La modernizzazione

by gabriella

Un cambiamento sociale globale

geografia della modernizzazione

Storia e geografia della modernizzazione

La modernizzazione è un processo di cambiamento che ha interessato i paesi occidentali per alcuni secoli ridefinendo completamente la fisionomia di queste società. Si tratta quindi un cambiamento sociale globale (investe tutti gli ambiti della vita individuale e sociale) che, come tale, può essere paragonato alla rivoluzione neolitica (passaggio dall’economia di caccia e raccolta), sebbene sia stato molto più rapido di questa. La consapevolezza che un cambiamento di questa portata interessava l’insieme dei rapporti sociali e la natura delle istituzioni economiche, politiche, culturali europee, cioè ciò che con un nuovo concetto venne chiamata società, fu una delle condizioni di sviluppo della nascente sociologia. I padri fondatori della sociologia cercarono infatti di capire e di dare un nome a ciò che gli uomini comuni avvertivano come un cambiamento irresistibile e profondo: i termini impiegati per descriverlo furono industrializzazione, capitalismo e modernizzazione.

 

La nozione di modernizzazione

In sociologia e nelle altre scienze sociali il termine “modernizzazione” si è imposto nella seconda metà del ’900, sostituendo le nozioni di “industrializzazione“ o “capitalismo“, dichiarate parziali o eccessivamente connotate in senso critico. L’industrializzazione è infatti uno dei cambiamenti che si registrano nella modernizzazione, ma non l’unico, mentre il concetto di capitalismo, coniato da Karl Marx, ha un ruolo centrale nella critica marxiana dell’economia politica.

Nairobi

Nairobi: piscine e grattacieli in downtown

slum di Kibera (Nairobi)

Nairobi, lo slum di Kibera

Si è sostenuto che la nozione di modernizzazione ha il vantaggio di raccogliere tutte le grandi trasformazioni che hanno portato alle società moderne, nonostante il riconoscimento che la sostantivazione dell’aggettivo “moderno” è di per sé equivoca, inducendo a pensare che le società “moderne” siano migliori o più progredite delle società tradizionali. Anche il termine di modernizzazione é quindi connotato (cioè portatore non dichiarato di significati ulteriori rispetto all’oggetto denotato), perché suggerisce implicitamente l’idea di un progresso verso il meglio che la sociologia, in quanto scienza, non accoglie.

Un esempio nelle immagini a sinistra che ritraggono Nairobi, la moderna capitale del Kenia, dotata di grattacieli e impianti sportivi d’avanguardia, ma anche circondata da una delle periferie più degradate del mondo, lo slum (baraccopoli) di Kibera. Gli esempi sottostanti di drammatica diseguaglianza sono di Città del Messico.

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Il concetto di Occidente

Si è detto che il fenomeno della modernizzazione ha riguardato le società occidentali. Modernizzazione ed Occidente sono concetti speculari. Infatti, è consolidato l’uso di parlare di Occidente non in senso geografico, ma per intendere la civiltà europea, in contrapposizione alle altre civiltà, l’Oriente, l’Africa e in generale tutto ciò che ha caratteristiche culturali alternative alla civiltà nata in Europa e diffusasi poi in altre aree del pianeta: Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

manifesto_indiani_legaLe società nate dalla modernizzazione sono occidentali nel senso che sono europee o di derivazione europea. L’America del nord e l’Oceania sono infatti, storicamente, filiazioni dell’Europa, cioè mondi creati oltremare dagli europei che vi hanno attuato una colonizzazione di popolamento. Quei territori non erano infatti densamente popolati e le popolazioni autoctone (cioè originarie del luogo) sono state emarginate o sterminate dai bianchi. Di conseguenza, gli europei sono diventati i nuovi abitanti e hanno trapiantato in queste aree la propria civiltà.

Altrove, ad esempio in Africa o in India, le cose sono andate diversamente. Lì le popolazioni indigene erano consistenti e i colonizzatori europei sono stati una minoranza dominante che ha riorganizzato sotto il segno della propria cultura le società locali. Si parla, in questo caso, di colonizzazione di inquadramento.

Si parla, quindi, di colonizzazione quando un gruppo etnico, indipendentemente dalla sua incidenza numerica sul totale degli abitanti di una regione, è in grado di esprimere un dominio di fatto (economico e politico) e imporre un’egemonia culturale sul gruppo o sui gruppi di residenti originari (autoctoni). Ecco quindi perché, nonostante siano stati deportati nel continente americano dai dieci ai venti milioni di neri (a seconda delle stime), gli afroamericani non sono stati protagonisti di una colonizzazione dell’America, così come non lo furono le centinaia di migliaia di italiani che sbarcarono a Long Island dall’unità d’Italia agli anni ’20 e ’30 del ’900. E’ bene quindi tenere ben presenti il ruolo del dominio e dell’egemonia culturale nel fenomeno della colonizzazione, per saper leggere gli errori grossolani di cui si serve certa propaganda politica: il manifesto ritratto sopra identifica infatti arbitrariamente l’immigrato e il colonizzatore.

 

I grandi cambiamenti della modernizzazione

I cambiamenti economici

La modernizzazione è un cambiamento drastico dell’insieme dei rapporti sociali, indotto da una radicale trasformazione economica. Ciò che avviene, sul piano economico, è il passaggio dall’economia di autoconsumo propria della società preindustriale all’economia di produzione tipica, invece, dell’epoca industriale. La differenza essenziale tra i due modelli consiste nel fatto che nelle economie non industriali la produzione è strettamente finalizzata al consumo dei produttori e non invece allo scambio e all’accumulazione delle merci come avviene nell’economia manifatturiera. Per questa ragione, la modernizzazione si accompagna a un forte aumento della produttività e dei traffici commerciali che le vale la definizione di economia di sviluppo.

