Dalle “macchine per insegnare” all’iPad. Verso una scuola della mediocrità

by gabriella

Ho scritto questo articolo durante il ministero Profumo, quando i test INVALSI non erano ancora uno degli strumenti di valutazione delle scuole. Vi commentavo un testo pionieristico degli anni ’60 [alcuni stralci in fondo all’articolo], con cui Burrhus Skinner aveva provato a reinterpretare, ad un decennio dalla loro introduzione nella scuola americana, le “macchine per insegnare” (computer-assisted instruction) che aveva teorizzato nel contesto dell’applicazione alla didattica della psicologia comportamentista.

In queste riflessioni, Skinner ribadiva che le macchine per insegnare non costituiscono soltanto una innovazione tecnica ma rappresentano l’attuazione di nuovi princípi nel campo dell’insegnamento. Esse permettono infatti di “accelerare l’apprendimento” attraverso l’applicazione delle tecniche dell’istruzione programmata, basate sul rinforzo del comportamento corretto (l’insegnamento qui è semplice addestramento).

Questa tecnologia richiede però la ridefinizione degli obiettivi educativi non più in termini di “capacità da migliorare”, o di “processi mentali da sviluppare”, ma di comportamenti, prestazioni che si desidera produrre come risultato (osservabile e verificabile) dell’apprendimento [è questo il fondamento epistemologico dei test INVALSI]. 

friedrich_nietzsche_zeichnung_by_berzelmayrNella riflessione di Skinner è dunque già contenuta l’analisi di un modello scolastico le cui retoriche sono tratte dal linguaggio, familiare agli insegnanti, del cognitivismo (la didattica per competenze), ma i cui obiettivi sono quelli comportamentisti della riduzione dell’insegnamento ad addestramento a compiti più o meno sofisticati e della rinuncia all’educazione di una generazione: il programma della decostituzionalizzazione della scuola italiana, della nuova Zuchtung (in versione decisamente peggiorativa rispetto a quella conformistica, ma formativa, che Nietzsche detestava).

L’articolo presenta brevemente la psicologia e l’antropologia comportamentiste, segue una breve illustrazione della pedagogia e della didattica computer assisted e uno stralcio della riflessione critica di Skinner a dieci anni dalla sperimentazione negli USA delle macchine per insegnare. Qui, invece, la mia proposta didattica (rivolta ad un quinto liceo) in relazione ai test a risposta chiusa: Fighting (the fear of) the test.

Una nazione che distrugge il proprio sistema educativo, degrada la sua informazione pubblica, sbudella le proprie librerie pubbliche e trasforma le proprie frequenze in veicoli di svago ripetitivo a buon mercato, diventa cieca, sorda e muta. 

Apprezza i punteggi nei test più del pensiero critico e dell’istruzione.

Celebra l’addestramento meccanico al lavoro e la singola, amorale abilità nel far soldi.

Sforna prodotti umani rachitici, privi della capacità e del vocabolario per contrastare gli assiomi e le strutture dello stato e delle imprese. 

Li incanala in un sistema castale di gestori di droni e di sistemi. Trasforma uno stato democratico in un sistema feudale di padroni e servi delle imprese.

Chris Hedges, Perché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema scolastico2012

 

L’antropologia di Burrhus Skinner

L’orientamento comportamentista

L’orientamento pedagogico e la didattica sono strettamente legate alla visione che si ha dell’uomo e dei suoi processi mentali. Per comprendere la teoria skinneriana delle “macchine per insegnare”, ovvero di un insegnamento inteso come addestramento, bisogna quindi prima di tutto considerare l‘antropologia implicita del comportamentismo (o alla teoria della mente), sulla quale Skinner e Watson basarono le loro tesi.

Il comportamentismo (o behaviorismo) è un orientamento della psicologia moderna che si sviluppa nel primo novecento in Russia (Pavlov) e negli Stati Uniti (Watson, Skinner), in reazione alle difficoltà del programma strutturalista (che segna la nascita della psicologia) il quale, in accordo con il clima positivista, ricercava metodi scientifici per la misurazione della “sensazione” (Fechner, Wundt).

I comportamentisti, soprattutto americani, conservarono l’idea positivista che conoscere scientificamente significasse soprattutto misurare e contestarono l’ambito scelto dagli strutturalisti tedeschi per la conduzione dei loro test. A loro giudizio, la sensazione, quale stato psichico interno, non era conoscibile, mentre lo era il comportamento umano che poteva essere osservato e compreso in termini di stimoli (S) e risposte (R).

