jacques Monod, nel suo Il caso e la necessità(1970), chiamava il principio di oggettività della natura, considerato

“la pietra angolare del metodo scientifico […], vale a dire il rifiuto sistematico a considerare la possibilità di pervenire a una conoscenza ‘vera’ mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di ‘progetto’” (tr. it. Mondadori – Oscar saggi, Milano 1996, p. 33).

Tale principio escludeva dal territorio scientifico ogni tipo di spiegazione che facesse ricorso a fini, a menti intelligenti o a misteriose forme a priori sottostanti ai fenomeni, e li confinava in uno spazio soggettivo e “secondario”. Ma, come ben intuisce Dewey, questa rivoluzione di pensiero operata della scienza moderna, in realtà, per compiersi del tutto aveva bisogno ancora della rivoluzione darwiniana. Infatti, nonostante la rivoluzione scientifica, a metà dell’Ottocento, fosse già compiuta in fisica, astronomia e chimica, non si può dire lo stesso per l’interpretazione dei fenomeni viventi. La scoperta e l’esame sempre più dettagliato dei meravigliosi adattamenti di piante e animali al loro ambiente, della complessità di certi organi come l’occhio, dello sviluppo articolato e funzionale dei piani corporei, e così via, rafforzarono l’idea, nelle scienze della vita, dell’esistenza di un disegno intelligente e di un fine trascendente che guidava la natura. Queste convinzioni sostenute dalla teologia naturale ancora ai tempi di Darwin ebbero l’effetto di bloccare l’accesso del genuino metodo scientifico al campo delle scienze umane e sociali. Afferma Dewey,

prima di Darwin l’impatto del nuovo metodo scientifico sulla vita, la mente e la politica, era stato arrestato, perché tra questi interessi ideali o morali e il mondo inorganico si interpose il regno delle piante e degli animali. I cancelli del giardino della vita furono sbarrati alle nuove idee; e solo attraverso questo giardino c’era l’accesso alla mente e alla politica. L’influenza di Darwin sulla filosofia risiede nel suo aver soggiogato i fenomeni della vita al principio di transizione (principle of transition), e per mezzo di esso nell’aver aperto la strada alla nuova logica per una sua applicazione alla mente, alla morale e alla vita. Quando egli disse delle specie ciò che Galileo aveva detto della Terra, e pur se muove, emancipò, una volta per tutte, le idee genetiche e sperimentali elevandole a strumento di conoscenza per porre domande e cercare spiegazioni (The Influence of Darwin, cit., pp.8-9).

Darwin, dunque, ebbe il merito di operare una rivoluzione nei capisaldi dominanti del pensiero occidentale, eliminando dal mondo naturale la preminenza di ciò che si credeva fisso (come le specie) e la presenza di fini intelligenti e divini nel processo evolutivo e di sviluppo, affermando l’importanza della differenza, della variazione cieca, del divenire, della contingenza, della mancanza di un piano preordinato nel processo evolutivo. Questo rivolgimento di valori nel pensiero filosofico, che coinvolge in pieno anche la concezione dell’essere umano e della sua mente, produce anche un profondo rivolgimento etico e politico, come Dewey coglie limpidamente. L’uomo ha davanti a sé la libertà di agire in un mondo il cui esito è ora aperto, incerto. L’effetto delle nostre azioni, lungi dall’essere già scritto e preordinato da una qualche Mente superiore o da una qualche meta finale già prefissata, è imprevedibile e non deciso. Darwin introduce in questo modo, con la sua concezione, un forte elemento di responsabilità etica dell’uomo rispetto alle sue azioni e al suo futuro, che ora è tutto da decidere e da pensare.

Si comprende dunque il motivo per cui, secondo Dewey, solo con Darwin quel metodo scientifico impostosi con Galilei e Cartesio può finalmente accedere anche alle scienze umane, alle scienze etiche, sociali e politiche. Alla luce del nuovo metodo darwiniano e del nuovo scenario del pensiero da esso dischiuso, anche la filosofia deve essere ricostruita radicalmente, diventando

“un metodo per individuare e interpretare i conflitti più seri che accadono nella vita, e nello stesso tempo un metodo per progettare i modi adatti per affrontarli: un metodo di diagnosi e di prognosi morale e politica” (ivi, p.17).