 

La modernizzazione dell’agricoltura

Aratro a vapore

Aratro a vapore

Col passaggio dalla società preindustriale alla moderne l’agricoltura cambia radicalmente, tanto che si parla di rivoluzione agraria. Questa consiste nell’introduzione di innovazioni capaci di sostenere lo sfruttamento intensivo delle risorse della terra. Nei millenni di storia precedente, i metodi di coltivazione erano rimasti quasi immutati, ad eccezione di alcuni miglioramenti, come la rotazione triennale delle colture, introdotti nel Medioevo. Con la modernizzazione migliorano le tecniche agrarie e vengono meccanizzati i processi di coltivazione, rendendo meno gravoso, ma anche meno indispensabile il lavoro dell’uomo. La produttività del lavoro agricolo, conseguentemente, aumenta, perché per ricavare la stessa quantità di prodotto servono meno ore di lavoro.

Adriaen Van Utrecht, Natura morta (1644)

In questa natura morta del 1644 il pittore olandese Adriaen Van Utrecht raffigura l’ostentazione della ricchezza dei mercanti olandesi la cui mensa traboccava di cibi rari e prodotti in luoghi lontani (limoni, mandarini, uva, ostriche, spezie)

Allo sviluppo dell’agricoltura moderna contribuisce l’esistenza di nuovi mezzi di trasporto che facilitano la distribuzione e la commercializzazione di derrate alimentari che iniziano ad essere consumate in luoghi lontani dalla produzione.

Decisiva è stata l’aziendalizzazione delle fattorie che comincia in Inghilterra già nel XVII secolo e che sostituisce la vecchia gestione del latifondo, introducendo anche in agricoltura lo spirito imprenditoriale e l’orientamento al commercio e al profitto. La concorrenza e la conseguente concentrazione della proprietà fondiaria riducono la presenza dei contadini indipendenti e aumentano il numero dei lavoratori salariati (mezzadri, braccianti).

Recinzioni e trasformazione in pascolo dei terreni coltivati

Recinzioni e trasformazione in pascolo dei terreni coltivati

In questo contesto si verifica il fenomeno delle enclosures, già descritto in termini drammatici da Thomas More, come l’accorpamento di molti piccoli fondi agricoli e la loro recinzione per farne pascoli a sostengo della nascente industria tessile inglese. La cacciata dei fittavoli dalle terre è all’origine della prima pauperizzazione delle classi popolari (cioè la creazione di una folla di nullatenenti privi di strumenti autonomi di sopravvivenza) perché solo una parte di questi ex-contadini è inizialmente riassorbita dalla manifattura.

«Non è questa la sola cosa – ritengo – che spinge gli uomini a rubare. Ci sono degli altri fattori tipici di questo vostro paese. E quali? Chiese il cardinale. Le pecore – risposi – queste miti creature alle quali di solito basta così poco cibo, stanno diventando così voraci e aggressive, a quel che ho appreso, da divorare persino gli uomini. Ingoiano campi, case, città. In tutte le regioni del regno in cui si produce una lana più fine, quindi più costosa, nobili e proprietari terrieri, e perfino alcuni abati, nonostante la loro santità, si danno da fare per recintare le terre e destinarle al pascolo, impedendone la coltivazione. Così non bastando loro le rendite i e prodotti che gli avi ricavavano dai poderi e non sentendosi sufficientemente appagati dal privilegio di vivere negli agi senza essere di alcuna utilità per gli altri, mandano in rovina borghi e case, lasciando in piedi solo e chiese perché servano da stalla alle greggi [Thomas More, Utopia, I].

 

L’industrializzazione

Industrializzazione

Industrializzazione

Trasformazione dei settori produttivi durante la modernizzazione

Trasformazione dei settori produttivi durante la modernizzazione

Con la modernizzazione compare e si diffonde un’attività produttiva nuova: l’industria che entra in competizione e soppianta gradualmente l’artigianato (domestico e di bottega), il modo precedente di trasformare le materie prime in prodotti finiti (vestiti, attrezzi agricoli, armi ecc.) dal quale differisce per la diversa organizzazione del lavoro. L’industria è infatti basata sul sistema della fabbrica (factory system) che consiste nella concentrazione di molti lavoratori nello stabilimento in precisi orari perché applichino il loro lavoro a macchinari che funzionano a forza motrice inanimata, secondo programmi tecnici e modi di produrre stabiliti.

Il cambiamento nel modo di produrre (la rilevanza della macchina sulla precedente guida umana del processo produttivo) è tale che viene definito (prima) rivoluzione industriale. La produzione industriale comincia in Inghilterra nella prima metà del settecento per diffondersi poi in altri paesi europei. Le prime industrie sono del settore tessile e nascono da innovazioni tecnologiche, come il filatoio meccanico, a cui viene applicata l’energia del vapore. Tra Ottocento e Novecento la produzione industriale si estende ai settori siderurgico, meccanico ed altri.

Modernizzazione significa, quindi, a un punto di vista produttivo, meccanizzazione e innovazione nell’agricoltura, nella pesca e nell’estrazione di minerali, cioè nello sfruttamento delle risorse naturali (settore primario); trasformazione del settore secondario e graduale sostituzione dell’industria all’artigianato ed espansione dei servizi e dei commerci (banche, istruzione, informazione, sanità, ecc.) (settore terziario).

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Manchester Museum of Industry and Science, Ragazzo al telaio meccanico, primo novecento

Manchester Museum of Industry and Science, Ricostruzione della prima pompa a vapore, 1712

Manchester Museum of Industry and Science, Ricostruzione della prima pompa a vapore, 1712

 

I cambiamenti demografici

La demografia è lo studio quantitativo della popolazione. Per cambiamenti demografici si intendono quelli che riguardano le variazioni di entità e di distribuzione della popolazione. La modernizzazione si è legata a due cambiamenti molto marcati: l’esplosione demografica e l’urbanizzazione.

crescita demografica

Il forte aumento di popolazione alla fine dell’800, il rallentamento nel 900

Con la modernizzazione si è assistito a un’iniziale forte aumento demografico, stabilizzatosi poi nel Novecento. La stessa evoluzione si è verificata nei paesi non occidentali, interessati dalla seconda metà del Novecento da una globalizzazione economica che ha generalizzato la modernizzazione all’intero pianeta: in questi paesi, dopo un boom demografico di ampiezza preoccupante, l’aumento della popolazione accenna ora a rallentare.

speranza di vita

L’aumento della speranza di vita dalla fine del 700 alla metà del 900

La causa della crescita demografica della modernizzazione è il miglioramento delle condizioni generali di vita dei popoli europei (migliore alimentazione, cure sanitarie, fine delle grandi epidemie di peste e vaiolo) che ha ridotto drasticamente la mortalità e aumentato la speranza di vita. In particolare, il tasso di mortalità (numero dei morti ogni 1000 abitanti), che nelle società tradizionali si aggira intorno al 40 per mille, è sceso al 10 per mille – un record nella storia dell’umanità. Carestie, epidemie e guerre, i tre grandi flagelli che falcidiavano periodicamente la popolazione europea sono stati quindi debellati o contenuti – ad eccezione delle guerre che sono diventate più sanguinose – grazie ai progressi dell’agricoltura, al miglioramento delle condizioni igieniche e ai progressi della medicina.