Nel 1913, Watson affermò che gli eventi ambientali svolgono un ruolo determinante nel modellare il comportamento, il quale è sempre il risultato di un condizionamento stimolo/risposta. Ad ogni stimolo esterno corrisponde una risposta dell’organismo che, ripetuta nel tempo, determina l’apprendimento. A sua volta, Skinner sostenne che il comportamento è regolato da precise leggi e che manipolando l’ambiente è possibile controllare sia il nostro comportamento che quello degli altri.

Watson e Skinner ritenevano infatti che gli uomini fossero completamente malleabili (sono gli anni in cui i nascenti studi sulla comunicazione, sviluppano la Bullet Theory o teoria dell’ago ipodermico, secondo la quale i mass media sono potenti strumenti di manipolazione persuasoria di un pubblico amorfo e passivo) ipotesi che oggi la psicologia (e le scienze della comunicazione) rigetta(no) nei termini riduttivistici e semplificati del comportamentismo.

Nel 1954, Skinner scrisse che un buon insegnamento è il frutto di alcuni semplici accorgimenti:

• iniziare dal punto in cui si trova l’allievo senza dare nulla per scontato;
• non avere troppa fretta nel proseguire con un ritmo che l’allievo non è in grado di sostenere, ma rispettare il suo personale ritmo di apprendimento;
• non permettere mai che le risposte sbagliate restino senza correzione, né quelle giuste senza gratificazione.

 

La visione pedagogica skinneriana

teorie-comportamentistePartendo da simili presupposti, Skinner sostenne che le macchine per insegnare possono svolgere agevolmente questi compiti e rispettare queste regole anche meglio di un insegnante in carne ed ossa, e sono dunque destinate a diventare strumenti essenziali nel campo dell’educazione. Lo psicologo spinse anzi la sua profezia fino ad affermare che quando i calcolatori sarebbero diventati meno ingombranti e difficili da usare e meno costosi, sarebbero diventati un aiuto molto potente per l’insegnamento.

Skinner_teaching_machine

Teaching machine

Su questa visione riduzionista della mente – successivamente contestata dal cognitivismo e dal costruttivismo che aggiunsero l’elemento C (cognizione, elaborazione) allo schema S-R [S-C-R] , i comportamentisti edificarono un modello di apprendimento molto rigido, particolarmente adatto ad essere realizzato con le macchine (computer assisted learning).

Nell’apprendimento programmato di Skinner:

L’obiettivo didattico è definito a priori in modo rigoroso e formale;
• Le situazioni stimolo connesse con l’obiettivo didattico sono tenute il più possibile sotto controllo;
L’obiettivo didattico, considerato troppo complesso per poter essere illustrato globalmente all’allievo, quindi spiegato e appreso, viene frammentato in obiettivi parziali (nei quali si perde il significato d’insieme), il cui apprendimento è rinforzato separatamente;
• Le risposte dell’allievo sono costantemente tenute sotto controllo;
• Le risposte positive dell’allievo sono gratificate in modo sistematico e programmato.

Le critiche di riduzionismo e di aver proposto una visione semplificata della mente portarono la psicologia (e la psicologia dell’apprendimento) all’abbandono delle teorie comportamentiste, alle quali si sostituirono gli approcci radicalmente opposti del cognitivismo e del costruttivismo. Questi nuovi orientamenti misero l’accento sui processi interni e basarono la didattica su modelli capaci di tener conto dei fattori cognitivi (ed affettivi) che favoriscono il raggiungimento degli obiettivi didattici, e non soltanto degli obiettivi stessi.Cartoon_of_students_receiving_the_cane,_1888

L’apprendimento è ora concepito come un impegno attivo da parte dei discenti a costruire la propria conoscenza, piuttosto che come travaso della conoscenza dalla mente del docente a quella dello studente. La psico-pedagogia novecentesca, da Maria Montessori a Piaget, dalle Agazzi a Dewey,  è stata solo marginalmente comportamentista ed è per questo quasi totalmente identificabile con l’orientamento “attivista”.

