Pierluigi Vuillermin, Brecht: “Cinque difficoltà per chi scrive la verità”

by gabriella

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi.

Bertold Brecht

In questo saggio1 mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel dramma Vita di Galileo, il capolavoro della maturità. Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo).

Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

 

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata [si veda, per approfondimenti, Denis Diderot, Il libero servo Rameau. J.-J.Rousseau, Il bisogno innalzò i troni, le scienze e le arti li hanno rafforzati, nota mia]

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni. Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa a appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

Così pure ci vuole coraggio per dire la verità sul conto di se stesso, di se stesso, il vinto. Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i propri difetti. La persecuzione appare loro come la più grave delle ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro, i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata.Per dire che i buoni sono stati vinti non perché buoni, ma perché erano deboli, ci vuole coraggio.

Bisogna avere il coraggio di dire la verità non solo riguardo ai potenti, ma anche riguardo ai deboli. I perseguitati spesso perdono la facoltà del giudizio. Peccano poi di superbia, pensando che la bontà sia premio a se stessa. Si accontentano di essere i buoni, contro i malvagi persecutori, ma in realtà sono colpevolmente incapaci di vincere. La bontà sconfitta non serve a niente, non testimonia niente. Bisogna avere il coraggio di dire la verità ai vinti, perché non continuino a essere vinti. La bontà debole (dell‘indignazione, per esempio) è innocua e inoffensiva, non minaccia i potenti, non fa male. Tenersi per mano in un girotondo è un gesto inutile, buono da raccontare alla sera, durante la cena in famiglia. La lotta per sconfiggere i persecutori è sempre lunga e dura, richiede disciplina e rinuncia (non è una passeggiata in centro), quindi non è adatta per gli uomini buoni ma deboli.

Naturalmente la verità bisogna scriverla in lotta contro la menzogna e non si può trattare di una verità generica, elevata, ambigua. Di tale specie, cioè generica, elevata, ambigua, è proprio la menzogna. Se a proposito di qualcuno si dice che ha detto la verità, vuol dire che prima di lui alcuni o parecchi o uno solo hanno detto qualcos’altro, una menzogna o cose generiche; lui invece ha detto la verità, cioè qualcosa di pratico, di concreto, di irrefutabile, proprio quella cosa di cui si trattava.

C’è chi dice la verità e chi dice la menzogna. Non esiste il conflitto delle interpretazioni. Il dibattito è soltanto un vacuo spettacolo, orchestrato dai potenti e diretto dagli intellettuali, al soldo dei potenti. La verità è semplice e concreta, la menzogna è complessa e generica. Chi ha il coraggio di scrivere la verità è in lotta dichiarata contro quelli che diffondono la menzogna. Non parla mai in generale, senza entrare nello specifico; facendo sempre nomi e cognomi, indicando i responsabili dell’ingiustizia e della violenza, senza ambiguità e reticenze. La verità dell’intellettuale non è mai un discorso teorico (l’esegesi e la ricerca bibliografica le lasciamo nelle aule polverose dell’accademia), bensì qualcosa di pratico, che deve servire per abbattere i potenti e cambiare la sorte dei deboli.

Poco coraggio invece ci vuole per lamentarsi della malvagità del mondo e del trionfo della brutalità in genere e per agitare la minaccia che lo spirito finirà col trionfare, quando chi scrive si trovi in una parte del mondo in cui ciò è ancora permesso. Molti assumono l’atteggiamento di uno che stia sotto il tiro dei cannoni, mentre sono semplicemente sotto il tiro dei binocoli da teatro.

Bisogna poi diffidare di quegli intellettuali che, con toni melodrammatici, si lamentano della malvagità del mondo, gridando generiche rivendicazioni. Non sanno fare altro che scrivere lettere ai giornali, firmare petizioni, redigere manifesti, organizzare raduni, aderire a manifestazioni, lanciare appelli alla popolazione, partecipare a convegni e dibattiti televisivi. Chiedono a gran voce giustizia e libertà, genericamente, con l’indice puntato e la voce imperiosa; però loro non muovono un dito. Sono sempre in prima fila, ma a teatro, comodamente seduti, tra buoni amici, quasi tutti provenienti dalle fila dei potenti. Considerano verità solo ciò che ha un bel suono. Sono ferocemente indignati e assai istruiti, sempre educati, di modi gentili e garbati. Quanta nobiltà e professorale fascino nei loro discorsi. Tuttavia non bisogna farsi ingannare dalle loro facili prediche. Questi intellettuali, di bell’aspetto e belle parole, così vuoti e inconcludenti, solo esteriormente hanno l’atteggiamento di chi dice la verità. Con loro il guaio è che non conoscono la verità.