Il calo di mortalità non avrebbe prodotto l’esplosione demografica, se contemporaneamente fossero diminuite le nascite. Il tasso di natalità, però (cioè il numero di nuovi nati ogni 1000 abitanti), è rimasto a lungo lo stesso, intorno al 40%o. Ciò si deve al fatto che i cambiamenti rispetto alla fertilità sono legati a fattori culturali (convinzioni personali e religiose, stili di vita, ecc.) che cambiano lentamente e che durante la modernizzazione sono cambiati più lentamente dei progressi materiali.

Famiglia primonovercentesca

Famiglia primonovercentesca

E’ quindi accaduto che la composizione e la struttura familiare sono rimasti inizialmente simili a quelli della famiglia patriarcale tipica dell’età premoderna, con un alto numero di figli che permetteva di affrontare il lavoro manuale nei campi, per poi scendere, con un ritardo di oltre un secolo, seguendo le drastiche trasformazioni sociali della modernizzazione (nella modernità i figli sono soprattutto un costo e un investimento di risorse, economiche, temporali e affettive). L’effetto combinato della diminuzione del tasso di mortalità e del sostenuto tasso di natalità per oltre un secolo, è la causa del forte aumento della popolazione europea durante la modernizzazione.

 

L’urbanizzazione

Londra primonovecento

Londra primonovecento

Nelle società tradizionali le città sono i centri del potere, dell’economia e della cultura, ma la maggior parte della popolazione vive in campagna. Con la modernizzazione la popolazione urbana è cresciuta esponenzialmente – nel 2012 il numero di persone nel mondo che vivono in città ha superato i residenti in campagna – ed è parallelamente diminuita quella rurale.

In un primo momento, l’urbanizzazione si è dovuta alla fuga dalle campagne (esodo rurale) causata dalle perdute possibilità di lavoro verificatesi con la concentrazione delle proprietà e la meccanizzazione dell’agricoltura. Questa popolazione si concentrò tendenzialmente nei centri urbani che riuscirono ad assorbire solo parzialmente la mano d’opera in eccesso: parte degli individui espulsi dalle campagne divenne dunque operaia (nascita del proletariato urbano), parte restò disoccupata o sottoocupata e continuò a vivere nelle periferie urbane ai margini della società (pauperismo).

Parigi, quartiere di Montmartre ai primi dell'800

Parigi, quartiere di Montmartre ai primi dell’800

Dopo questa prima fase di esodo rurale, seguì una fase di attrazione urbana nella quale vennero generate migliori e maggiori opportunità di lavoro nell’industria e nei servizi. In questa fase, i centri industriali aumentarono enormemente le loro dimensioni circondando le industrie manifatturiere con agglomerati urbani di dimensioni sempre maggiori. Crebbero fino alla dimensione di metropoli anche le città sedi di importanti snodi viari e ferroviari e delle istituzioni centrali della pubblica amministrazione, come Londra, Parigi, Berlino.

La crescita esplosiva delle città moderne è stata ed è fonte di disagi e della nascita di problematiche sociali del tutto nuove, particolarmente per la fascia sfavorita della popolazione.

 

I cambiamenti culturali

La diffusione della stampa

Martin Luther fa circolare stampate all’Università, le sue 95 tesi; traduce la bibbia in tedesco e della sua diffusione popolare fa il fulcro di una nuova teologia

Martin Luther fa circolare stampate all’Università, le sue 95 tesi; traduce la bibbia in tedesco e fa della sua diffusione popolare il fulcro di una nuova teologia

La stampa, un’invenzione del XV secolo, è uno strumento senza il quale la modernità resta impensabile. Con l’avvento della stampa cambia infatti il modo di produrre e far circolare il sapere e l’informazione, due elementi determinanti del cambiamento e dell’innovazione propri della modernizzazione. La stampa rende economico il libro e il giornale, democratizzando perciò la conoscenza e rendendola potenzialmente accessibile a un numero maggiore di individui – che hanno bisogno solo di saper leggere.

La sua invenzione porta inoltre il sapere fuori dei chiostri e dei conventi, dove in precedenza i codici venivano copiati e miniati, e lo consegna a nuove figure di dotti e studiosi che popolano accademie e università (laicizzazione del sapere). L’editoria stampata produce effetti rivoluzionari, in quanto inaugura un sistema aperto di comunicazione. Circolando in ambienti aperti ed eteterogenei, le opere a stampa imprimono infatti un impulso formidabile alla produzione di opere nuove e non ortodosse, alimentando fermento intellettuale e scatenando le rivoluzioni culturali della modernità, tra le quali le rivoluzioni astronomica e scientifica e lo scisma protestante.

Per queste ragioni, la diffusione della stampa si lega alla crisi d’autorità della modernità, epoca nella quale dal potere temporale e spirituale dei papi (Lutero), all’autorità del sovrano (calvinisti francesi), fino a quella di Aristotele (Galilei, Bacone), tutte le autorità riconosciute in epoca premoderna iniziano a declinare.

 

La rivoluzione scientifica e tecnologica

Copernico

Nicolaj Kopernik

Attraverso la rivoluzione scientifica, la scienza moderna sostituì con un edificio culturale completamente nuovo il sistema di conoscenze antico e medievale. Tale nuovo sapere si basò su una diversa visione del mondo e del cosmo, su un diverso metodo di acquisizione delle conoscenze e di elaborazione delle ipotesi, su un diverso metodo di verifica delle conoscenze acquisite, su un differente rapporto con la tecnica e le sue applicazioni empiriche.

