La globalizzazione

by gabriella

globaViviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire.

Pier Paolo Pasolini

No, non parlerei di ottimismo .. Come si può essere ottimisti di fronte all’attuale situazione del mondo? D’altra parte, come si fa ad essere soltanto pessimisti? Il mondo che ci sta di fronte è carico di paradossi che non possono che renderci perplessi.

Ulrich Beck, La società globale del rischio. Discussione con Danilo Zolo, 1999

I termini globalizzazione e mondializzazione sono entrati nel lessico sociologico negli anni ’80, per indicare un vasto insieme di fenomeni connessi all’aumento dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo.

In quegli anni iniziava infatti a delinearsi l’esito dell’accelerazione di processi tipici della modernizzazione, prima tra tutte l’integrazione economica già descritta da Marx nel XIX secolooltre che lo sviluppo di una rete di comunicazione planetaria che McLuhan indicava nel 1968 come l’infrastruttura del «villaggio globale», ossimoro sociologico con cui lo studioso canadese alludeva all’abbattimento simbolico dello spazio e della distanza e alla nuova vicinanza tra genti lontane [non escludente una nuova lontananza tra vicini] generata dai media elettrici, poi elettronici.

Questa straordinaria trasformazione capace di investire una molteplicità di aspetti della vita individuale e collettiva dell’umanità, presenta le caratteristiche distintive dell’interdipendenza planetaria, per la quale ciò che accade localmente non resta isolato ma produce conseguenze nel resto del pianeta [Giddens, 1990], e dell’autopercezione globale, vale a dire la consapevolezza diffusa di vivere ormai in un mondo ristretto, in cui ciò che succede lontano – dal terremoto in Giappone all’epidemia di ebola nell’Africa centrale – ci riguarda; e in cui eventi e accadimenti significativi vengono vissuti simultaneamente in ogni parte del globo – dal matrimonio del principe William, alla finale dei mondiali di calcio, alla guerra in Iraq.

 

L’integrazione economica

globalizzazioneL’integrazione economica mondiale è un fenomeno di progressiva unificazione dei mercati, nel cui contesto la produzione e la commercializzazione di beni e servizi hanno per scenario il mondo intero.

Negli ultimi cinquant’anni, la presenza di reti di telecomunicazione planetarie ha dato un decisivo impulso, da un lato, alla riorganizzazione dei processi produttivi delle imprese che ha permesso la dislocazione di strutture e servizi in luoghi diversi del pianeta – in genere, mantenendo i centri direzionali in Occidente e delocalizzando la produzione nel resto del mondo – e, dall’altro, all’omogeneizzazione dei bisogni e dei modelli di consumo che, minimizzando le tradizionali differenze regionali tra i gusti dei consumatori, ha permesso alle imprese di rivolgersi ad un pubblico globalizzato, sfruttare rilevanti economie di scala (cioè risparmi crescenti all’aumento della dimensione dei fenomeni economici) nella produzione, distribuzione e marketing dei prodotti, e praticare politiche di bassi prezzi, penetrando in tutti i mercati.

Tali fenomeni scaturiscono dai processi di integrazione internazionale avviati nel XIX secolo e intensificatisi dopo le guerre mondiali, grazie al progresso tecnologico (trasporti e telecomunicazioni) e a una serie di accordi commerciali promossi da organismi internazionali nati dopo il secondo conflitto mondiale (WTO, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale), che hanno ridimensionato le barriere naturali e giuridiche alla libera circolazione delle merci e dei capitali (liberalizzazione), rendendo il commercio mondiale sempre meno condizionato dalle distanze geografiche.

 

Imprese transnazionali e concentrazione di capitali

Shanghai

Shanghai

Ciò ha alimentando la crescita dei gruppi multinazionali e di fenomeni di concentrazione di capitali su scala mondiale. Giganteschi flussi planetari di capitali, beni e servizi prodotti da imprese multinazionali e transnazionali i cui patrimoni superano quelli di molti stati, passano per le cosiddette città globali, metropoli come Londra, New York, Bangkok, Shanghai, divenute crocevia dell’economia e della finanza internazionale.

nestleIl gigantismo di queste entità economiche che includono imprese industriali e complessi finanziari, fa sì che in alcuni settori esse operino in regime di oligopolio – una situazione in cui il mercato è dominato da poche grandi imprese – come accade nell’agribusiness che vede il 70% del mercato del cacao controllato dalle tre multinazionali Gill & Duffus, Caldbury-Schweppes e Nestlé, mentre il 30% di quello della margarina è dominato dalla Unilever, erede della compagnia che nell’Ottocento ha realizzato le prime grandi piantagioni in Africa.

del monteLe dimensioni di queste imprese e la loro natura internazionale tendono ad accentuarsi attraverso fusioni e acquisizioni aziendali, fenomeni di concentrazione di capitali che danno luogo anche alla formazione di colossi aziendali che collezionano più marchi di una stessa filiera produttiva o che operano in settori diversi (conglomerati), come l’americana Reynolds che produce sigarette ed è proprietaria anche del marchio Del Monte.

 

La finanziarizzazione dell’economia

Io credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà di quanto non lo siano gli eserciti permanenti. Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l’emissione del denaro, dapprima attraverso l’inflazione e poi con la deflazione, le banche e le compagnie che nasceranno intorno alle banche priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato.