Uno dei punti fondamentali dell’approccio di pensiero proposto da Dewey è l’idea che la filosofia debba adottare il metodo sperimentale caratteristico della scienza e applicarlo anche in campo etico, morale e politico. L’indagine scientifica ci insegna che la ricerca è qualcosa di continuo, provvisorio e mai definitivo, che non conosce conclusioni finali o arresti, e non riconosce alcun dogma o autorità esterni e superiori, che siano quelli della tradizione, della routine, o di essenze metafisiche. Nelle sue opere, Dewey sottolinea continuamente la capacità di auto-correzione della scienza, che è sempre pronta a rimettersi in discussione [va notato che Dewey non aveva ancora potuto vedere la completa sottomissione della scienza al denaro, nota mia], senza considerare i risultati ottenuti come qualcosa di definitivo e concluso. Questo atteggiamento critico e antidogmatico, scrive Dewey in Reconstruction in Philosophy (1920), è una necessità vitale per la salute di una società davvero democratica e aperta. Egli sottolinea

“l’importanza di uscire dal tracciato in cui la mano pesante della consuetudine tende a spingere ogni forma di attività umana, compresa l’indagine intellettuale e scientifica”, fino a proporre e a rivendicare addirittura l’esigenza di istituire “un Ministero del Disturbo, una fonte istituzionale di scompiglio, uno scardinatore del tran tran e del compiacimento” (J. Dewey, Rifare la filosofia, Donzelli, Roma 2008, p.10).

[…]

Come Dewey insisteva nel dire già un secolo fa, sarebbe fondamentale estendere la visione dell’evoluzione organica anche al modo in cui il soggetto dell’esperienza viene concepito. Una volta accettata la teoria dell’evoluzione biologica, il soggetto dell’esperienza diventa un animale in continuità con le altre forme organiche, a loro volta continue con i processi chimico-fisici che nei processi viventi sono organizzati in modo da costituire realmente le attività della vita con tutti i caratteri che li definiscono. E allo stesso modo, il pensiero e la conoscenza umani diventano qualcosa di paragonabile ai tratti evoluti in tutti gli altri organismi.

“La riflessione è una risposta indiretta all’ambiente”, ma ha “la sua origine nel comportamento biologico adattativo e la sua funzione ultima nel suo aspetto cognitivo è un controllo prospettico sulle condizioni del suo ambiente” (ivi, p. 39n).

Pensare e conoscere sono le attività che una particolare specie animale, Homo sapiens, pratica per controllare le proprie interazioni con l’ambiente in cui vive. L’impegno dell’intelligenza nel mondo, più che un contemplare lo stato attuale delle cose, consiste dunque nel saper prevedere e preparare ciò che avverrà nel futuro, far fronte alle nuove situazioni che stanno per accadere. Per questo pensare è un’invasione nel futuro che comporta anche grandi rischi, perché la decisione di imboccare questa o quella decisione può significare errore e catastrofe. In un mondo dominato da un’incertezza radicale e da una condizione di precarietà e fallibilità, l’intelligenza e le conoscenze sono dispositivi efficaci per la risoluzione dei problemi, mediante cui l’essere umano può orientarsi e far fronte alle difficoltà della vita.

NOTE

[2] Per una presentazione generale della figura e del pensiero di John Dewey si rimanda al testo di Alberto Granese, Introduzione a Dewey, Editore Laterza, Roma-Bari 1973 (6a ed.: 2005) provvisto di un’ampia bibliografia ragionata e di una storia della critica riguardante il filosofo americano. Per un’agile introduzione divulgativa e aggiornata del pensiero del filosofo e dei suoi rapporti con la più ampia corrente di pensiero pragmatista mi permetto di rimandare al mio testo uscito nelle edicole lo scorso 8 marzo per la collana “Scoprire la filosofia”, A. Parravicini, Dewey. Sperimentare il pensiero, Hachette Fascicoli, Milano 2016.

In rete ci sono parecchi siti dedicati al pensiero e alla figura di Dewey. Una lista pressoché completa dei siti più importanti si trova in  http://dewey.pragmatism.org/], un sito contenente anche ampie informazioni bibliografiche sulla enorme produzione deweyana (di e su Dewey). La biblioteca elettronica di “Internet Archive”  https://archive.org], contiene un gran numero di opere di Dewey digitalizzate e liberamente consultabili, mentre  http://deweycenter.siu.edu/]  rimanda al sito del “Center for Dewey Studies” della Southern Illinois University di Carbondale, che ha curato l’imponente progetto dei 37 volumi che compongono i Collected Works of John Dewey, e possiede oltre 22000 lettere indirizzate a, provenienti da, o su, John Dewey, e catalogate in una banca dati elettronica. Infine  http://www.johndeweysociety.org/] ospita il sito della “John Dewey Society for the Study of Education and Culture”, uno spazio che mira alla costruzione e al sostegno di un network di studiosi della filosofia deweyana.


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