Un tratto fondamentale del nuovo modo di fare ricerca fu l’antidogmatismo. Nella scienza tradizionale le conoscenze erano dogmi, cioè affermazioni indiscutibili, ritenute vere in forza dell’autorità della tradizione, perché i classici le avevano insegnate. Gli scienziati moderni invece partirono dall’idea che ciascuno possa mettere in discussione le affermazioni della tradizione, purché lo faccia con validi ragionamenti e prove documentate. È infatti proprio esercitando la critica e muovendo obiezioni, discutendo e vagliando il lavoro degli altri uomini di conoscenza che la scienza arriva a trarre le sue conclusioni. La nuova scienza fu quindi pensata come un sapere critico, cumulativo e intersoggettivo.

Isaac Newton (1643 - 1727)

Isaac Newton (1643 – 1727)

Dopo Bacone e Galilei, teorici nel 600 del nuovo metodo scientifico, Newton e van Leeuwenhoek scoprirono mondi nuovi. Galileo e Newton crearono la meccanica, una branca della fisica che spiega ogni movimento nell’universo sulla base di alcuni principi e dell’ipotesi che ci sia una forza gravitazionale che attrae i corpi. Attuarono anche la rivoluzione copernicana, dimostrando che l’astronomo polacco Niccolò Copernico aveva ragione a sostenere che, contrariamente a quanto si era pensato da Tolomeo in poi, non è la Terra il centro intorno al quale ruotano i corpi celesti, ma il Sole. Van Leeuwenhoek scoprì il mondo microscopico: descrisse i globuli rossi e altre cellule, i batteri, i protozoi, le alghe, i lieviti e dimostrò che il sangue circola nei capillari.

Anche se il XVII secolo fu decisivo, le trasformazioni della scienza stavano avvenendo già da qualche secolo e proseguirono nei secoli successivi. Galileo, Newton, van Leeuwenhoek e gli altri protagonisti della svolta del Seicento furono studiosi isolati, che imboccarono la via dell’innovazione e lottarono contro l’incredulità e l’avversione dei difensori della tradizione. Crearono un dibattito (quella che in epoca umanistica si sarebbe detta una repubblica delle lettere), si associarono in accademie (l’Accademia dei Lincei, l’Accademia del Cimento, la Royal Society, l’Académie des Sciences), ma non godettero di grande influenza e prestigio nella società del loro tempo. Fu nei due secoli successivi che la nuova scienza venne gradualmente riconosciuta e divenne il paradigma dominante.

 

La visione del mondo della modernità

I cambiamenti culturali

Con la modernizzazione si fa strada un insieme di idee, convinzioni e valori che guidano i comportamenti degli individui e delle collettività, continuando a influenzare anche il punto di vista dei contemporanei.

cartesio

Réné Descartes

Lutero

Martin Luther

Aurelio Agostino

Aurelio Agostino

Un pilastro della cultura moderna è l’individualismo, cioè la convinzione della centralità dell’individuo in ogni ambito della vita sociale. Nelle società tradizionali l’individuo è un rappresentante anonimo dell’umanità o un membro di una comunità che conta per la posizione che occupa in società (se è servo o padrone, soldato o re ecc.) ed è intercambiabile con altri suoi simili. Nella visione moderna, invece, l’individuo è unico e irripetibile. Tale concezione è legata a quella di interiorità, un’idea dalla lunga gestazione che va da Agostino – «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas» – a Lutero a Cartesio – «Ego cogito ergo sum, sive existo». Ciascuno è visto come un mondo interiore dominato da un io, vale a dire un centro cosciente che guida le azioni, al centro di un mondo fatto di cose, altre persone, affetti, progetti, ricordi ecc.

Immanuel Kant (1804)

Immanuel Kant

Fa parte del senso di individualità moderno anche l’idea di autonomia, in virtù della quale ogni individuo si sente libero di scegliere, è padrone della propria esistenza, è animato da spirito di iniziativa e possiede un senso morale grazie al quale è in grado di distinguere autonomamente il bene e il male.

L’individualismo poggia quindi sul primato dell’individuo. Nelle società tradizionali il singolo conta nella misura in cui ha un ruolo ed è utile nella comunità; viceversa, nella visione moderna l’individuo è importante in sé ed è la comunità a contare in quanto funzionale ai bisogni degli individui. Il primato dell’individuo ha ispirato molte concezioni etiche, politiche ed economiche maturate in età moderna.

Un altro pilastro dell’ideologia moderna è il razionalismo, quale convinzione dominante che gli uomini debbano fare affidamento sulla ragione e su saperi certi, piuttosto che su credenze e procedure irrazionali. Il razionalismo moderno si esprime concretamente nella vita sociale che viene organizzata secondo criteri razionali e prevedibili. La razionalizzazione domina la nostra esistenza a tutti i livelli, dai nostri rapporti con le istituzioni alla vita familiare, come mostra l’importanza assunta da termini quali organizzare, efficacia, efficienza, funzionale, divenuti autentici dogmi della società moderna.

Due degli ideali della Rivoluzioe francese

Due degli ideali della Rivoluzione francese

Infine, sono parte della visione moderna del mondo anche gli ideali di uguaglianza e libertà [quaderno Loescher n. 22, Libertà va cercando ch’è si cara].

L’idea moderna di eguaglianza valorizza essenzialmente gli elementi formali di tale condizione, vale a dire la concezione della parità di diritti e delle opportunità di tutti gli individui, senza distinzioni di sesso, età, famiglia, estrazione sociale, confessione religiosa, razza ed altre condizioni di partenza, delle quali si dichiara l’esistenza, ma non la legittimità e a determinare il successo sociale e la dignità di un individuo.

Altre concezioni dell’idea di eguaglianza, come l’affermazione del diritto a un’eguaglianza sostanziale – cioè effettiva e non semplicemente possibile – sono sorte nella modernità, godendo di alterna fortuna: dall’ideale di fraternità enunciato dalla rivoluzione francese e poi riaffermato da Jacques Roux:

fraternite

Il motto della Rivoluzione

«La libertà non è che un vano fantasma quando una classe di uomini può affamarne un’altra impunemente. L’uguaglianza, non è che un fantasma, quando il ricco, attraverso gli accaparramenti, esercita il diritto di vita e di morte sui suoi simili».