2. L’accortezza di riconoscere la verità

Poiché è difficile scrivere la verità, dato che ovunque essa viene soffocata, i più pensano che scrivere o non scrivere la verità sia una questione di carattere. Credono che basti il coraggio. E dimenticano la seconda difficoltà, cioè quella di trovare la verità. Nessuno potrà mai dire che trovare la verità sia cosa facile.

Avere il coraggio di scrivere la verità non basta. Ci sono tante verità (grandi e piccole, belle e brutte, superficiali e profonde, accessorie e necessarie, deboli e forti) che si contrappongono alla menzogna. Soprattutto nelle epoche di crisi il mercato delle verità è variegato. A volte la menzogna si traveste da mezza verità; oppure, più subdolamente, prende la forma di una verità tautologica (per esempio: la pioggia cade dall’alto verso il basso) che non serve a niente. Dunque non è affatto facile rendersi conto di quale verità valga la pena di essere detta. Certi intellettuali scrivono verità di questo tipo (per esempio: le sedie servono per sedersi). Sostengono di osservare la realtà in modo oggettivo e imparziale. Sono i cosiddetti realisti: i depositari delle verità sulle sedie e sulla pioggia.

Molti poeti scrivono verità di questo tipo. Sono simili a pittori che ricoprono di nature morte le pareti di una nave che sta affondando. Per loro la nostra prima difficoltà non esiste, eppure si sentono la coscienza tranquilla. Senza lasciarsi turbare dai potenti, ma altrettanto imperturbabili alle grida delle vittime della violenza, essi continuano a ripassare il pennello sulle loro immagini. L’assurdità del loro modo di comportarsi genera in loro stessi un pessimismo che essi smerciano a buon prezzo e che, a dire il vero, sarebbe più giustificato negli altri di fronte a tali maestri e a tale smercio.

Nei periodi di incertezza e grande mutamento (quando la nave va alla deriva), molti artisti e scrittori si fanno prendere da profondo sconforto. Con coraggio denunciano i mali del presente, ma sempre in maniera generica. Provano un piacere perverso nel raffigurare e descrivere il dolore del mondo. Però essi se ne stanno al sicuro, a contemplare languidamente il naufragio della nave e del suo equipaggio. La loro verità sembra vera, senza sconti per nessuno. Che colori vivaci, quale forza incantatrice e paralizzante nella rappresentazione della malvagità. Proferiscono discorsi importanti, tali appaiono sul mercato della malinconia. Sono i pessimisti, abbonati alla rivista dell’apocalisse a teatro. Codesta gente non è capace di trovare una verità che valga la pena di scrivere.

Altri invece si occupano realmente dei compiti più urgenti, non temono i potenti né la povertà e nondimeno non sono in grado di trovare la verità. Mancano loro le nozioni necessarie… Per loro, il mondo è troppo complicato, non conoscono i dati di fatto e non vedono le connessioni. Oltre ai principi occorrono delle nozioni che si possono acquisire e dei metodi che si possono imparare. Tutti coloro che scrivono nella nostra epoca di rapporti complicati e di grandi mutamenti debbono conoscere il materialismo dialettico, l’economia e la storia…

Alcuni intellettuali, coraggiosi e in buona fede, non sono all’altezza di scrivere la verità. Non sanno nemmeno dove cercarla. Si agitano in modo scomposto, sopraffatti dall’emozione, senza una visione corretta della realtà. Accumulano disordinatamente molti dati e piccoli fatti, tuttavia sono incapaci di cogliere la trama sottostante. Non difettano di volontà, si impegnano con generosità, ma non usano gli strumenti teorici giusti (il materialismo storico e dialettico) per descrivere la società.

Quando si ha intenzione di cercare, è bene avere un metodo, ma si può trovare anche senza metodo e persino senza cercare. In questa maniera casuale è certo però assai difficile che si riesca a rappresentare la verità in modo tale che gli uomini, grazie a questa rappresentazione, sappiano come devono agire. La gente che annota solo i piccoli dati di fatto non è in grado di rendere maneggevoli le cose di questo mondo. Questo però e nessun altro è lo scopo della verità.