Thomas Jefferson

Tali dinamiche hanno favorito un’espan­sione abnorme della finanza internazionale, tanto che il valore delle transazioni giornaliere sui mercati valutari è ormai superiore allo stock delle riserve valutarie esistenti, il che segnala la progressiva divaricazione tra i fenomeni produttivi e quelli relativi alla circolazione di denaro (finanziarizzazione dell’economia). Uno dei fenomeni legati alla finanziarizzazione dell’economia, espressione con la quale si intende la tendenza dei capitali a valorizzarsi fuori dalla produzione di beni e servizi e a spostarsi velocemente in investimenti e disinvestimenti internazionali, è la crescente importanza delle agenzie di certificazione (agenzie di rating), società di analisti finanziari che emettono giudizi e valutazioni sui bilanci di enti pubblici e privati, in grado di orientare i flussi di investimenti giocando quindi un ruolo diretto, più che terzo, nella valorizzazione dei capitali.

Here comes another bubble, it's the monster rally all around the valley

Here comes another bubble, it’s the monster rally all around the valley

Altrettanta rilevanza hanno ormai i nuovi strumenti finanziari, future, swap (derivati) e contratti d’opzione, che hanno affiancato gli strumenti tradizionali di circolazione del denaro nelle borse mondiali quali le azioni, le obbligazioni, i titoli pubblici e i fondi d’investimento. Questi nuovi strumenti, sono caratterizzati dalla circolazione di capitali su una pluralità di mercati – alcuni regolati, altri, molto ricchi, che sfuggono anche alle autorità internazionali di regolazione – in cui si scambiano previsioni sui rendimenti futuri, compravendite anticipate e strumenti assicurativi contro rischi finanziari, per una valore calcolato nel 2013 in dieci volte la ricchezza mondiale. Oltre all’entità complessiva delle transazioni, la capacità delle grandi banche di spostare ingenti liquidità è essa stessa fattore di instabilità e perturbazione, così che le turbolenze di mercato rendono permanentemente instabile l’infrastruttura finanziaria dell’economia globale.

Tale volatilità è all’origine delle crisi finanziarie, nelle quali si verificano improvvise cadute dei prezzi di determinati beni che fanno crollare il mercato (bubble burst). Il fenomeno, noto dallo scoppio della bolla dei tulipani del 1637, si è intensificato recentemente – solo negli ultimi quindici anni: il crollo del fondo Long Term Capital Management (LTCM) nel 1998; la bolla delle dot-com (2000) e quella immobiliare (sub-prime 2007) – ed è stato oggetto di un intervento dell’economista di Harvard ed ex segretario al Tesoro americano Larry Summers che, in un’audizione al FMI del 2013, ha parlato di stagnazione del capitalismo e della possibilità di sostenerlo solo riproducendo bolle borsistiche o immobiliari simili a quelle che l’hanno sostenuto nel recente passato, sfociate tuttavia nella crisi finanziaria ancora in corso.

Che si tratti della fine di un ciclo di accumulazione dell’economia capitalistica – come sostenuto da quanti accolgono la tesi braudeliana che l’espansione finanziaria non sia una novità della globalizzazione, ma una costante dell’esaurimento delle forze produttive che ne hanno dominato una fase (Arrighi, 1996) – o di una crisi più radicale del sistema di mercato, è oggetto di discussione [ma spicca con evidenza lo stile decadente dei protagonisti della borsa, consapevoli, come in una famosa scena di The Wolf of Wall Street di non creare niente ed essere attori di una perpetua rivoluzione del fake].

 

La divisione mondiale del lavoro e il declino della classe lavoratrice

Deindustrializzazione, delocalizzazione e divisione mondiale del lavoro

Detroit

La stazione ferroviaria di Detroit in stato di abbandono

Le trasformazioni economiche che hanno accompagnato la deindustrializzazione di molte aree produttive occidentali e la delocalizzazione delle fabbriche ad est e in Asia che, per converso si industrializzano, hanno approfondito la divisione mondiale del lavoro, consistente nella suddivisione in segmenti dei processi produttivi e nella loro distribuzione tra fasce di lavoratori e tra i lavoratori dei diversi paesi del mondo. 

Nell’attuale divisione mondiale del lavoro si assiste, in effetti, al doppio fenomeno della dislocazione di fabbriche e attività distributive in luoghi diversi (delocalizzazione) e della telematizzazione del lavoro, consistente in un’organizzazione produttiva che prevede la possibilità di lavorare da casa o dal proprio paese, rendendo un servizio a un’azienda o a una regione lontani dal proprio domicilio (telelavoro).

La deindustrializzazione, il cui esempio più emblematico è probabilmente quello della città di Detroit, è un processo di drammatico declino degli impianti produttivi che trascina con sé le forme di vita legate all’economia industriale con le loro relazioni sociali, gli stili di vita, le culture operaie. La capitale del Michigan, già sede della General Motors – fabbrica automobilistica il cui impianto è stato pesantemente ridimensionato nel 2005 in seguito alla crisi iniziata negli anni ’80 e allo spostamento della produzione in Cina – al quale gli operai che avevano rifiutato il dimezzamento dello stipendio non riuscirono ad opporsi -, è oggi una città che lotta contro il rimboschimento delle proprie periferie, che ha visto più che dimezzata la popolazione residente (da 1.800.000 a 700.000 abitanti) e radicalmente mutata la sua composizione, oggi al 70% nera, contro il 30% di quella degli anni ’60. A causa della perdita delle entrate economiche, nel 2013 la municipalità cittadina ne ha dichiarato la bancarotta, decidendo di lasciare allo stato di abbandono due terzi del tessuto urbano.