Maximilien Robespierre

Maximilien Robespierre

a quello di eguaglianza sostanziale affermato nell’irrealizzato progetto costituzionale del 1793 di Maximilien Robespierre, dov’è scritto:

«l’uguaglianza dei diritti è stabilita dalla natura, la società, lungi dall’attentare ad essa, non fa che garantirla contro l’abuso della forza che la rende illusoria; la libertà è il  potere che appartiene all’uomo di esercitare a suo agio, tutte le sue facoltà: ha la giustizia per regola, i diritti altrui per limite, la natura per principio e salvaguardia»;

Gracchus Babeuf

Gracchus Babeuf

e nel Manifesto degli eguali elaborato da Sylvain Marechal e Gracchus Babeuf nel contesto della congiura degli eguali (1796):

«Da tempo immemorabile ci sentiamo ripetere; gli uomini sono uguali, e da tempo immemorabile la più insolente, la più mostruosa ineguaglianza, pesa insolentemente sul genere umano. […] l’eguaglianza non è mai stata altro che una sterile finzione della legge. […] Ebbene, noi pretendiamo ormai di vivere e morire eguali come siamo nati. Vogliamo l’eguaglianza reale o la morte […] E l’avremo, non importa a quale prezzo […]».

quindi affermato dal socialismo e dal marxismo e contenuto nel comma secondo dell’art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana.

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali [eguaglianza formale].

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese [eguaglianza sostanziale]».

Partigiani in marcia sull'Appennino forlivese nell'autunno del 1944

Partigiani in marcia sull’Appennino forlivese nell’autunno del 1944

Questa formulazione frutto delle culture politiche emerse dalla Resistenza, la cattolico-liberale e la comunista, dà alla carta fondamentale dei diritti del nostro paese un impianto liberal-democratico, non esclusivamente liberale.

Quanto all’ideale di libertà, non equivale ad arbitrio o licenza, ma alla possibilità di esprimersi senza opposizioni nei limiti di ciò che è lecito.

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Herbert Spencer (1820 – 1903), il filosofo britannico che applicò l’evoluzionismo ai fatti storico-culturali

C’è infine una convinzione di fondo che accompagna l’ideologia moderna e che, seppure negata verbalmente è presente ancora oggi: l’idea della superiorità della società moderna, rispetto alle società occidentali del passato e a quelle non occidentali non ancora modernizzate. Questa convinzione si fa strada nel Settecento con l’Illuminismo, che vedeva nella ragione la possibilità di rischiaramento della mente umana e di liberazione dall’ignoranza e dall’oscurantismo. Gli illuministi introdussero la concezione della storia come progresso [voce Treccani, di Pietro Rossi] marcia inarrestabile verso sorti sempre migliori [le «magnifiche sorti e progressive» del Leopardi] e smisero di guardare al passato per trarne esempi o insegnamenti illustri, abbandonando l’idea della storia come magistra vitae. Il passato serviva ora a far capire per contrasto, svelando la sua arretratezza, che il punto più alto della storia è il presente. È essenzialmente con l’Illuminismo che la parola moderno che propriamente (dall’avverbio latino modo = ora) vuol dire odierno, di adessoacquista connotazione positiva, in opposizione ad antiquato, arretrato.

Nell’Ottocento l’idea che le società moderne siano superiori si consolidò, grazie all’evoluzionismo, secondo il quale l‘umanità procede dalle forme di vita più primitive alle più evolute, che coincidono con le attuali e, sostanzialmente, con quelle occidentali, visto che si tratta degli anni in cui iniziano i viaggi degli esploratori e si avvia l’impresa dei primi antropologi al seguito delle imprese coloniali che impostano su base differenzialista l’osservazione delle differenze culturali.

 

I cambiamenti politici

La sottomissione di Enrico IV a Canossa

Canossa, La sottomissione di Enrico IV a papa Gregorio VII

Il principale risultato politico della modernità è la nascita, tra il XV e il XIX secolo, dello stato moderno, una macchina di dominio molto più potente e, allo stesso tempo, più rispettosa degli individui della forma statuale precedente.

Gli stati premoderni avevano una sovranità limitata, essendo costretti a convivere con altri poteri, con i quali condividevano la gestione politica. Per legittimarsi, cioè per ottenere il riconoscimento della propria autorità di governo della vita delle persone, facevano appello alla religione, alla morale, alle tradizioni, ai costumi e facevano dunque affidamento sulle chiese, sui sacerdoti, sulle corporazioni ed altre entità che avevano un ruolo politico concorrente con quello del sovrano.

Questi stati non avevano l’organizzazione necessaria per riscuotere i tributi, garantire la sicurezza, arruolare eserciti e svolgere le altre attività di governo, erano quindi costretti ad appaltavare buona parte di queste attività ad autorità locali, che le svolgevano, con mezzi e modalità propri, in cambio di compenso.

Gli stati moderni, al contrario, non condividono più il potere con le Chiese e con altri soggetti e sono automi dal punto di vista organizzativo. Per quanto riguarda il primo aspetto, smettono di legittimarsi in nome della religione, della morale, delle tradizioni e dei costumi e presto si laicizzano; il raggiungimento dell’autonomia organizzativa è invece conseguito, come vedremo, in risposta ai problemi di efficienza militare che si impongono tra cinque e seicento.

Con lo stato moderno, la legittimazione del potere statale si fonda non più su una visione religiosa del mondo, ma sulle necessità della popolazione che lo stato cerca di soddisfare in modo efficiente, razionale e autonomo, dotandosi di strutture e apparati (burocrazie, funzionari, esercito) in grado di conseguire questi risultati

Luigi XIV, il re sole

Luigi XIV, il re sole

Gli stati moderni conquistarono così il monopolio della politica, diventando gli unici soggetti con autorità di governo della popolazione. Questo risultato fu conseguito già nella prima fase del processo di formazione dello stato moderno, che sfociò nella creazione degli stati assoluti: monarchie con il monopolio della politica su territori vasti e ben definiti e provviste di apparati militari e burocratici propri.

