La Resistenza italiana e il 25 aprile

by gabriella

Ezio Giaccone, 26 anni, ucciso dai fascisti a Bologna nella battaglia dell’Università il 20 ottobre 1944

La guerra di liberazione italiana dal fascismo e dall’occupante nazista nasce dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e si conclude con le giornate dal 19 al 25 aprile 1945 nelle quali i partigiani proclamano l’insurrezione generale, liberando città, occupando fabbriche, prefetture, caserme, spesso entrando prima degli “alleati” nelle città presidiate da fascisti e tedeschi.

E’ stato un vasto fenomeno di ribellione popolare che ha unito persone di diversa estrazione sociale, ruolo, orientamento politico. Resistettero reparti del regio esercito – dalla Divisione Aqui a Cefalonia ai 650.000 militari (IMI) che, fatti prigionieri dai tedeschi, preferirono la deportazione nei campi di sterminio all’adesione al fascismo e alla collaborazione con la Repubblica di Salò (morirono in 400.000) – disertarono e presero la via della montagna o difesero armati le cittàattaccando reparti tedeschi o carceri e questure fasciste – studenti, operai, maestri. Morirono in cinquantamila, 70 anni fa [All’apertura dell’articolo si attiva automaticamente l’audio del popup di Tutta la città ne parla: scorrere il testo ed escluderlo manualmente].

Quando l’ingiustizia diventa legge,
la resistenza diventa dovere.

Bertold Brecht

I partigiani

Giordano Cavestro (1925 - 1944)

Giordano Cavestro (1925 – 1944)

Alcune storie e testimonianze dei partigiani di montagna.

Giordano Cavestro (Mirko). 18 anni, studente di scuola media. Nato a Parma il 30 novembre 1925, nel 1940 dà vita ad un bollettino antifascista attorno al quale si mobilitano numerosi militanti. Dopo l’8 settembre 1943 lo stesso nucleo diventa centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma. Catturato il 7 aprile 1944 a Montagnana (Parma), nel corso di un rastrellamento operato da tedeschi e fascisti. Fucilato il 4 maggio 1944 nei pressi di Bardi (Parma) con altri quattro compagni.

Cari compagni, ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Parma, 4 maggio 1944                                       Giordano Cavestro

 

Emilio Casalini (1920 - 1944)

Emilio Casalini (1920 – 1944)

Siamo i ribelli della montagna è stata scritta nel marzo del 1944, sull’Appennino ligure-piemontese da Emilio Casalini (Cini), comandante della III brigata d’assalto Garibaldi “Liguria”, distrutta il 6 aprile del 44 nel massacro della Benedicta (150 superstiti su 800).

Bruno Frittaion (Attilio). 19 anni. Studente. Nato a San Daniele del Friuli (Udine) il 13 ottobre 1925. Sino dal 1939 si dedica alla costituzione delle prime cellule comuniste nella zona di San Daniele, dopo l’8 settembre 1943 abbandona la scuola unendosi alle formazioni partigiane operanti nella zona, prende parte a tutte le azioni del Battaglione “Písacane”, Brigata “Tagliamento”, e quindi, con funzioni di vicecommissario di Distaccamento, dei Battaglione “Silvio Pellíco ” -. Catturato il 15 dicembre 1944 da elementi delle SS italiane, tradotto nelle carceri di Udine,  più volte torturato, fucilato il 1 febbraio 1945 nei pressi dei cimitero di Tarcento (Udine) con altri sette compagni.

Bruno Frittaion

Bruno Frittaion (1925-1945)

Edda,
voglio scriverti queste mie ultime, e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime si, il destino vuole così, spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura. Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano anzi sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino a oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo compenso. Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l’idea che purtroppo per poco ho servito, ma sempre fedelmente.
Edda il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore quell’amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che ci faceva felici per sempre. Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato. Addio a tutti.
Addio Edda

Udine, 1 febbraio 1945       Bruno Frittaion

 

 

Storia della Resistenza

Gli eventi dal 19 al 30 aprile 1945.