Mentre genera impoverimento in occidente, nel sud del mondo lo spostamento degli impianti produttivi innesca l’aumento delle diseguaglianze e meccanismi di radicale trasformazione delle società interessate. Com’è avvenuto nella prima e seconda industrializzazione europea, anche in Asia le forme rurali e i costumi tradizionali entrano brutalmente in contatto con un sistema di vita estraneo, caratterizzato da ritmi e valori sconosciuti. Della condizione anomica degli ex contadini trapiantati nelle nuove megalopoli industriali, testimonia il disagio degli operai della Foxconn di Shenzhen, la fabbrica che produce componenti elettronici per la Apple nella quale, nel 2010, undici operai si sono suicidati gettandosi dagli ultimi piani dello stabilimento.

call center New Dheli

Un call center a New Delhi

Attraverso la telematizzazione del lavoro, un fenomeno che si lega alla terziarizzazione dell’economia – vale a dire all’aumento di dimensioni e rilevanza strategica dei servizi del terziario avanzato verificatasi nel secondo dopoguerra – servizi amministrativi, di produzione software o di assistenza ai clienti vengono assegnati a personale che non deve recarsi in fabbrica o in ufficio, o che va a lavorare in strutture lontane dalla sede dell’azienda per cui lavora.

Mentre il telelavoro domestico ha un’importanza ancora relativa per numero di lavoratori impiegati, lo spostamento in luoghi lontani di interi reparti amministrativi in collegamento telematico e telefonico con l’azienda e con i clienti ha già dimensioni rilevanti a causa del minor costo dei lavoratori telematici, residenti in aree non industrializzate: dai primi call center Vodafone che rispondevano dall’India ai clienti inglesi, alla customer care di Fastweb che oggi risponde a quelli italiani dall’Albania (nazione nella quale l’italiano è conosciuto grazie alla ricezione satellitare delle nostre televisioni), si aggiunge il massiccio impiego degli sviluppatori software di Bangalore (India) da parte di Microsoft, che non deve più preoccuparsi di procurare visti d’ingresso a una forza lavoro skilled (scolarizzata e competente) e a basso costo che resta in patria.

 

Il declino del lavoro

minatori cinesi

Minatori cinesi

Con la divisione mondiale del lavoro cambia il valore e la percezione del lavoro stesso, perché l’impresa può aumentare i profitti senza aumentare la produzione o la vendita, semplicemente distribuendo il lavoro in modo da ridurre i costi. Diminuisce, in questo modo, la rilevanza del personale nel processo produttivo.

Per i lavoratori cresce l’incertezza e si profila concretamente la concorrenza incontrollabile di lavoratori lontani, non sindacalizzati e disposti a vendere la propria attività al miglior costo per l’azienda (dumping). Nonostante l’aumento della conflittualità delle relazioni industriali nei paesi emergenti, con richieste salariali e forti scioperi in Cina, in Sudafrica, in Brasile, le condizioni e i diritti del lavoro sono ancora molto differenti da quelle conquistate in Occidente, tanto che gli orari di lavoro e i ritmi massacranti delle fabbriche, i morti nelle miniere cinesi e turche profilano un nuovo scenario di accumulazione originaria, la condizione di sfruttamento intensivo osservata da Marx ed Engels nell’Europa del XIX secolo.

La collocazione dei lavoratori di una stessa azienda in luoghi diversi, la disoccupazione, la sottooccupazione e la precarizzazione, il dumping sociale dai paesi emergenti, il venir meno di luoghi condivisi di lavoro (telelavoro), accelerano il declino della classe lavoratrice, nata con l’industrializzazione. La debolezza sociale del lavoro è attestata dal crollo della conflittualità sindacale negli ultimi trent’anni e dalla contrazione del reddito da lavoro fatta registrare nello stesso periodo. Anche la tradizionale polarità tra direzione e operai nel quadro della gerarchia del lavoro, tende ad essere sopravanzata dalla nuova opposizione tra chi è incluso nei processi produttivi e chi ne è, invece, tagliato fuori, tra chi è in e chi è out.

SCIOPERI

Diminuzione degli scioperi in Italia dal 1981 al 2009

reddito lavoro

A partire dagli anni ’80, ha scritto André Gorz, il filosofo (naturalizzato) francese autore di Addio al proletariato (1980), e Metamorfosi del lavoro (1988)

«stiamo uscendo dalla società del lavoro senza crearne nessun’altra».

tornado sul lavoro

La distruzione tecnologica del lavoro

L’ingresso dell’automazione e della robotica nei processi produttivi, poi quella delle tecnologie digitali, hanno ridotto l’esigenza di mano d’opera nelle fabbriche e negli uffici, mentre ulteriori innovazioni annunciano una nuova ondata di distruzione tecnologica del lavoro (The Economist, 2014) (disoccupazione tecnologica). Il sogno di una società liberata dal lavoro sembra quindi mostrare, negli anni della nuova depressione economica, il volto poco rassicurante della povertà diffusa. Il problema del nostro tempo, aggiungeva quindi Gorz ben prima degli anni zero, non è allora quello della produzione, ma dell’

«equa ripartizione sia della ricchezza sia del lavoro necessario a produrla».

Nelle società moderne la finalizzazione capitalistica al profitto si legittimava in quanto portatrice di benessere diffuso. L’impresa che faceva profitti, creava occupazione e finanziava lo stato, concorrendo alla creazione di benessere. Si profila, ora, la possibilità di un capitalismo svincolato dal peso di assicurare l’occupazione e di finanziare il Welfare statale.