Il processo che porta alla nascita degli stati assoluti iniziò con la crisi del sistema feudale. Furono soprattutto la moltitudine dei poteri locali e la debolezza del potere centrale a rendere difficile il governo del mondo feudale e a scatenare guerre per la supremazia tra monarchi e signori locali e per la ridefinizione dei rapporti di forza tra monarchi. Tra 500 e 600, il mondo feudale si trovò quindi in una situazione di belligeranza endemica, aggravata dalle guerre di religione: nel cinquecento in Europa ci furono solo venticinque anni di pace, solo sette nel seicento.

Davanti a un’attività bellica continuativa e intensa, gli stati si dotarono di un apparato statale capace di sostenere lo sforzo ed esercitarono un controllo sempre più energico sulle loro popolazioni. Come ha evidenziato il sociologo Charles Tilly, le esigenze militari misero in moto un processo complesso, in cui vari fattori intrecciati a cascata portarono alla nascita degli stati assoluti.

Il massacro degli ugonotti a Parigi nella notte di San Bartolomeo, 23-24 agosto 1572

Il massacro degli ugonotti a Parigi nella notte di San Bartolomeo, 23-24 agosto 1572

Tra questi fattori, le guerre di religione favorirono la nascita degli stati assoluti perché, in alcuni casi [come quello francese], rafforzarono i sovrani in funzione di mediazione tra le fazioni in lotta, e, in generale, perché favorirono la secolarizzazione, inducendo popoli e sovrani a considerare favorevolmente un potere politico autonomo rispetto alle fedi religiose.

L’esigenza della tolleranza religiosa stabilì il principio della separazione tra sfera politica e sfera religiosa con un filone di scritti che vide impegnati impegnati per tre secoli autori quali Erasmo da Rotterdam, Grozio, Spinoza, Bayle, Locke, Voltaire. Nell’opera più celebre di questa letteratura, la Lettera sulla tolleranza (1689), John Locke sostenne che la Chiesa, proprio per rispettare fedelmente il proprio credo, non deve avvalersi del potere e della costrizione; che la fede è essenzialmente un fatto privato e che stato e chiesa devono restare separati. In questo modo, il pensiero del padre del pensiero liberale confinò la religione in uno spazio spirituale e privato, permettendo la secolarizzazione dello stato.

Una caratteristica importante degli stati moderni consiste nella limitazione del potere e nella subordinazione del potere politico alla legge. Negli stati premoderni, i governanti potevano esercitare il loro potere in modo arbitrario, anche se teoricamente sottomesso a Dio e al controllo delle autorità religiose con le quali condivideva il potere. Lo stato moderno invece esercita il proprio potere attraverso le leggi, così se da un lato assume il monopolio della forza di governo, dall’altro limita il proprio potere e non ricade, in via di principio, nel dispotismo. Nel cammino verso la formazione dello stato moderno, un aspetto fondamentale è quindi la nascita delle limitazioni costituzionali all’esercizio del potere e la fissazione dei diritti inviolabili del popolo.

La borghesia settecentesca

La borghesia settecentesca

Tra il XVII e XVIII secolo, l’autorità dei giovani stati assoluti entrò in crisi, contestata proprio dalle forze sociali che avevano maggiormente contribuito alla nascita delle monarchie assolute, la borghesia imprenditoriale, gli intellettuali e i burocrati. Con la crescita del suo potere economico e la necessità di salvaguardare i patrimoni privati dalla voracità dei bilanci statali [esemplare il caso inglese], la borghesia rifiutò infatti l’idea di un sovrano legibus solutus, cioè di un sovrano non soggetto a vincoli di legge ed affermò il principio della limitazione costituzionale delle sue prerogative – un antecedente del costituzionalismo monarchico si trova nel calvinismo francese dove, alla fine del 500, si afferma la limitatezza dell’autorità e la natura contrattuale dell’autorità del del re a difesa dalle ingerenze in materia di fede.

Le_Serment_du_Jeu_de_paume

Il giuramento della Pallacorda

Il XVII e il XVIII secolo videro la fioritura della letteratura giuridica costituzionalista. Scoppiarono le grandi rivoluzioni politiche: la prima rivoluzione inglese (1642-1646), la seconda rivoluzione inglese (1677-1689), la rivoluzione americana (1775-1782) e la rivoluzione francese (1787-1799). Da queste rivoluzioni nacquero stati costituzionali, le cui carte dei diritti enunciano diritti dei cittadini che i governanti devono rispettare.

Lo stato moderno si distingue, infine, dalle forme precedenti, perché legittima la propria esistenza come espressione del popolo. I sovrani degli stati tradizionali si appellavano, per legittimarsi, alla religione, alla morale e alle tradizioni. Il loro potere era concepito come un braccio esecutivo che faceva rispettare le regole, già date, alle quali ogni uomo doveva attenersi. La trasmissione del potere regio per via ereditaria veniva generalmente giustificata con la dottrina secondo la quale Dio aveva conferito il potere ad Adamo di cui tutti i sovrani erano discendenti, una tesi che non poteva più funzionare nella modernità liberale e che Locke, quindi, liquidò nel primo dei Due trattati sul governo del 1690.

Nonostante la sopravvivenza di forme arcaiche [come le monarchie costituzionali inglese, belga, olandese, spagnola ecc.], gli stati moderni si basano sul principio della sovranità popolare, in base al quale la fonte del potere politico e dell’autorità è il popolo e chi governa lo fa espressamente ed esclusivamente in suo nome e per suo conto. Nel processo di formazione degli stati moderni la sovranità popolare venne di fatto riconosciuta solo nel XIX secolo.

Nel XIX secolo si fece strada il concetto di nazione, cioè l’idea di un popolo che s’identifica in una cultura e in un’origine comune.

Il suffragio maschile del ceto borghese

Il suffragio maschile del ceto borghese

La geografia dell’Europa venne ridisegnata a partire dall’idea di nazione, perché ogni entità statuale cercò di far coincidere il proprio territorio con l’area abitata dalla nazione [cioè dallo specifico popolo] di cui era espressione. Nella coscienza degli europei il principio di sovranità popolare trovò così espressione in un’altra astrazione concettuale, l’idea di nazione, che aveva però il vantaggio di essere facilmente identificata e riconosciuta dalle caratteristiche culturali delle genti: il popolo sovrano s’identificò quindi con la nazione sulla quale lo stato governava. Ancora nel XIX secolo, il principio di sovranità popolare trovò applicazione nelle elezioni democratiche, nelle quali il suffragio era però ancora limitato per genere [era esclusivamente maschile] e per censo.