Nella settimana da 19 al 25 aprile i partigiani, su ordine del CLN, danno il via all’insurrezione generale, mentre gli Alleati dilagano nella pianura padana. Dalle montagne, i partigiani confluiscono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate viene dato l’ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani sono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti che componevano il CLN.

Mentre avviene tutto questo le formazioni fasciste si sbandano e le truppe tedesche battono in ritirata. Si consuma il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dagli inizi del 1945 e i cui vertici si preparavano alla resa agli Alleati.

I partigiani festeggiano la liberazione

La mattina del 14 aprile, in un’Imola che sembrava deserta, entra per primo l’87° Reggimento Fanteria del Gruppo di Combattimento “Friuli”[17] a cui, però, viene subito comandato di dirigersi verso Bologna. Poco dopo giunge la divisione Carpatica polacca, comandata dal generale Wladyslaw Anders insieme ai soldati del Gruppo di Combattimento “Legnano”[18], che viene accolta dagli imolesi nel frattempo usciti dai loro rifugi. Ancora la mattina del 21 aprile, è il “Friuli” ad entrare per primo[19] a Bologna, passando per la Porta Maggiore, nel tripudio dei bolognesi. In giornata giungono anche i polacchi, il “Legnano” e altri gruppi. Gli americani liberano Modena il 22 aprile, Reggio Emilia il 24 e Parma il 25. Nella stessa data, a Genova, inizia l’insurrezione, che porterà il generale tedesco Gunther Meinhold ad arrendersi formalmente al CLN ligure il 25 aprile.

Milano e Torino sono liberate il 25 aprile: questa data è stata perciò assunta quale giornata simbolica della liberazione di tutta l’Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene commemorata annualmente in tutte le città italiane.

Le truppe alleate arrivano nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell’arrivo degli alleati rese la loro avanzata più rapida e meno onerosa in termini di vite. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada. I resti dell’esercito tedesco e gli ultimi fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. In alcuni casi, come a Firenze nel settembre 1944, avvennero vere e proprie battaglie, ma solitamente la loro resistenza si ridusse a una disorganizzata guerriglia, per esempio a Parma e a Piacenza.

La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e le loro famiglie pernotta a Grandola ed Uniti nell’hotel Miravalle nella frazione di Cardano.

Il 27 aprile 1945, Benito Mussolini viene catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tenta di espatriare assieme all’amante Claretta Petacci, indossando la divisa di un soldato tedesco. Riconosciuto dai partigiani, è fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo, 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere viene esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, dove viene lasciato alla disponibilità della folla, che infierisce sul cadavere. In quello stesso luogo, infatti, otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.

Il 29 aprile la resistenza italiana ha formalmente termine con la resa incondizionata dell’esercito tedesco, e i partigiani assumono pieni poteri civili e militari.

Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia dichiara che:

la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali.

Oggi possiamo dire che quelle macerie non sono ancora state rimosse.

 

 

I caduti della Resistenza

partgimpiccati

Partigiani impiccati in montagna

Chiamiamo “resistenza” la mobilitazione in armi di decine di migliaia di italiani, di cui circa 44.700 caduti, 15.000 dei quali uccisi dai tedeschi (Wehrmacht e SS) e dai fascisti della Repubblica Sociale Italiana tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945.

partigiana seviziata e uccisa da tedeschi

Partigiana seviziata e uccisa dai tedeschi a Po di Vigarolo (Rovigo)

Si calcola che i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) siano stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati ed invalidi; tra partigiani e soldati regolari italiani caddero combattendo almeno in 40.000 (10.260 della sola Divisione Acqui impegnata a Cefalonia e a Corfù).

Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d’oro al valor militare.

partigiani fucilati

Partigiani fucilati nelle cascine e in città

La Divisione Aqui che si ribellò per prima a Cefalonia

La Divisione Aqui che si ribellò per prima a Cefalonia

Dei circa 40.000 civili deportati, per la maggior parte per motivi politici o razziali, torneranno solo 4.000. Gli ebrei deportati nei lager furono più di 10.000; dei 1.023 deportati ad Auschwitz dal ghetto di Roma, tornarono solo in sedici.