 

 

Global Class e povertà locali

auto d'oro

La concentrazione della ricchezza e lo sfarzo delle nuove élite

Zygmunt Bauman e Ulrich Beck hanno osservato, tra i tanti, la nascita di una nuova stratificazione sociale, portatrice di diseguaglianze più ampie di quelle comparse con la modernizzazione. Il «mercato senza regole» (deregulation), fine dell’ideologia neoliberale che domina il discorso pubblico dagli anni ’80, non si è dimostrato il meccanismo la cui «mano invisibile» redistribuisce le ricchezze secondo i bisogni, secondo le aspettative di Adam Smith, ma un dispositivo che le concentra oscenamente (il cosiddetto “global pillage”, saccheggio globale): una stima degli anni zero ha calcolato che i tre uomini più ricchi del mondo detengono un reddito pari al Pil di tutti i Paesi più poveri (600 milioni di persone) (Peter Singer, One World: The Ethics of Globalization, 2004).

Si tratta di un fenomeno difficile da percepire nella sua effettiva entità. Il video sottostante [elaborato da Michael Norton della Harvard Business School e Dan Ariely della Duke University] mostra, ad esempio, quanto sia arduo per i cittadini americani stimare la diseguaglianza esistente nel proprio paese.

Nei paesi emergenti (BRICS Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), come in quelli poveri, nascono nuove élite che controllano le risorse naturali e gli scambi commerciali verso i mercati occidentali e si separano dalla condizione media delle loro società, adottando una stile di vita sfarzoso.

Il benessere blindato della nuova stratificazione sociale a Città del Messico

Il benessere blindato della nuova stratificazione sociale a Città del Messico

Emerge una global class di cittadini del mondo, di ogni provenienza, ad alto reddito e capaci di muoversi nello spazio transnazionale per trarne molteplici vantaggi, accanto a una moltitudine di uomini incatenati alla loro condizione locale, con basso reddito, bassa scolarizzazione, limitate opportunità, diritti e libertà di movimento. E’ stato Beck il primo a descrivere questa nuova upper class globale, dalla sala d’aspetto di un aeroporto che miscelava i gusti, le conoscenze e le esperienze di chi faceva colazione a New York per finire la serata a Francoforte dalla quale progettare un week end a Bangkok (U. Beck, What Is Globalization?, 1999). La global class è nomade e a proprio agio nel mondo, i poveri restano legati al suolo.

Bauman ha fatto notare come la nuova stratificazione mondiale presenti aspetti peggiorativi rispetto alla precedente, perché sta venendo meno la reciproca dipendenza tra ricchi e po­veri che vedeva i benestanti di un tempo preoccupati dell’esistenza e dei consumi degli umili nella duplice veste di forza-lavoro e di consumatori. Nella società globalizzata, il consumo è riservato a gruppi di individui agiati, le cui fortune dipendono sempre meno dal lavoro altrui e sono perciò in grado di blindarsi e rendersi autonomi dal resto della società, come accade nelle proprietà fortificate di Città del Messico, Los Angeles, San Paolo, Nairobi [Mike Davis, City of Quartz. Excavating the Future in Los Angeles, 1990]. Il capitalismo deregolato si traduce così in uno spazio economico anarchico, in cui gli animals spirits del mercato esprimono le pulsioni sociali più anomiche.

 

 

Gli aspetti culturali

La compressione spazio-temporale 

Riduzione delle istanze dal XVI secolo ad oggi

Riduzione delle distanze dal XVI secolo agli anni ’70

Nella società contemporanea le interconnessioni e le interdipendenze che caratterizzano la vita moderna aumentano vertiginosamente, laddove le distanze, fisiche e comunitative, si riducono.

Mentre il primo aspetto è legato all’integrazione economica e alle telecomunicazioni globali, il secondo si deve alla compressione dello spazio/tempo (space-time compression), la percezione di un mondo rimpicciolito dalla diminuzione dei tempi di percorrenza delle distanze (Harvey, 1989, 1993).

 

La glocalizzazione

L’interconnessione e il restringimento del mondo non danno luogo, tuttavia, a una cultura globale, uniforme e pienamente omologata, ma a una cultura globalizzata che si manifesta nella trasformazione delle relazioni che legano le nostre pratiche, esperienze e identità culturali ai luoghi che abitiamo. Nel 1997, Roland Robertson ha definito questa trasformaziona glocalisation”, sottolineando come locale e globale oggi non si escludano, ma si fondano, dando luogo a fenomeni paradossali e ironici. La glocalizzazione è infatti,

la presenza simultanea, la co-presenza, sia dell’universalizzazione che di tendenze particolari – the simultaneity – the co-presence – of both universalizing and particularizing tendencies” [Globalization and Indigenous Culture1997].

Guerra tribale in Nuova Guinea

Guerra tribale in Nuova Guinea

Una celebre presa d’atto dell’esistenza di questa dinamica si trova in un aneddoto riferito da Anthony Giddens nel 1999:

Qualche anno fa, una mia amica che studia la vita di villaggio nell’Africa centrale fece la sua prima visita in un’area remota, dove avrebbe dovuto svolgere la sua ricerca sul campo. Il giorno in cui arrivò fu invitata da persone del posto a trascorrere la serata insieme al loro: si aspettava di incappare nei consueti passatempi di questa comunità isolata, invece si trovò invitata alla proiezione su videocassetta di Basic Instinct, film che a quell’epoca non era ancora uscito nelle sale di Londra [Runaway World: How Globalization is Reshaping Our Lives, 1999].

Mcdonaldizzazione del mondo (imperialismo culturale)

Mcdonaldizzazione del mondo (imperialismo culturale)

Alla fine degli anni ’90, John Tomlinson aveva precisato che la dimensione glocal è l’esito dei fenomeni di deterritorializzazione e riterritorializzazione culturale, consistenti nella perdita del legame con la località, provocata dal rimodellamento culturale della globalizzazione e nella ridefinizione locale di nuovi costrutti culturali [Globalisation and Culture, 1999].