Oggi, ci sono segnali di un possibile rovesciamento di prospettiva: test a risposta chiusa e standardizzazione della formazione stanno radicalmente modificando gli obiettivi formativi della scuola pubblica italiana, alla quale si affida ormai il compito di insegnare con le macchine (meglio se a piattaforma chiusa e proprietaria come gli iPad) e col bastone [il Ministro Profumo è, d’altra parte, un raffinato teorico di questo metodo]: in trenta per classe, con il tempo scuola tagliato, possono infatti essere raggiunti solo obiettivi semplificati [parcellizzati in unità didattiche prive di interesse esistenziale], dunque poco stimolanti per gli allievi, i quali possono essere disciplinati – come già osservava Dickens, solo col bastone].

Viceversa, i bisogni formativi indispensabili per muoversi in modo competente in un mondo sempre più codificato e complesso, saranno probabilmente soddisfatti da iniziative private, già oggi finanziate da uno stato che lascia crollare il proprio sistema dell’istruzione e ne delegittima sistematicamente l’azione, togliendo agli insegnanti gli strumenti minimi per sviluppare l’autonomia, la critica e il pensiero degli allievi. Stiamo andando verso una scuola della zuchtung (Nietzsche), dell’allevamento e della mediocrità.

Di seguito alcuni stralci tratti dal testo di B. F. Skinner, Studi e ricerche (la selezione di testi italiana è del 1976) nei quali si evidenzia, da un lato, il punto di vista dello psicologo su un insegnamento inteso come indottrinamento e, dall’altro, il disagio dell’uomo di scienza per l’entusiasmo di un business che interpretò radicalmente l’idea delle “macchine per insegnare”, come sostituzione del docente e dei contenuti editoriali all’insegnamento, altra tendenza decisamente attuale.

La scuola è un grosso affare. Le macchine d’insegnamento sono state presentate come una promettente industria, tanto che sono circolate mirabolanti previsioni circa le vendite dei testi programmati. Sono stati spacciati per macchine per insegnare dei dispositivi che erano stati costruiti o progettati senza alcuna comprensione della loro funzione o delle reali necessità d’impiego. Nessun autore, più di colui che redigeva un testo programmato, ha avuto un’accoglienza tanto calda presso gli editori. Molti programmi da usarsi con le macchine o come testi sono stati immessi nel mercato senza essere stati preventivamente sottoposti ad una valutazione.

 La “meccanizzazione della scuola” è stata intesa nel suo senso letterale, cioè quello di fare con la macchina ciò che prima veniva fatto dalle persone. Alcune delle cosiddette macchine per insegnare basate sul calcolatore hanno semplicemente lo scopo di duplicare il comportamento degli insegnanti. Automatizzare la scuola con insegnanti meccanici è come voler automatizzare la banca con ragionieri meccanici. Ciò che è necessario fare in entrambi i casi è un’analisi delle funzioni che devono essere espletate a cui faccia seguito la progettazione di un’apparecchiatura adeguata. Niente di ciò che ora conosciamo circa il processo di apprendimento richiede una strumentazione molto elaborata.

Una condizione importante è data dalla relazione esistente tra il comportamento e le sue conseguenze; l’apprendimento ha luogo quando il comportamento viene “rinforzato”. La potenza del rinforzo non è del tutto apprezzata da quelli che non hanno un’esperienza diretta con i rinforzi o per lo meno non hanno visto degli esperimenti dimostrativi. Elaborando le cosiddette contingenze di rinforzo è possibile provocare delle notevoli modifiche nel comportamento. Nelle discussioni dell’insegnante con i suoi studenti, nei libri che egli dà loro da leggere, nelle tabelle e nell’altro materiale che mostra, nelle domande che pone e nelle contingenze. L’analisi sperimentale chiarisce queste contingenze e suggerisce molti miglioramenti [B. F. Skinner, Studi e ricerche, 1976].


21 Responses to “Dalle “macchine per insegnare” all’iPad. Verso una scuola della mediocrità”

  1. Cara Gabriella,

    non riesco a capire la tua avversione ai test.
    Vivendo in Inghilterra,dove i test sono molto utilizzati, sto seguendo i miei figli nel percorso scolastico.
    L’utilizzo dei test mi sembra limitato all’accertamemento dell’acquisizione di competenze specifiche non di sapere.
    Viene quindi affiancato da attivita’ che insegnino a ragionare criticamente, come la richiesta di leggere ogni giorno dai primi anni di scuola annotando su un libretto, controllato dall’insegnante, i propri commenti. Oppure organizzando dibattiti.
    Ne vedo tutti i giorni i risultati nelle conversazioni che ho con i miei ragazzi. Il piu’ grande, 15 anni, mi ha sorpreso nell’intuire i legami tra una parte del pensiero anarchico e il liberalismo. Il piu’ piccolo, 12 anni, parlando del sistema politico americano ha sostenuto che si tratta di una repubblica imperiale, se non addirittura dittatoriale.
    E si tratta di ragazzini come moltissimi altri.