Tra i soldati italiani che dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre decisero di combattere contro i nazifascisti sul territorio nazionale continuando a portare la divisa, morirono in 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000), ma molti dopo l’armistizio parteciparono alla nascita delle prime formazioni partigiane (che spesso erano comandate da ex ufficiali).

rastrellamento ghetto

16 ottobre 1943, rastrellamento del Ghetto di Roma

Furono invece 40.000 i soldati che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 deportati in Germania e Polonia dopo l’8 settembre (tra di loro, anche mio nonno N.D.R.) per aver rifiutato di entrare nei reparti della RSI in cambio della libertà. Rifiutò il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 22.000 caduti cittadini comuni, partigiani, ebrei. Tra le più sanguinose, quella delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema.

Fischia il vento, uno dei più celebri canti della resistenza, è stata scritta dal Comandante partigiano Felice Cascione, nel 1943.


 

Risiera di San Sabba. Lettera di Pino Robusti alla fidanzata

Rosario Bentivegna, i GAP e Via Rasella

Italo Calvino, Oltre il ponte

IMI, La storia dei militari italiani internati nei lager nazisti


4 Comments to “La Resistenza italiana e il 25 aprile”

  1. Un Claudio Bisio (alla fine del video di Bella Ciao montato da un internauta francese) giustamente scandalizzato rileva che “quelli del Grande Fratello non sanno cos’è il 25 aprile”. A molti dei 15enni di oggi nessuno ha spiegato perchè festeggiamo la liberazione né da cosa ci siamo liberati.

    • Puntuale profezia: non ci siamo ancora liberati

      La trappola per italiani di Giorgio Napolitano. Scatterà?
      Domenica 31 Marzo 2013 16:19

      L’ultima mossa politica di Giorgio Napolitano, prima della scadenza del mandato presidenziale, può essere sia una cartuccia che si rivela sparata a salve che un pericoloso tiro di cecchino sul corpo di questo paese. L’esito del colpo di carabina tirato al paese è incerto, l’ha detto lo stesso Napolitano, ma il bersaglio è chiaro. Ma andiamo per gradi.

      Il mese successivo alle elezioni di febbraio è stato solo una lenta agonia per Pierluigi Bersani e la maggioranza che l’ha eletto segretario del Pd. Agonia forse evitabile, visto che era chiaro dalla sera del 25 febbraio non c’erano margini politici per un governo Pd-Sel appoggiato dall’esterno, ma anche in un certo senso obbligata dalla legge elettorale. Legge che ha ha fornito, alla Camera, un numero di deputati al centrosinistra spropositato rispetto all’effettivo peso politico. E che ha comunque spinto Pierluigi Bersani, forte di questa maggioranza in una delle due camere, a cercare appoggio oltre l’impossibile. Finita questa fase un pò scontata, ma anche utile per le diplomazie parallele che hanno lavorato per uscire dallo stallo di febbraio, si è passati ai giochi politici seri.