Teorici come Robertson, Tomlinson e Giddens escludono, quindi, l’idea di una semplice omologazione culturale, alla quale aveva alluso inizialmente l’americano George Ritzer, che nel 1996 aveva parlato di mcdonaldizzazione del mondo, indicando nella diffusione degli hamburger di McDonalds il simbolo della standardizzazione degli stili di vita e di consumo a livello mondiale. Il limite dell’analisi di Ritzer consiste infatti nel pensare alla globalizzazione come ad una riduzione ad uno, alla cancellazione del locale, del quale invece il capitalismo mondiale si serve per alimentare i propri flussi commerciali.

 

Migrazioni e multiculturalismo

Identificazione nei CIE

L’identificazione nei CIE

Il fenomeno migratorio, antico quanto la specie homo, ha ricevuto un nuovo impulso dalla globalizzazione. La progressiva riduzione dello spazio fra le nazioni indotto dalle tecnologie di informazione e comunicazione esercita effetti significativi sulla percezione reciproca degli abitanti del pianeta e promuove una domanda di mobilità e di cambiamento nel sud del mondo. Flussi imponenti di migranti cercano di sottrarsi alle guerre, alla miseria, all’oppressione politica, passando illegalmente il muro della morte al confine tra Messico e Stati Uniti, o premendo alle frontiere della «fortezza Europa» davanti alle quali, dal 1988, hanno perso la vita oltre ventimila persone.

L’mmigrazione dal sud del mondo è infatti illegale in un mondo che ha abbattuto le barriere alla circolazione delle merci e del denaro, ma ha rafforzato quelle relative allo spostamento degli uomini [Bauman, 2004] .

Lo sfruttamento dei Sikh nell'agro pontino

Lo sfruttamento dei Sikh nell’agro pontino

Nei paesi europei, il soggiorno di stranieri richiedenti asilo o in cerca di un visto per lavoro o ricongiungimento familiare è segnato dalla restrizione della libertà personale nei centri di identificazione o dai rimpatri e, per quelli che ottengono il permesso di restare, da forti difficoltà di inserimento. In Occidente, dove gli immigrati lavorano prevalentemente nei servizi stagionali all’agricoltura, nei cantieri e nei servizi di cura ai malati e agli anziani, la presenza degli immigrati crea resistenze e barriere all’integrazione, a causa dei differenti modelli normativi di cui i nuovi arrivati sono portatori, e della difficile convivenza nello strato più disagiato della popolazione autoctona in cui i nuovi arrivati si inseriscono e nel quale facilmente si accendono conflitti tra laters – autoctoni, ma anche immigrati di più antica data che non è infrequente veder protestare agli uffici comunali perché nel proprio condominio «ci sono troppi stranieri» e newcomers – i nuovi arrivati [Herbert J. Gans, Makins Sense of America, 1999].

later2Negli Stati Uniti e in paesi come la Francia e l’Inghilterrra, nei quali il fenomeno del multiculturalismo, cioè della convivenza di gruppi sociali di diversa provenienza, si è presentato fin dalla disgregazione degli imperi coloniali, si sono affermati due modi alternativi, ugualmente problematici, di affrontare le questioni della coesione sociale e dell’inclusione delle minoranze etniche:l’assimilazione e il melting pot.

La République

La République

Il primo modello, praticato in Francia, considera i francesi di ogni origine formalmente uguali nei diritti universali di cittadinanza, senza riguardo alle differenze culturali e religiose che passano in secondo piano rispetto ai valori repubblicani; il secondo, proprio dei paesi anglosassoni, manca della cornice universalistica tipica dell’approccio illuministico dei francesi e mantiene le differenze culturali l’una accanto all’altra rinunciando alla missione di fonderle e assimilarle in una sintesi superiore, come accade appunto in un minestrone, le cui componenti vegetali sono riconoscibili anche dopo la cottura.  

L’universalismo francese si è scontrato, negli ultimi trent’anni, con una forte reazione identitaria da parte dei propri cittadini di origine straniera che hanno avvertito in modo stridente la divaricazione tra una condizione di marginalità e la promessa d’emancipazione della RépubliqueSono espressione di questo disagio il ritorno al velo islamico di donne che non lo avevano mai indossato – shock che alimenta un dibattito estesissimo sulla laicità delle istituzioni e sul divieto di indossarlo a scuola -, il recupero, anche da parte dei figli di immigrati nati in Francia, di comportamenti legati alla religione e alle tradizioni della madre patria, oltre alla forte partecipazione dei beurs (termine dispregiativo per i figli degli immigrati di origine magrebina) alle vicende dei paesi d’origine, dai fischi all’équipe quando gioca con la nazionale algerina, agli scontri di protesta agli Invalides contro i bombardamenti su Gaza.

KKK

Ku Klux KLan, i suprematisti bianchi

Nel modello multiculturale di matrice anglosassone è meno avvertita la necessità di riappropriarsi di costumi che sono lasciati ad ognuno nell‘indifferenza delle differenze, ma è invariato il problema dell’inclusione e forte quello del razzismo, come nel caso emblematico della società americana.

Entrambi gli approcci sono in difficoltà davanti ai conflitti normativi, nel momento in cui il complesso di valori e orientamenti di cui sono portatori gli immigrati entra in collisione con le norme sociali e con le leggi dei paesi d’arrivo: poligamia, decisioni sull’educazione dei figli, mutilazioni genitali.