    Rimanendo pero’ nel dubbio, ti chiederei la cortesia di indicarmi cosa dovrei leggere per capire le tue ragioni.

    Cordiali saluti
    Oreste Gallo

    • Caro Oreste,
      la principale ragione della mia avversione per i test è la conoscenza degli INVALSI, cioè di quanto somministrato qui da noi (anche se ciò che leggo sulla scuola anglo-americana non è più rassicurante).

      Il loro impiego spinge la didattica verso l’allenamento di competenze medie, di tipo applicativo-prestazionale (utili, ma non quanto lo è capire la realtà) per addestrare le quali si toglie altro tempo a ragazzi che avrebbero bisogno di molta più scuola e qualità per colmare lo svantaggio.

      Se potessi vedere la fatica che fanno a capire due righe, ti sembrerebbe ovvio che non ha senso rovesciare il rapporto tra didattica e verifica (finalizzando l’insegnamento al superamento dei test) e soprattutto che il principio dell’accountability (a monte dell’imposizione dei test) è sfacciatamente ingiusto, visto che premia chi è già, togliendo ancora a chi non ha e non sarà mai.

      Se penso ai tuoi figli, penso a dei ragazzi fortunati che hanno genitori con cui discutere (quando la gran parte dei miei studenti ha solo me e i miei colleghi per parlare di qualcosa), che hanno già fatto esperienze stimolanti (essendo a cavallo tra due paesi-lingue-culture), mentre molti dei ragazzi a cui insegno sono imbarazzanti per chiusura e provincialismo e a tal punto che tra anarchismo e liberalismo non vedrebbero relazioni nemmeno se gliele schematizzassi alla lavagna.

      È a questi studenti che le riforme degli ultimi 20 anni e i test (che servono ufficialmente a migliorare le competenze, di fatto a costruire una gerarchia scolastica fatta di scuole pubbliche sempre più definanziate, sul modello americano) stanno togliendo l’unica possibilità di diventare esseri umani. È sempre a loro che pensiamo quando scioperiamo per non somministrare i test, non a ragazzi come i tuoi che crescerebbero e cresceranno comunque.

      Ti incollo i link ai migliori articoli che ho ripubblicato sul tema: un intervento di Matteo Vescovi (mio amico e collega) e un articolo di Chris Hedges sulla scuola USA. Leggi anche, se hai tempo, gli approfondimenti di Giorgio Israel, che trovi sempre qui, cercando con il nome o sfogliando la categoria “scuola pubblica”.

      Grazie per avermi scritto.

      http://gabriellagiudici.it/matteo-vescovi-testificare-le-menti-banalizzare-la-scuola/
      http://gabriellagiudici.it/capire-il-declino-della-scuola-pubblica/

      • Cara Gabriella,

        ti ringrazio per la risposta e ti ringrazio per il lavoro che svolgi.
        Mia madre era nata in una famiglia contadina vicino ad Alba. Mio nonno, che aveva la terza elementare, aveva capito le potenzialita’ della figlia e accettato di fare i sacrifici per mandarla al liceo. Li’ mia madre incontro’ il professor Pietro Chiodi, filosofo e partigiano, e il corso della sua vita cambio’.
        Il lavoro che svolgi e’ prezioso, come prezioso fu il lavoro del professor Chiodi.

        Leggero’ gli articoli che mi suggerisci e ti tornero’ con domande per ulteriori approfondimenti.

        Oreste

  2. Le conseguenze? 91 docenti risultano soprannumerari, benchè esista una disponibilità di circa 8mila ore.

    • Ciao, ti riferisci certamente a una situazione precisa, probabilmente non italiana, visto che qui siamo bene lontani dalla sostituzione digitale dei docenti, ma ben vicini invece, alla sostituzione dell’insegnamento con l’addestramento in batteria. Se ti va dacci qualche dettaglio in più.