Gli intellettuali buoni e coraggiosi (ma senza metodo) a volte trovano la verità casualmente. In questo modo, però, la verità perde la sua capacità di operare con efficacia. Come una bella statua da contemplare, rimane ferma e immobile. Tante piccole verità, come tante statue in un museo. Una verità, che non agisce concretamente sulla realtà, in pratica non serve a niente.

3. L’arte di rendere la verità maneggevole come un’arma

La verità deve essere detta per trarne determinate conclusioni circa il proprio comportamento. Quale esempio di una verità da cui non si possono trarre conclusioni, o soltanto conclusioni sbagliate, ci può servire l’opinione largamente diffusa secondo la quale le condizioni deplorevoli in cui versano certi paesi derivano dalla barbarie. Tale opinione vede nel fascismo un’ondata di barbarie che si è abbattuta su certi paesi come una catastrofe naturale.

La maggioranza degli intellettuali si preoccupano di interpretare il mondo in modi diversi, ma quel che conta è cambiarlo. La verità, conquistata col metodo giusto, deve portare a determinate conclusioni pratiche, che modificano i comportamenti. Le masse popolari agiscono quando pensano che la realtà sociale sia qualcosa di transitorio e mutevole. Le classi dominanti, invece, dipingono il mondo dell’uomo come una seconda natura. Hanno interesse che tutto appaia immutabile agli occhi della gente. A questo punto, per i deboli, la barbarie si presenta come un destino (ineluttabile) e non più come la conseguenza della violenza (non irresistibile) dei potenti.

Un simile modo di raffigurare le cose mette in luce solo pochi anelli della catena causale e presenta certe forze motrici come forze incontrollabili. Un simile modo di raffigurare le cose contiene in sé molti lati oscuri i quali nascondono le forze che stanno preparando le catastrofi. Basta un po’ di luce perché si veda che all’origine delle catastrofi ci sono degli uomini! Infatti noi viviamo in un’epoca in cui il destino dell’uomo è l’uomo.

L’intellettuale dotato di metodo sa mettere in fila i fatti e connetterli insieme, individua con precisione le forze che operano nella società, è in grado di indicare al popolo le cause della barbarie e i veri artefici della barbarie. Quando si vuole scrivere efficacemente la verità su certe condizioni deplorevoli, bisogna scriverla in modo che se ne possano riconoscere le cause evitabili. Quando le cause evitabili vengono riconosciute, le condizioni deplorevoli si possono combattere.

4. L’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani la verità diventa efficace

La verità su certe condizioni deplorevoli dobbiamo dirla a coloro che di queste condizioni più soffrono e da loro dobbiamo apprenderla. Non basta parlare a coloro che hanno una data opinione; bisogna parlare a coloro ai quali, data la loro situazione, tale opinione può convenire. E il vostro uditorio muta di continuo! Persino ai carnefici è possibile parlare, quando per impiccare non ricevono più il salario o quando la loro professione si fa troppo pericolosa.

Chi scrive la verità non si occupa del commercio degli scritti. Si limita a parlare, qualcuno ascolterà. Così pensa uno scrittore ingenuo. Eppure dovrebbe riflettere sul mercato delle opinioni e delle descrizioni. La conoscenza della verità è un processo comune a chi scrive e a chi legge. Gli scrittori non riflettono abbastanza sulle condizioni che rendono possibile la circolazione delle idee. La verità non si può semplicemente scriverla e basta, è indispensabile scriverla per qualcuno che possa servirsene. Non si deve parlare tanto per esprimere un’opinione. Prendere parte al dibattito pubblico, organizzato da intellettuali al servizio dei potenti, spesso è una perdita di tempo. A meno che non si riesca a camuffare bene la verità. Ma oggi gli spazi di manovra si sono ridotti e il mezzo tecnico (il formato stesso) ha svuotato di verità il messaggio. Non bisogna però disperare. Conviene continuare a studiare: trovare nuove modalità, più astute e aggiornate, per dire la verità al popolo.

