Il dibattito sul metodo nella ricerca sociale. 1. I principali dilemmi

by gabriella

I principali dilemmi metodologici della ricerca sociale: la realtà sociale va semplicemente studiata o la sociologia deve contribuire a cambiarla? La sociologia può mettersi al servizio delle concrete domande dell’industria o deve limitarsi alla fare ricerca teorica? E deve avvalersi di metodi qualitativi o quantitativi?

Nel novecento si è sviluppato un ampio dibattito sul ruolo dello scienziato sociale e della sociologia nell’arena pubblica e sui metodi da preferire nella costruzione del sapere sociologico. Le principali opzioni si sono aggregate intorno alla coppia neutralità vs intervento nelle politiche sociali; ricerca teorica vs ricerca empirica; ricerca qualitativa vs ricerca qualitativa.

 

Neutralità vs intervento

Con che coraggio posso perdere il mio tempo a conoscere il segreto delle stelle,
quando davanti agli occhi ho sempre presente o la morte o la schiavitù?
Agitato dall’ambizione, dalla cupidigia, dalla temerarietà, dalla superstizione,
e avendo dentro di me altri simili nemici della vita, mi metterò a pensare al moto del mondo?

Anassagora, A Pitagora [Michel de Montaigne, Essays, 26].

Gramsci

Antonio Gramsci (1891 – 1937)

Nei Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci aveva delineato l’identità e il ruolo di un intellettuale di tipo nuovo, l’intellettuale organico, proveniente dalla classe lavoratrice e ad essa legato dal compito di costruirne attivamente l’emancipazione. In questo che può essere considerato il prototipo dell’intellettuale impegnato in politica, Gramsci vedeva il superamento della distinzione tra homo faber e homo sapiens e la creazione di un’intellettualità diffusa capace di determinare cambiamenti sociali attraverso una nuova egemonia – concetto dalla lunga gestazione da Rousseau a Marx.

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Jean-Paul Sartre (1905 – 1980)

Nel XIX secolo e nei primi anni del novecento furono molti gli uomini di estrazione popolare a diventare intellettuali e guida politica delle organizzazioni proletarie (da Proudhon, allo stesso Gramsci, a Peppino Di Vittorio ..). Nella Francia degli anni ’60, furono invece gli intellettuali tradizionali, cioè, nel lessico gramsciano, gli uomini di cultura d’origine borghese – quale era stato lo stesso Marx – ad essere indicati con l’appellativo di “engagé” (impegnato), segnalando con questo il proprio impegno nel lavoro politico – il più celebre degli intellettuali engagé, e maître à penser del suo tempo è stato Jean-Paul Sartre.

A questa tradizione si rifà la sociologia critica, cioè l’insieme dei teorici che dichiarano in vario modo il sapere sociologico un sapere situato, cioè scaturito da determinate condizioni storico-sociali e naturalmente volto a riprodurle – esattamente come tutte le altre conoscenze. Consapevoli della funzione sociale della conoscenza (cioè del suo effetto produttore di realtà), questi scienziati sociali si prefiggono di mettere il proprio sapere al servizio di politiche di intervento e miglioramento sociale.

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Max Weber (1952 – 1920)

Contrario è il punto di vista, per lo più prevalente, della sociologia mainstream (cioè principale, maggioritaria, termine che ha assunto recentemente la sfumatura di “conformista”) di coloro che considerano i saperi sociologici un complesso di conoscenze scientifiche che, come tali, devono restare separate dall’intervento politico. Per questi autori, che si rifanno di norma al principio dell‘avalutatività weberiana, se è innegabile che i saperi stessi sono costruzioni sociali, è però indispensabile che la scienza faccia uno sforzo di sistematica riflessione sui nuclei teorici delle discipline, tenendoli separati dai loro immediati utilizzi pratici, così come nelle scienze dure la ricerca pura si tiene separata dalla ricerca applicata e questa dall’applicazione tecnica.

 

Ricerca teorica vs ricerca empirica

A questo dibattito si lega storicamente quello sulla vocazione empirica o teorica delle scienze sociali, e il modo in cui si è risposto a tale questione può essere visto come uno dei principali aspetti di differenza tra la ricerca nordamericana e quella europea. A differenza delle scienze dell’uomo continentali, negli Stati Uniti della prima metà del novecento, la tendenza empirica si è infatti manifestata in tutte le branche del sapere, dalla psicologia comportamentista di Skinner alla teoria dell’organizzazione di Taylor e Mayo – con importanti eccezioni quali quelle rappresentate da Thomas, Parsons ecc..

Questi studiosi non solo hanno preferito osservare sul campo i fenomeni sociali (piuttosto che studiarli a tavolino), costruendo le loro teorie con la massa di dati empirici ricavati da queste rilevazioni, ma hanno anche avuto importanti collaborazioni con settori sociali che intendevano usare quei saperi, dalla pubblicità, di cui Skinner si può considerare tra i pionieri, alla teoria dell’organizzazione, nel cui contesto Frederick Taylor ed Elton Mayo hanno concretamente edificato le prime tecniche di gestione della produzione all’interno dell’impresa. Tale commistione di ruoli e interessi tra accademia e impresa raramente ha dato origine, negli USA, alle critiche a cui si è invece esposta in Europa quella tra intellettuali e politica, scienziati sociali e sfera pubblica.

 

Ricerca qualitativa vs ricerca quantitativa

Nemmeno i numeri sono neutri

Nemmeno i numeri sono neutri

L’ultimo importante dibattito metodologico è quello che oppone i sostenitori della ricerca quantitativa, che fa uso di dati duri (hard) come le misurazioni e le statistiche e i sostenitori della ricerca qualitativa che utilizza dati soft, come i racconti e le osservazioni. Anche in questo caso, la scelta del tipo di dato non è senza conseguenze per il resto della ricerca, anche i dati, infatti sono costruzioni che possono essere osservate solo alla luce di una certa ipotesi, visione, teoria e non puri fatti. che si tratterebbe di comprendere poi.

I sociologi quantitativi nutrono una certa sfiducia nella possibilità di verificare senza misurazioni e statistiche la bontà di un’ipotesi teorica; i qualitativi, viceversa, muovono alla ricerca quantitativa il rilievo (sociologico) che l’uso massivo delle tecniche quantitative è un’operazione (ideologica) di riduzione della realtà ai soli aspetti calcolabili, tipica delle scelte di dominio e controllo della cultura occidentale e della matematizzazione del mondo da Galilei a Cartesio. 

Nonostante il dissidio, non c’è ricerca sociologica che non si avvalga oggi di entrambe le metodologie, ma il il problema travalica la ricerca sociale, perché riguarda questioni generali e a una visione della realtà che si rafforza mano a mano che l’influenza dei saperi critici (dalla filosofia, alla sociologia) declina: un esempio è l’introduzione dei test di valutazione degli apprendimenti nel sistema scolastico (INVALSI) che, lungi dall’essere neutri o innocui, misurano solo determinate abilità (performative piuttosto che complessive), costringendo la scuola a cambiare il proprio punto di vista sulle finalità dell’istituzione (sviluppo degli apprendimenti piuttosto che la sua certificazione) e sul proprio ruolo (costruzione dell’uguaglianza invece che fornitura di un servizio).


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