  3. Mi scusi professoressa,
    Ho rispolverato un vecchio articolo diffuso tramite la rete cobas da Nicoletta Bernardi, mi sembra una complemento alla sua bella riflessione.
    Anche io, al momento del mio pensionamento (01/04/2015) mi sono dotato di un moderno telefonino tecnologico, nella speranza di poter controllare meglio da lontano i miei tre figli.
    Buon fine settimana

    Adolescenti e tecnologia: in classe serve dire no?

    di Parola di Prof | 17 febbraio 2014

    La lettera è arrivata per la morte di Nadia.
    A uccidere una ragazzina di 14 anni è stato Ask.fm, il sito dove tu lanci un messaggio e tutti ti rispondono, ti fanno domande, sempre coperti dall’anonimato.
    Mai una mamma, un papà, un’insegnante, hanno pensato che la vita rigogliosa e fragile di un’adolescente potesse spezzarsi per colpa di un aggeggio elettronico regalato a Natale, o per la promozione a scuola.
    Invece è successo, e Martino ha deciso di fare qualcosa.
    Mi chiamo Martino, insegno Matematica e Scienze in una scuola media di Pavia.
    Ho 53 anni, e negli ultimi 10 ho visto una rivoluzione a scuola: i cellulari, i tablet, i palmari consegnati ai ragazzi come caramelle per star buoni, per divertirsi, per dare ai genitori un’idea di sicurezza.
    Invece quei pezzi di metallo sono trappole mortali.
    Uno stress pazzesco che occupa la mente più di tutto il resto.
    Messaggini, foto, facebook, video, giochetti idioti, frasi allusive, offese, insulti, istigazione alla violenza fisica e psicologica. Quando ne parli coi genitori sorridono, dicono: “E’ roba moderna, ce l’hanno tutti, perché mio figlio no?”.
    Pensano che i loro ragazzi siano forti, in gamba, nessun pericolo.
    Mi chiedono: “Ma non me lo rimanda mica quest’anno, vero?” quando io li avviso che il ragazzo sta più tempo con le dita sulla tastiera che a studiare.
    Ho chiesto al preside di poter vietare i telefonini in classe, mi ha detto di sì ma poi in pratica ogni professore decide come comportarsi.
    Io li faccio mettere sulla cattedra, e c’è almeno metà classe che finge di non averlo.
    Si sentono fighi a mandare messaggi quando è vietato.
    Il problema più serio è che prendono di mira i compagni deboli.
    C’è una ragazzina, in terza, che è il bersaglio di tutti.
    Studia molto e non è alla moda, la odiano maschi e femmine.
    Un ragazzo mi ha fatto vedere i messaggi su WhatsApp: ‘sei una merda, ammazzati, fai cagare’.
    Il preside dice che è meglio non immischiarsi, perché il risultato sarebbe solo di provocare nuovi attacchi.
    Quando Nadia si è suicidata ho pensato che questo lavoro non fa più per me.
    Nella pagella che consegniamo ora per il primo quadrimestre io ho espresso il voto di 5 in condotta a tutti i ragazzi che usano i cellulari durante le mie ore.
    I colleghi mi hanno detto che sono un fanatico, l’unico risultato è che qualche ragazzo poco studioso s’è ritrovato in pagella un voto più basso per il comportamento.
    Mi sembra troppo poco.
    Guardo in faccia la ragazza della terza e spero che giugno arrivi presto, per lei e anche per me.

    Martino

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    Le parole, le regole, il rispetto, sono la premessa dell’educazione scolastica. Chi sta oggi in cattedra, dalle elementari al liceo, segnala questo come tema prioritario: è più difficile domare la classe che insegnarle qualcosa. L’iperattività, l’invadenza della tecnologia, il linguaggio volgare, la violenza nel gestire sentimenti e reazioni diventano stress quotidiano, e carenza d’apprendimento. paroladiprof@gmail.com è l’indirizzo per segnalare problemi e idee. Fatelo chiunque voi siate: studenti, mamme, nonni o maestre. Le parole, per noi, sono importanti.

    • Grazie per l’interesse, Giuliano. Il tema del significato delle tecnologie nel vissuto quotidiano di studenti, professori, padri e figli, è molto vasto. In questo articolo mi sono occupata solamente della loro ambigua presenza nella didattica, e della strumentalizzazione che il modernismo sta cavalcando per imporre un nuovo modello scolastico (che, personalmente, combatto).

      Penso che in futuro mi occuperò anche dei temi affrontati nelle lettere che include.