Importante per quelli che scrivono è trovare il tono giusto per dire la verità. Quello che comunemente si ode è un tono molto mite e lamentoso, il tono di chi non sarebbe capace di far male a una mosca. Chi lo ode e si trova in miseria non può che diventare ancora più miserabile. Così parlano, uomini che forse non sono nemici ma certo non sono dei compagni di lotta. La verità è combattiva, non solo combatte la menzogna, ma anche quelle determinate persone che la divulgano.
Certi scrittori sbagliano il tono per dire la verità. Sono troppo buoni e deboli. Magari hanno paura. Gli intellettuali, si sa, quasi sempre sono dei vigliacchi. I loro discorsi sovente sono docili e accomodanti. Declamano lunghe prediche, piene di accorati moniti e piagnistei. Non prendono mai posizione, per non insospettire i potenti. Possono essere anche delle brave persone, ma non servono a niente. Preferiscono non sporcarsi le mani: la loro verità è rigorosamente equanime ed equilibrata. Sono degli equilibristi nati, non cadono mai. Abitano il vuoto pneumatico della bella conversazione. Chi dice la verità deve combattere, non sulle riviste accademiche o negli spettacoli televisivi, ma a fianco dei deboli e contro i potenti. Altrimenti è solo un utile idiota, quasi peggio del nemico.

5. L’astuzia di divulgare la verità fra molti

Vi sono molti che, fieri di avere il coraggio di dire la verità, felici di averla trovata, stanchi forse della fatica che costa il ridurla a una forma maneggevole, impazienti di vederne entrare in possesso coloro i cui interessi essi vanno difendendo, non ritengono più necessario usare una particolare astuzia per divulgarla. In tal modo tutto il frutto della loro fatica va spesso in fumo. In tutti i tempi, quando la verità veniva soffocata e travisata, si è fatto ricorso all’astuzia per divulgarla.

Nelle epoche di crisi e grande violenza, la verità viene costantemente censurata e manipolata dal potere dominante. Ci sono varie astuzie per eludere la sospettosa vigilanza dello stato. La storia ci ha fornito diversi esempi: Confucio, Tommaso Moro, Voltaire, Shakespeare, Jonathan Swift, un poeta egiziano, il romanzo poliziesco. L’intellettuale che vuole scrivere la verità deve essere attento all’uso delle parole. Occorre spogliarle del loro marcio (e anestetico) misticismo; e indirizzarle a chi può maneggiarle, come un’arma, per cambiare il corso della storia. Anche in uno stato democratico, nonostante l’apparente libertà di parola, è difficile scrivere la verità. Bisogna raddoppiare l’astuzia.

La propaganda perché la gente ragioni, in qualsiasi campo la si faccia, è sempre utile alla causa degli oppressi. Questa propaganda è altamente necessaria. Sotto i governi degli sfruttatori, il ragionare è considerato cosa bassa e volgare. Si giudica basso e volgare ciò che è utile a quelli che sono tenuti in basso.

Tutti i governi (non importa se democratici o dittatoriali) considerano il ragionare una cosa bassa e volgare. Gli sfruttatori prediligono i grandi ed elevati discorsi, che non mettono in pericolo il loro sistema. Chi scrive la verità, contro gli sfruttatori, deve insegnare agli sfruttati a ragionare. Ci sono infatti molti modi astuti per insegnare a pensare e divulgare la verità.

Perché in un’epoca come la nostra continui ad essere possibile l’oppressione che permette a una parte della popolazione (la meno numerosa) di sfruttare l’altra (la più numerosa), è indispensabile da parte della popolazione un ben preciso atteggiamento di fondo che investa tutti i campi… L’unica cosa che conta è che si insegni un modo giusto di ragionare, un modo di ragionare che in ogni cosa e in ogni avvenimento ricerchi il lato transitorio e mutevole.

La popolazione oppressa (sotto il tallone di ferro degli oppressori e per gli effetti negativi della propaganda degli intellettuali al servizio degli oppressori) tende a considerare la realtà come qualcosa di naturale e immutabile (come la pioggia: che cade sempre dall’alto verso il basso). Nella testa della gente si consolida così la predisposizione alla passività e alla rassegnazione. Chi scrive la verità, non importa in che campo lo faccia (dall’ingegneria meccanica alla filosofia), deve insegnare a ragionare correttamente: ovvero che, su questa terra, ogni cosa è transitoria e mutevole.