      Ed è in questo contesto, e negli ultimissimi giorni, che è arrivata la mossa di Giorgio Napolitano. In due atti. Il primo è stato quello di spedire Pierluigi Bersani, e Sel, nello spazio profondo di un preincarico dal quale non è ancora ufficialmente uscito (e dal quale sia Bersani che Vendola forse mentalmente e politicamente non usciranno mai). Il secondo quello di nominare, novità assoluta nella storia della Repubblica, una commissione di dieci saggi che indirizzi i futuri possibili accordi di governo. E’ nella lista dei saggi nominati, e quindi nel dettaglio, che sta il demonio della trappola tesa a questo paese. Ci sono infatti diversi nomi di indubbio prestigio, capacità professionale e scientifica (Onida, Giovannini ad esempio), ma due sono i personaggi che danno il senso politico dell’operazione. Che più che essere un tentativo ecumenico di risoluzione dei vari conflitti politici rappresenta davvero un preciso esercizio di selezione tra chi conta in politica e chi no. Prima di tutto, in area Pd, per quanto riguarda le riforme istituzionale c’è Luciano Violante. Non un nome ma IL nome storico di garanzia per tutti gli accordi, e i tentativi di accordo, tra centrodestra e centrosinistra. Dall’assetto proprietario delle tv, al tentativo di “riformare” la magistratura alle riforme istituzionali vere e proprie. Il cantore delle esigenze dei “ragazzi di Salò” e colui che ha avuto il potere di ammonire, pubblicamente e alle camere, Berlusconi. Sul fatto che il centrosinistra, in caso di violazione delle intese da parte del centrodestra, avrebbe rimesso in discussione gli accordi sulle tv Mediaset (il bello è che il centrosinistra, dopo questo sfacciato episodio, ha continuato a prendere i voti antiberlusconiani. Potenza della credulità popolare).

      A Violante si accompagna quindi Quagliariello che, da diverso tempo, è il pontiere in area centrodestra per le grandi intese e le riforme istituzionali. La vera matrice delle due commissioni dei saggi passa quindi attraverso l’intesa tra i personaggi indicati. Se tra Violante e Quagliarello fluiranno bozze, discussioni, intese l’intero asse delle due commissioni prenderà quota. Già ma cosa sono queste due commissioni? Poco più di un niente, mediaticamente gonfiato, o un tentativo di commissariamento dei partiti sui futuri contenuti, e protagonisti, di governo? Sono vere entrambe le versioni, finchè lo scenario politico rimane quello attuale. Con i veti incrociati, che vanno sciolti in un senso o in un altro, tra i cartelli elettorali.

      Soffermiamoci però sull’eventuale successo delle commissioni Napolitano. Avremmo due gruppi di saggi, i cui criteri di nomima sono discrezionali e sulla cui costituzionalità ci sarebbe da discutere, che di fatto rappresenterebbero un commissariamento, su procedure e contenuti, dell’intero parlamento. O, se si preferisce, avremmo una sorta di incubatore delle possibili intese tra pdl e ciò che resterà del pd dopo la resa dei conti interna al riparo dalla dialettica parlamentare. Allo stesso tempo, vista la scadenza indefinita della commissione, avremmo l’indirizzo politico voluto da Napolitano, che esclude Sel come mezzo Pd, in grado di condizionare i futuri assetti di governo ed istituzionali ben oltre la fine del suo mandato. Già, ma quale è l’indirizzo politico di Napolitano?
      Prima di tutto rimandiamo ad un articolo del settembre scorso quando questo scenario, invisibile agli elettori di centrosinistra (esempi aurei di credulità popolare progressista), si stava preparando.

      Per farla breve, attraverso la presidenza Napolitano passa la consapevolezza, nelle reti istituzionali, che si debba chiudere il cerchio del funzionamento dei processi governamentali spezzato negli ultimi anni della seconda repubblica, a partire dalla esplosione della crisi dei subprime. Questo cerchio si chiude necessariamente espellendo, dal novero dei diritti come da quello della rappresentanza reale, l’ampia porzione di società incompatible con i processi di ristrutturazione economica e finanziaria dell’Ue e dell’eurozona. Piaccia o non piaccia, e a chi scrive al momento pare poco di più che un fan club allargato di un uomo di spettacolo, il M5S ha avuto un risultato elettorale che ha impedito la chiusura di questo cerchio. Passato l’effetto choc ad oltre un mese dal risultato elettorale Napolitano, come annunciato in Europa, lavora attorno ad un nuovo tentativo di chiusura non tanto di una nuova maggioranza ma di un processo di governamentalità compatibile con le (pericolose) ristrutturazioni Ue-eurozona.