  4. Le emozioni e i social Network: è tutto come nella realtà o si va incontro a un nuovo modello di relazione?
    Un aspetto critico è l’ “analfabetismo emotivo” (emozional litteracy).
    Con questa espressione Goleman (1995) intende:
    “La mancanza di consapevolezza e quindi di controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse associati;
    la mancanza di consapevolezza delle ragioni per le quali si prova una certa emozione;
    l’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui – non riconosciute e comprese – e con i comportamenti che da esse scaturiscono.
    Un fattore di incremento dell’analfabetismo emotivo è l’utilizzo massiccio dei media che favoriscono un modello di relazioni mediate, privando il soggetto di quegli script utili alla lettura e l’applicazione dei comportamenti sociali.
    A venir meno è soprattutto la capacità di riconoscere le emozioni dell’altro e, di riflesso, di comprendere le proprie; ciò in prima istanza porta al disinteresse emotivo.
    Sto parlando di ragazzi che comunicando spesso tramite la tecnologia web hanno disimparato a riconoscere la ricchezza della comunicazione diretta (le sfumature importanti della comunicazione non verbale ad esempio).
    Certo è che il social network spesso facilita l’espressione di sé, abbattendo il timore del giudizio immediato.
    Svelare se stessi ad un social network in ogni caso non offre la giusta ricompensa relazionale: l’uomo è fatto di emozioni e pensieri fluidi che, nella forma “stentorea” dei messaggi/status virtuali vengono stabilizzati.
    I pensieri e le emozioni di un adolescente sono ancor più fluidi, alla ricerca di risposte e conferme che sono frustrate dalla comunicazione mediata.”

    • Concordo, a patto di evitare di considerare la “realtà” come un modo autentico, dalla comunicazione genuina: in realtà non è così: anche la comunicazione che include il corpo è problematica e “riflessiva” (figuriamoci quella mediata dalle tecnologie).

  5. È un vero piacere culturale la scoperta di questo tuo blog: grazie per avermi, involontariamente, condotto qui attraverso i tuoi commenti nel mio. Farò il possibile per seguirti. Una sola annotazione sulla questione delle macchine per insegnare (prospettiva epistemologia da seguire): mi sembra una forzatura far derivare l’approccio per competenze dal comportamentismo skinneriano vedere in questo le basi dell’approccio INVALSI.

    • Ciao Gianni e grazie dello spunto. In realtà, Skinner non è il padre dell’approccio per competenze, ma dell’addestramento a compiti specifici assistito dalle macchine, cioè esattamente quello che si sta facendo con i test INVALSI. Se si getta uno sguardo alla scuola di ogni ordine e grado si vedono maestre che passano mesi ad adestrare i loro bambini alla soluzione dei quiz, insegnanti delle medie che fanno altrettanto (teaching to test) consegnando poi questi ragazzini al biennio delle superiori (dove ormai ci attrezziamo per insegnare loro a leggere ..). Il paradosso, molto postmoderno o molto orwelliano se vuoi, è che il tutto viene avvolto dalla retorica della didattica per competenze, vale a dire l’esatto opposto di una didattica basata su performance standardizzate qual è quella finalizzata ai test invalsi.

  6. …i tuoi post mi fanno davvero paura….

    Qualche sensazione non troppo rassicurante e piacevole, ce l’avevo anche io, prima di incrociarti in Rete..

    Ma che la scuola si stesse riducendo ad una sorta di catena di montaggio, dove assemblare gli schiavi di domani, davvero non l’avrei mai pensato.

    • Credo che solo quello che non possiamo capire o non possiamo contrastare debba farci paura. In questo caso, non siamo davanti a una profezia, solo davanti a vecchie idee che rischiano di tornare a guidare la scuola.

      Ciò che dici sugli effetti “disciplinari” e di controllo della scuola è poi da sempre una realtà, solo che il modello “repubblicano” (oggi al tramonto) ha evitato gli effetti peggiori con robuste iniezioni di libertà e pluralismo ed è riuscito anche ad essere un agente di emancipazione per molti. La scuola è ambivalente per definizione (come ogni forma di potere, probabilmente), esserne consapevoli è quindi fondamentale, perché è allora che si sa cosa succede quando si aprono o si chiudono gli spazi di libertà e che possiamo contare, prima ancora che comincino, quanti vengono inclusi e quanti restano fuori.

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