Quanto descritto identifica la fisionomia dello stato liberale, nella sua formazione plurisecolare e nella sua definizione concettuale [monopolio della politica, limitazione del potere statale e sovranità popolare] soggetta a forti trasformazioni nell’epoca contemporanea.

 

I nuovi soggetti sociali della modernità

I cambiamenti economici fanno nascere, nuovi soggetti sociali, mentre vecchi soggetti tendono a scomparire:

«In una società che si industrializza il contadino diventa operaio, il signore feudale o scompare o si trasforma in uomo d’affari» [Charles Wright Mills, L’immaginazione sociologica].

Una nuova categoria sociale è quella dei lavoratori dipendenti. Nelle società premoderne buona parte della popolazione lavorava in proprio nei campi o nelle botteghe artigiane. Altri svolgevano il lavoro agricolo in condizioni di schiavitù o di cosiddetta servitù della gleba. I lavoratori salariati erano pochi e spesso effettuano prestazioni occasionali o comunque discontinue. Nelle società moderne invece scompare il lavoro servile e la maggior parte della popolazione lavora alle dipendenze di altri, in modo continuativo, in cambio di un salario.

Werner Sombart (1863 - 1941)

Werner Sombart (1863 – 1941)

Un’altra categoria nuova è quella degli imprenditori. Uomini nuovi, secondo la visione di Max Weber o di Werner Sombart, ben diversi dai proprietari dei mezzi di produzione del passato. A differenza dei signori feudali – i grandi proprietari della terra che storicamente li hanno preceduti – provengono da tutti gli strati sociali: sono artigiani, commercianti, nobili terrieri, contadini benestanti che si sono trasformati in imprenditori. Si riconoscono, secondo Sombart per i loro valori e uno specifico modo di pensare. Non si accontentano infatti di ricavare il reddito con le attività tradizionali, ma cercano forme nuove per tener testa alla concorrenza, si danno da fare, investono e rischiano per estendere continuamente il proprio giro di affari [un esempio è offerto dalla figura di Octave Mouret nel Bonheur des dames di Émile Zola]. I signori feudali si limitavano invece ad incamerare rendite senza introdurre innovazioni e senza investrire emotivamente sull’attività borghese dell’accumulare denaro.

Max Weber (1864-1920)

Max Weber (1864-1920)

L’imprenditore si impegna per il profitto, ma, come ha osservato Max Weber, la ricerca capitalistica del profitto dei primi imprenditori non va confusa con la bramosia di ricchezza. Essi da un lato cercavano il profitto personale per remunerare gli investimenti effettuati, ma dall’altro erano interessati al profitto per sé, senza implicazioni edonistiche o desiderio di consumo lavoravano ad maiorem dei gloriam. Questo aspetto, che Weber ricava dalla cultura calvinista del successo e della predestinazione, è stato il fattore essenziale della prima accumulazione di capitale.

Un altra categoria che emerge con la modernità è quella del consumatore, cioè dell’acquirente di bene e servizi. Nelle società tradizionali i consumi erano scarsi e legati ai beni prodotti dagli stessi individui che se ne servivano o dai loro servi. Producendo per lo scambio e l’accumulazione di denaro, non più per l’autoconsumo, la modernizzazione produce anche i consumatori che possono profittare di merci sempre nuove e a costi tenuti bassi dalla concorrenza.

ObamaAnche le trasformazioni politiche generano nuovi soggetti sociali. La figura del monarca o del signore viene sostituita da quella dell’uomo di governo, soggetto alla legge e, almeno formalmente, al rispetto del popolo dal quale trae il diritto stesso di governare. Per questa ragione, il politico moderno ha bisogno del consenso che è ricavato attraverso meccanismi di informazione o propaganda e attraverso la diminuzione di distanza dei rappresentanti dai rappresentati [vediamo così uomini pubblici narratori di barzellette, cinguettanti su Twitter  e dall’eloquio informale].

La formazione degli stati moderni produce gruppi di persone che lavorano con funzionari dello stato, dipendenti pubblici che si occupano di far funzionare l’apparato statale, soggetti caratterizzati almeno originariamente da un preciso ethos burocratico focalizzato sulla razionalità dell’azione amministrativa e sulla centralità dell’interesse pubblico. Diversamente dai collaboratori dello stato premoderno, vengono scelti in base alle competenze non della posizione sociale che occupano.

Il cambiamento politico più rilevante è però la trasformazione dei sudditi in cittadini, soggetti conosciuti solo per brevi periodi dell’antichità e costituenti una frazione minoritaria della popolazione. Diversamente dal suddito il cittadino ha diritti e doveri stabiliti dalla legge e partecipa al governo, nella misura consentita dalle norme. In altri termini, esso è

«titolare individuale di diritti entro la società politica, [condizione] che sorge nell’alveo delle grandi rivoluzioni borghesi e accompagna lo sviluppo del capitalismo industriale. In questo senso la nozione di cittadinanza si oppone anzitutto a quella di “sudditanza”, per la quale l’individuo non è titolare di alcun diritto nei confronti dell’autorità politica, ma è soltanto destinatario di doveri e comandi. […] Lo status di cittadino discende dalla rivendicazione borghese della libertà individuale contro lo Stato e, di conseguenza, dal carattere “limitato” del sistema politico, dal suo essere uno Stato costituzionale vincolato da meccanismi di divisione e di controllo del potere» [D. Zolo, La cittadinanza democratica nell’era del postcomunismo, “Discipline Filosofiche”, 1992/2, pp. 16-17].