 

Secolarizzazione e reincantamento del mondo

L’erosione delle tradizioni è stato uno degli aspetti più appariscenti della modernizzazione. Marx ed Engels ne avevano parlato come di un «ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali»:

l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti [Marx, Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848].

In Occidente, la globalizzazione sta erodendo l’autorità di modelli di vita che si rifanno al passato collettivo delle comunità. I modi tradizionali di vivere la famiglia, la sessualità, la procreazione, le differenze di genere e di provenienza, entrano in crisi, diventando habitus senza forza vincolante per molti, scelte reattive di forte identificazione per alcuni.

morale autonoma

La morale autonoma degli individui contemporanei

Le religioni perdono fedeli, il culto viene praticato da un numero decrescente di adepti, sovrastato da quello in aumento di individui che adottano una relazione intima e personale – non più pubblica e condivisa – con la divinità, dove non si professino apertamente atei o agnostici. Lo stile di vita si laicizza. Sono i riti secolari dello spettacolo, dalle partite di calcio ai mega-raduni (anche quando si tratta di eventi religiosi, perché è ora la forma e non il contenuto a creare comunità) ad assolvere, in luogo dei rituali religiosi, il ruolo catartico della costruzione dell’ecclesia, dello stare insieme.

delitti familiari

Disgregazione e violenza familiare

Un luogo di crisi straordinaria della tradizione è rappresentato dalla trasformazione della famiglia e dal nuovo rapporto degli individui con la sessualità e la procreazione. Aumentano le famiglie informali, i divorzi, le famiglie monoparentali e ricostituite, la filiazione fuori dalla famiglia, eterologa, omosessuale, di single, mentre la famiglia nucleare, lasciata sola ad affrontare le trasformazioni e i drammi del vivere quotidiano esplode in mille contraddizioni, diventando luogo di conflitti e di pericolo per i suoi componenti più deboli: le donne, i bambini, i vecchi.

A questo massiccio fenomeno di disgregazione della tradizione e di laicizzazione dei costumi rispondono i fondamentalismi religiosi – cristiano e islamico, ma anche indù e buddista -, espressione di porzioni di società che rifiutano il declino secolare del rispettivo credo e reagiscono riaffermando i valori comunitari della religione tradizionale.

Creazionismo

Creazionismo

Di fondamentalismo religioso si è cominciato a parlare negli Stati Uniti agli inizi del ’900, per riferirsi alle sette protestanti che rifiutavano la teoria biologica dell’evoluzione perché in contrasto con il racconto biblico della creazione. Il numero dei fondamentalisti che negli USA si oppongono all’insegnamento nelle scuole della teoria di Darwin, rappresenta oggi una realtà sociale significativa.

Più noto in Europa è il fondamentalismo islamico, definizione coniata dai media occidentali nel 1979, per indicare l‘integralismo della Repubblica Islamica dell’Iran sorta dalla rivoluzione islamica guidata dell’imam Khomeini. Più recentemente, è stata attribuita al richiamo ai presunti valori fondanti dell’Islam di wahabiti e salafiti che hanno conquistato seguito in diversi paesi islamici, nei quali hanno imposto la sharīa (la legge coranica). Dall’attentato alle Torri gemelle (2001), attribuito ad Al Qaeda, e seguito dagli appelli dell’organizzazione al jihad, oggi replicati dall’ISIS, il termine ha finito per identificare la violenza di organizzazioni terroristiche o militari che dichiarano di ispirarsi alla lettura integrale della pagina coranica.

L'orologio

L’orologio del califfo Al Baghdadi

Al di là di fenomeni che restano separati dal culto, va osservata la natura radicalmente antimoderna dell’Islam, nel cui contesto manca – con l’eccezione di una gracile letteratura tardonovecentesca – l’idea di una possibile separazione tra etica e politica, etica ed economia, che è invece un tratto distintivo della secolarizzazione moderna e della laicizzazione delle istituzioni politiche occidentali. I musulmani hanno infatti una visione del mondo racchiusa dall’espressione dīn wa dunya, ovvero “religione e mondo”, che rende impossibile per un credente riservare l’espressione della fede alla sfera intima della propria coscienza, senza tentare di modellare il mondo esterno su di essa. 

Le dinamiche culturali della globalizzazione e i sussulti geopolitici che interessano il Medio Oriente e l’Asia generano quindi nei paesi islamici una forte reazione che porta con sé irrigidimento e chiusura identitaria. Ironicamente, il fondamentalismo islamico è, oltre che antagonista, anche figlio della globalizzazione, che lo provvede di reti di comunicazione con cui alimenta le proprie attività di proselitismo.

La qualità dei video prodotti dai numerosi mediacenter legati all’ISIS, spinge ancora più avanti un’ibridazione culturale, negata nei sentimenti, più che mai evidente. Nel video sottostante, un frammento di Greatings from Islamic State (Saluti dallo Stato Islamico) – tra i molti filmati di propaganda dell’ISIS presenti su YouTube – un esempio del sapiente utilizzo degli islamisti delle tecniche di comunicazione, ripresa e montaggio (oltre che della pervasiva presenza di videocamere, smartphone e cronografi) inglobato nei costumi della tradizione più ortodossa.

 

 

Gli aspetti politici

Il declino della politica e la post-democrazia

Il finanziere George Soros

Il finanziere George Soros

Da circa tre decenni, i sociologi stanno osservando l’indebolimento della sfera pubblica e della capacità degli stati nazionali di influire sulle scelte di altri organismi anche in caso di decisioni vitali per le proprie collettività. Alcuni autori hanno fatto notare l’emergere di un policentrismo politico-istituzionale nel quale attori non statali – mercati, portatori d’interesse (stakeholder) internazionali, organizzazioni non profit – e organismi internazionali – ONU, UE, OCSE, ecc. – intervengono in politica.