I potenti nutrono una forte ostilità nei riguardi dei grandi mutamenti. Vorrebbero che tutto restasse com’è, possibilmente per mille anni… Dopo che hanno sparato loro, il nemico non dovrebbe più avere il diritto di sparare, vorrebbero che il loro colpo fosse l’ultimo. Considerare le cose mettendo in particolare rilievo il loro lato transitorio è un buon sistema per rianimare gli oppressi.
Chi scrive la verità deve mostrare agli oppressi che in ogni cosa, in ogni condizione, sorge e si sviluppa una contraddizione. Deve insegnare loro la dialettica, la dottrina del flusso delle cose. I potenti cercano di occultare le contraddizioni, affermano che esiste solo una realtà, quella che a loro conviene. Tutto è già stato stabilito. Non esiste un’altra possibilità. Così la gente si addormenta [“mondo era e mondo sarà”, così il barone di Giuseppe di Vittorio]. Chi scrive la verità ha il compito di risvegliare gli oppressi, insegnando loro che nulla è già stabilito.
I governi che conducono le masse umane alla miseria devono evitare che nella miseria si pensi ai governi. Parlano molto del destino. Il destino – non già i governi – è responsabile dell’indigenza. Chi tenta di scoprire le cause dell’indigenza viene arrestato prima che si imbatta nel governo. Tuttavia è possibile opporsi in termini generali ai discorsi sul destino; si può dimostrare che chi fa il destino dell’uomo sono gli uomini.

Per diffondere la verità ci vuole astuzia. I governi (che esprimono e difendono gli interessi degli sfruttatori) cercano, in tutti i modi, non sempre legittimi, di impedire che il popolo (oppresso e sfruttato) ragioni. Per i potenti, la miseria dei deboli è piovuta dal cielo, come la pioggia. Nessuno è responsabile. Bisogna maledire il cielo. Chi alza la testa e protesta viene arrestato e imprigionato. Chi scrive la verità, mettendo in conto i rischi e i pericoli della violenza dello stato, deve mostrare al popolo che sono uomini in carne e ossa (una minoranza) che fanno il destino di tutti gli altri uomini (la maggioranza). Più o meno l’uno per cento contro il novantanove per cento, come si dice oggi.

Riepilogo

La grande verità della nostra epoca è questa: il nostro continente sta sprofondando nella barbarie perché i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione vengono mantenuti con la violenza. A che cosa servirebbe uno scritto coraggioso dal quale risulti la barbarie delle condizioni nelle quali stiamo per cadere (il che in sé è verissimo), se poi non risultasse chiara la ragione per cui veniamo a trovarci in queste condizioni? Dobbiamo dire che degli uomini vengono torturati perché i rapporti di proprietà rimangano immutati. Certo, se lo diciamo, perderemo molti amici che sono contrari alla tortura perché credono che i rapporti di proprietà si possano mantenere anche senza di essa (il che non è vero).

Il problema è il capitalismo. Allora c’era il nazismo, oggi c’è il neoliberalismo o il cosiddetto capital-parlamentarismo. Modi diversi di difendere gli interessi della classe dominante. Oggi come allora, l’Europa rischia di sprofondare nella barbarie. Ma questa barbarie non è piovuta dal cielo. La brutalità viene dagli affari, che senza di essa non si possono più fare. Chi scrive la verità, non può limitarsi a generiche accuse, a sermoni moraleggianti. A continue lamentazioni che portano a nulla. Bisogna indicare le ragioni (storiche e non naturali) e i veri responsabili della barbarie. Per tornare all’attualità, il popolo greco oggi viene torturato, perché i rapporti di proprietà rimangano immutati.

Dobbiamo dire la verità in merito alle barbare condizioni del nostro paese, dobbiamo dire che è possibile fare ciò che è sufficiente a farle sparire, e cioè qualcosa che modifichi i rapporti di proprietà.

Scrivere la verità significa parlare di capitalismo, ovvero dei rapporti di proprietà.

Dobbiamo dirla inoltre a coloro che di questi rapporti di proprietà soffrono più di tutti, che hanno il maggiore interesse a cambiarli, ai lavoratori e a coloro che possiamo trasformare in loro alleati…

Questa verità (dei modificabili rapporti di proprietà) deve essere detta ai lavoratori.

Tutto ciò viene richiesto allo scrittore, quando gli si chiede di scrivere la verità.

Con queste parole termina il saggio di Brecht del 1935, pochi anni prima della catastrofe della guerra.

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1 B.Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, 1973

http://www.kainos-portale.com/index.php/saggi-portale/247-brecht


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