Esercitazioni

Vedere la società: leggi l’immagine (Manchester)


11 Comments to “La modernizzazione”

  1. rivendicazione riconosciuta! lunedì inizio la raccolta delle olive, non mi stupirei
    che tu ti sia cimentata anche in questo tipo di pratiche, dato che il territorio
    umbro è sicuramente più ricco di ulivi che quello delle Marche.
    seguirò le tue lezioni come da programma scolastico nella speranza
    di arricchire il mio modesto bagaglio filosofico.”la filosofia contemporanea
    o segue Nietzsche o va per margherite” : la trovo illuminante.
    grazie e un caro saluto

    • 🙂 naturalmente, si tratta della mia posizione, quello di Severino è un tentativo meraviglioso di riascoltare la voce dei greci e ridare credito al senso nascosto dell’essere: l’uomo contemporaneo, purtroppo, é convinto di averne viste troppe per non aver capito qual è il (non) senso dell’essere.

      Buona raccolta delle olive che ti auguro accompagnata da giornate miti e asciutte: in gioventù non mi sono fatta mancare niente 🙂 Un salutone anche a te.

  2. eh no, rivendico anch’io le persiane anche se dipinte due estati fa 🙂 Severino è per me il miglior storico italiano di filosofia antica; altri altrettanto importanti (Berti, Faggiotto ..) hanno scelto uno specialismo (un autore, un concetto ..) che me li fa amare di meno.

    Le principali lezioni che tengo per il primo anno di filosofia, introduzione, milesii, Eraclito, Parmenide, sono stese sulla base dei suoi corsi (te ne puoi rendere conto vedendole da programmi/filosofia. terzo liceo) e così anche l’inizio (Cartesio) e la conclusione (Kant) del secondo (filosofia moderna) che Severino spiega sul filo rosso delle insuperate lezioni di storia della filosofia di Hegel.

    Insomma, due su tre dei miei corsi sono fortemente severiniani .. ora ti chiederai forse perché non il terzo (fil. contemporanea). Ecco, perché a mio avviso la filosofia contemporanea o segue Nietzsche o va per margherite e quello di Severino è un tentativo non riuscito di oltrepassare appunto Heidegger e Nietzsche (sempre a mio parere).

  3. Da dilettante, amante della filosofia, le tue indicazioni
    e i tuoi percorsi sono per me preziosi.
    Ho una grande curiosità di conoscere il tuo pensiero
    riguardo alla ricerca di Emanuele Severino. Per non
    cadere in trappole di eccessivo innamoramento, appunto
    da dilettanti, mi piacerebbe una valutazione da addetti
    ai lavori. A ciascuno il suo. A me le persiane a te la filosofia.
    A presto

  4. Questi i sentimenti che l’Occidente infonde
    nell’animo delle “menti migliori della mia
    generazione”

    E’ un’angosciosa manifestazione del disagio di vivere negli USA con una guerra in atto (Vietnam). C’è il ricordo/rimpianto dell’infanzia, l’incertezza del futuro, la tristezza disperata della guerra, la denuncia dell’assurdità della guerra che tutto avvelena.

    Un po’ come Jackson Browne scrisse “For Everyman” in risposta a “Wooden Ships” di Crosby/Kantner/Stills, Stephen Stills scrisse “We are not Helpless” in risposta a questo brano.

    There is a town in north Ontario
    With dream comfort memory to spare
    And in my mind I still need a place to go
    All my changes were there

    Blue blue windows behind the stars
    Yellow moon on the rise
    Big birds flying across the sky
    Throwing shadows on our eyes
    Leave us
    Helpless, helpless, helpless

    Babe can you hear me now
    The chains are locked and tied across the door
    Babe sing with me somehow

    Blue blue windows behind the stars
    Yellow moon on the rise
    Big birds flying across the sky
    Throwing shadows on our eyes
    Leave us
    Helpless, helpless, helpless

    inviata da Enrico – 4/6/2012 – 00:29
    confronta con l’originale

    Lingua: Italiano

    Versione italiana di Enrico

    INDIFESI

    C’è una città nel nord Ontario
    di cui conservo un confortevole ricordo di sogno
    E nella mia mente ho ancora bisogno di un posto dove andare…
    Tutti i miei cambiamenti sono avvenuti là…[1]

    Blu, finestre blu dietro le stelle [2]…
    Luna gialla che sorge [3]…
    Grandi uccelli che volano nel cielo [4]
    gettando ombre sui nostri occhi…
    Ci lasciano
    indifesi, indifesi, indifesi…

    Piccola, riesci a sentirmi ora?
    Le catene sono serrate e legate alla porta…
    Piccola, canta con me in qualche modo…[5]

    Finestre blu dietro le stelle…
    Luna gialla che sorge…
    Grandi uccelli che volano attraverso il cielo
    gettando ombre sui nostri occhi…
    Ci lasciano
    indifesi, indifesi, indifesi…

    inviata da Enrico – 4/6/2012 – 00:32
    NOTE

    [1] il disagio di trovarsi negli USA negli anni della guerra del Vietnam fanno rimpiangere l’infanzia e i luoghi dell’infanzia
    [2] le finestre che si aprono dietro le stelle sono le possibilità
    [3] è notte, la luna sorge e porta un po’ di luce
    [4] gli uccelli altro non sono che caccia bombardieri
    [5] la disperazione, l’angoscia, pesano, bloccano e frustrano ogni movimento…cerchiamo almeno di sostenerci l’un l’altro e di farci sentire!

  5. Grazie infinite di questi tuoi chiarimenti importanti.

    Posso farti una domanda?

    Ogni tanto sento anche parlare di “post-moderno”, per esempio qui:

    http://www.lastampa.it/2012/10/19/cultura/opinioni/editoriali/il-mistero-dietro-il-mito-simoncelli-lQNAU1TYpxqu8GGcR9G0VI/pagina.html

    dove il tuo collega D’Avenia si domanda:

    “E oggi cosa accade nella nostra cultura post-moderna?”

    Cosa si intende per post-moderno? Quando inizia?

    • è un concetto cruciale e uno dei temi che ho più studiato in questi anni. Uno dei libri più belli (e mal recepiti in Italia) che abbia letto, è stato proprio La condizione postmoderna di Lyotard. Te lo consiglio vivamente, e cercherò di scriverci qualcosa anche qui.
      Mi fa piacere, poi, che ti sia piaciuta la lezione di domani su Occidente e modernizzazione per i miei studenti della terza.


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