Il panfilo Britannia dove nel 1992 vennero decise del dismissioni del patrimonio pubblico italiano

Il panfilo Britannia dove nel 1992 vennero decise del dismissioni del patrimonio pubblico italiano

Altri, più criticamente, hanno evidenziato il sovvertimento del rapporto tra politica ed economia, nel quale non si realizza più il governo politico dell’economia, ma quello privato ed economico della politica; dove cioè i mercati – poche decine di migliaia di operatori finanziari e alcune agenzie di rating – controllano gli stati condizionandone le scelte, attraverso prassi sempre meno segrete e più esplicite. Per portare un esempio italiano di questa evoluzione, si consideri il passaggio dalla riunione informale sul panfilo della Regina Elisabetta del 2 giugno 1992, nella quale vennero decise con i banchieri anglo-americani le privatizzazioni di SIP (telefoni di stato), autostrade, ENI, Ferrovie dello Stato, Poste, (e perfino della) Banca d’Italia, al memorandum di JP Morgan del 2013, un documento ufficiale con cui una banca straniera ha chiesto riforme costituzionali ad uno stato sovrano (l’Italia) – nell’immagine in alto, George Soros, le cui celebri speculazioni finanziarie costrinsero la sterlina britannica e la lira ad uscire dal Sistema Monetario (SME) nel 1992.

economic regulationUna ragione di questo rovesciamento risiede nell’asimmetria tra il carattere locale dei poteri statali e quello globale dei poteri economici e finanziari. La politica, soprattutto dei paesi più deboli, è infatti ancorata ai confini degli stati nazionali, entro i quali esercita il potere politico. Al contrario, i poteri economici e finanziari sono ormai poteri globali che si esercitano al di fuori dei controlli politici, e senza i limiti posti dal diritto (dalle legislazioni e dalle costituzioni) che è ancora prevalentemente statale. Ciò che è entrato in crisi è dunque il legame tra democrazia e popolo, nonché quello tra poteri decisionali e regolazione giuridica (post-democrazia; Crouch, 2000). In assenza di una sfera pubblica alla loro altezza, i poteri economici e finanziari si sono sviluppati senza limiti né regole, imponendo sempre più apertamente alla politica le loro regole e i loro interessi.

liberalismoL’altra fondamentale ragione del dominio della sfera economica su quella pubblica è di carattere ideologico e consiste nell’affermazione, da parte del (neo)liberismo (dottrina politica discendente del liberalismo) del primato dell’economia, che si fonda sui due potenti postulati della concezione dei poteri economici come libertà fondamentali (la proprietà è legata da Locke al diritto di autoconservazione) e delle leggi del mercato come leggi naturali (dalla mano invisibile all’ipotesi dell’orda).

tecrocrati

Draghi e Monti

Di qui il rifiuto di qualunque intervento statale diretto a limitare l’autonomia degli operatori economici e finanziari e l’assunzione come tesi scientifiche o situazioni di fatto di luoghi comuni ideologici – come il clamoroso errore di Rheinart e Rogoff sul rapporto tra debito pubblico e crescita che ha fatto scandalo nel 2013. Di qui anche la trasformazione della politica in tecnocrazia, cioè nella sapiente applicazione delle leggi dell’economia da parte di governi “tecnici”, in realtà, assolutamente politici (nel senso che assumono decisioni e non si limitano ad applicare regole scientifiche o principi tecnici), ma legittimati dai mercati invece che dal consenso elettorale.

La marginalizzazione del consenso e degli strumenti tradizionali della democrazia liberale sfociano così in un modello neo-autoritario (soft-fascism) che non impone i propri interessi attraverso colpi di stato militari (come i golpe degli anni ’60 e ’70), ma con le attività di lobbying e le commistioni tra mafie, massonerie e poteri pubblici.

La subalternità delle politiche nazionali al volere dei mercati (ai quali gli uomini di governo rispondono più che ai loro elettori), ha svuotato, insieme al ruolo di governo della politica, il ruolo e la stessa legittimità delle istituzioni rappresentative, alle quali i poteri economici impongono interventi antisociali (ad esempio, la legislazione sul lavoro) a vantaggio degli interessi privati, della massimizzazione dei profitti e della privatizzazione dei beni comuni. Ne consegue un ruolo parassitario della politica e delle istituzioni democratiche e un generalizzato discredito del ceto politico, attestato da tassi sempre più bassi di popolarità dei partiti, dei loro leader e delle stesse istituzioni rappresentative.

La polis scompare, è il mercato a farsi luogo di socializzazione

La polis scompare, è il mercato a farsi luogo di socializzazione

Questa crisi non si limita ai vertici della politica: l’economia forgia tutte le restanti dimensioni. Nel mondo globalizzato scompare la polis ed è il mercato, come luogo di socializzazione, a sostituirlo, mentre il cittadino perde lo status di portatore di diritti, per diventare consumatore e cliente dei residui servizi pubblici.

L’ansia di consumo è un’ansia di obbedienza ad un ordine non pronunciato.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari

 

Postmodernità vs ipermodernità

Dagli anni ’80, una letteratura filosofica, giuridica e sociologica cerca di comprendere e di definire in modo unitario il passaggio epocale che coincide con la mondializzazione di tutti i principali fenomeni sociali.