      Si guardi ai risultati che si delineano dalla giornata di sabato: rilegittimazione del governo Monti, un unicum della storia repubblicana, che si era dimesso e in un’altra legislatura; istituzione di due commissioni di saggi, oltre che di due speciali alla camera e al senato. Tutto questo dispositivo assieme, in maniera ignota, se funzionerà guiderà, passaggi delicatissimi come il dpef, la liquidazione di parte dei debiti dello stato a banche ed imprese, la tares, l’iva. Con un governo Monti che, fino a nuovo ordine, è legittimato nei vertici Ue ed eurozona. Il tutto con i due più importanti saggi della commissione, Violante e Quagliarello, che rischiano di essere i dominus della vita repubblicana senza essere stati eletti da nessuno in quel ruolo ma nominati da un presidente di fatto scaduto.

      Si cercherà, nella dialettica Violante-Quagliariello, di mettere mano ad una forma stato più autoritaria ed agile, in linea con fiscal compact e pareggio di bilancio, dando qualche concessione all’immagine (sul numero di parlamentari, sulla fine del bicameralismo perfetto). Si cercherà di metabolizzare istituzionalmente il recente Two pack, l’accordo continentale sul controllo della legge di stabilità che rende inutile la sovranità popolare. E si cercherà di trovare soluzione politica all’impasse. Soluzione che, nella formula Violante-Quagliariello, passa attraverso la resa del Pd rispetto a qualsiasi velleità di rappresentanza, anche simbolica, a sinistra e il definitivo sganciamento dal sindacato assieme all’istituzione di leggi draconiane sul lavoro e sulla produttività. Per non parlare del processo di estinzione della spesa pubblica e di supporto alle voragini bancarie nazionali e continentali.

      Per il pdl si tratterebbe di rendere finalmente certo, per Mediaset e per il paese, il processo di uscita di Berlusconi dai guai giudiziari prima e dalla vita politica poi. Lasciando Cologno Monzese come solido player dell’ormai difficile mercato della tv generalista e della raccolta pubblicitaria.
      Per mettere in piedi tutta questa possibile architettura Napolitano, facendo finta di ascoltare Bersani, ha dato retta al potente Olivero, presidente delle Acli, ascoltato in Vaticano e della corrente vincente di Scelta Civica. Costruendo una lista di saggi che proverà ad aiutare, definendo i contenuti “di salvezza nazionale”, l’emersione di una maggioranza. Che, se ci sarà, sarà ottenuta facendo fuori mezzo Pd, quello contrario alle larghe intese, Sel e riducendo il movimento a 5 stelle a folkloristico, magari chiassoso, esempio di rinnovata partecipazione popolare alla vita delle istituzioni.

      In questo senso la commissione di saggi potrebbe essere anche il luogo dove passano sia il nome del nuovo presidente del consiglio e di quello della repubblica. Visto con occhi europei, specie quelli di Bruxelles o di Francoforte, l’esperimento è compatibile con quel che chiede l'”Europa” e potrebbe anche funzionare. Visto con occhi italiani si tratta di un tentativo che può fallire per molte variabili. Si va dal desiderio di forzare la mano elettoralmente da parte di uno dei contendenti, alle resistenze di parte del Pd, al precipitare della crisi sociale o alla conclamata impossibilità di risolvere in termini materiali la crisi liberista e bancaria.

      La trappola per italiani di Napolitano nel frattempo è stata piazzata. Il fatto che scatti o meno dipende, come spesso in questi casi, da variabili anche molto sottili.
      Tayllerand, che di sottigliezze del potere se ne intendeva persino più di Andreotti, dei governanti spesso diceva “siate ai loro piedi ma mai nelle loro mani”. Il problema è che un intero paese rischia di finire, per una nuova lunga stagione, proprio nelle loro mani. Se invece la trappola non scatterà si tratterà di comprendere i benefici del caos istituzionale. Comprensione per la quale il paese sembra ancora acerbo. Vent’anni di seconda repubbblica, e del suo pessimo abito mentale prima ancora che politico, non passano in un istante.
      Per Senza Soste, nique la police.
      http://www.senzasoste.it/nazionale/la-trappola-per-italiani-di-giorgio-napolitano-scattera

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