Per identificarlo sono state usate le espressioni di post-modernità (Lyotard, 1979; Jameson, 1991), ipermodernità (Virilio, 2004; Lipovetsky, 2004), modernità riflessiva (Giddens, 1989; Beck, 1989), capitalismo maturo (late capitalism) (Jameson, 1991), seconda modernità (Beck, 1986), modernità liquida (Bauman, 2003), società del rischio (Beck, 1986).

Hunger Games: la post-modernità come nuovo feudalesimo

Hunger Games: la post-modernità come nuovo feudalesimo

Si tratta di definizioni che enfatizzano aspetti diversi della globalizzazione, ma che si distinguono essenzialmente per la prognosi emessa sul nostro tempo, visto come l’epoca dell’accentuazione iperbolica dei tratti della modernità – libertà, individualismo, cambiamento – (dunque iper-moderna), o del tradimento delle sue promesse di libertà ed emancipazione, che fanno dunque della modernità una parentesi e un progetto bruscamente interrotto dal ritorno a fenomeni di rifeudalizzazione e verticalizzazione sociale che accomunano la contemporaneità post-moderna a un Medio Evo pre-moderno (Ziegler, 2004).

 

Instabilità, appiattimento sul presente, accecamento della velocità

La difficoltà di racchiudere in una sintesi un’evoluzione tanto rapida e contraddittoria è essa stessa un aspetto della crisi del sapere e delle alterazioni della percezione che il post-moderno reca con sé. Quando Lyotard, tra i primi, affrontò il problema, fece riferimento al moto browniano delle particelle, la cui direzione ha la stessa probabilità di orientarsi ovunque. Impiegando il linguaggio della teoria delle catastrofi (Réné Thom, 1978), escluse che i sistemi sociali, tanto più in un’epoca di interconnessione e interdipendenza globale, potessero essere compresi con modelli deterministici:

La globalizzazione è un sistema instabile

La globalizzazione è un sistema instabile

Consideriamo l’aggressività come variabile di stato di un cane; essa cresce in funzione diretta della sua rabbia, variabile di controllo. Supponendo che quest’ultima sia misurabile, arrivata a una soglia essa si traduce in attacco. La paura, seconda variabile di controllo, avrà l’effetto inverso: arrivata a una soglia, si tradurrà in fuga. In assenza di rabbia e paura, la condotta del cane è neutra (picco della curva di Gauss). Ma se le due variabili crescono assieme, le due soglie saranno avvicinate contemporaneamente: la condotta del cane diviene imprevedibile, può passare bruscamente dall’attacco alla fuga e viceversa. In questo caso il sistema è definito instabile: le variabili di controllo mutano secondo valori continui, quelle di stato secondo valori discontinui [Lyotard, La condizione postmoderna, 1979].

Il Concorde

Space-time compression: il Concorde

David Harvey ha parlato, come si è visto, degli effetti culturali di uno spazio-tempo che si comprime (nei due momenti di accelerazione del 1910 con il modernismo, nel linguaggio artistico, e il taylor-fordismo, in quello economico-organizzativo e del 1973 con la crisi petrolifera e il passaggio al postfordismo) per effetto della diminuzione dei tempi di percorrenza delle distanze, sottolineando che:

dato che lo spazio pare ridursi al “villaggio globale” delle telecomunicazioni e all”astronave-terra” delle interdipendenze economiche ed ecologiche  […] gli orizzonti temporali si appiattiscono totalmente sul presente (il mondo dello schizofrenico) [The Condition of Post-modernity. An Inquiry into The Origins of Cultural Change, 1990].

dromologia

Velocità e accecamento: Saarinen TWA Terminal – New York

E’ stato l’architetto e filosofo francese Paul Virilio, a chiarire al riguardo che l’individuo contemporaneo è intrappolato nel presente da flussi (finanziari, comunicativi, commerciali) che accelerano, la cui velocità li rende incomprensibili e ingovernabili per chi resta fermo (cittadini e territori) (Virilio, 1977; 1999): velocità e accecamento sono dunque effetti (come direbbe Foucault) della governamentalità (neo)liberale che trattiene in un’immediatezza senza passato e senza futuro gli abitanti del mondo contemporaneo.

Sull’informazione e sul sapere come antidoti all’accecamento, si gioca dunque, come aveva ben visto Lyotard, la principale battaglia per orientare i processi di mondializzazione in senso democratico o in senso autoritario. 



5 Responses to “La globalizzazione”

  1. Grazie Gabriella, una sintesi molto utile.
    Mi riesce difficile immaginare un processo di mondializzazione che non abbia sviluppi autoritari; perlomeno la direzione che ha preso non lascia spazio a troppe illusioni. Lo vediamo sistematicamente, nel nostro piccolo, con il sistema Europa.
    Ha ragione Lyotard quando individua nell’informazione e nel sapere le armi necessarie per combattere la battaglia, ma questo lo sa anche l’avversario ed è per questo che le controlla strettamente.
    La Rete, sotto questo aspetto, potrebbe essere il risultato imprevisto di azioni che avevano tutt’altra finalità (la famosa eterogenesi dei fini). Ma uso il condizionale perché non sono sicuro che anch’essa non sia un luogo di distrazione di massa.
    So diventando vecchio e paranoico…

    • Credo che Lyotard (che scriveva negli anni ’80), ti risponderebbe che il controllo dell’informazione e la privatizzazione di internet (anni ’90) sono appunto battaglie vinte dall’autoritarismo e che dovremo trovare nuovi mezzi, nuove forme per ridare qualche chance a una prospettiva democratica.

  2. Mi fa tantissimo piacere che ti piaccia questo testo, è un parere importante per me. Ora il problema è “solo” usarlo nella quinta per cui l’ho scritto ..

  3. lucida e precisa come sempre, grazie ;.-)

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