Posts tagged ‘straniero’

Luglio 12th, 2019

Alessandro Dal Lago, La xenofobia contemporanea secondo l’etnografia

by gabriella
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Hannah Arendt (1906 – 1975)

L’introduzione a Lo straniero e il nemico, analisi etnografica dell’ostilità crescente verso gli stranieri nelle società contemporanee.

A partire da Abramo, la condizione dello straniero respinto dalla città è un mito fondativo della tradizione ebraico-cristiana. Popolo per definizione di stranieri, nell’esilio egiziano o nella cattività babilonese, tra le genti di Canaan o sotto il tallone romano, nella diaspora e nelle persecuzioni che ne scandiscono la storia fino allo sterminio, gli ebrei incarnano il doppio ruolo di matrice della nostra cultura e di testimonianza della sua storica colpa.

La definizione weberiana degli ebrei come popolo-pariah, che Hannah Arendt (1951; 1975) riprenderà in un’accezione non più descrittiva ma propositiva (la condizione di pariah come premessa di una possibile libertà politica), sottolinea l’estraneità che il cosiddetto Occidente alberga in se stesso.

Per molti secoli (almeno fino alla comparsa degli zingari), gli ebrei saranno l’unico popolo veramente straniero in Europa, straniero in quanto impossibile da identificare con un territorio e con uno Stato, e quindi confinato in ghetti, sottoposto a regolamenti e statuti particolari e vessatori, oggi tollerato nelle città e domani cacciato o abbandonato ai pogrom.

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Luglio 1st, 2019

Georg Simmel, Excursus sullo straniero

by gabriella

Simmel (1858-1918) nel 1914

L’Excursus sullo straniero è un classico della sociologia dei gruppi elaborato da George Simmel, il più filosofo dei sociologi.

L’autore vi delinea un profilo in cui lo straniero è un membro del gruppo (ingroup) caratterizzato dalla non appartenenza (outgroup); è quindi l’incarnazione stessa dell’ambiguità, del limite, della frontiera.

Quale appartenente alla comunità, lo straniero è una figura del «terzo» che impedisce alla comunità di giocare il facile gioco della tautologia (A=A) identificandosi con il “dentro” e opponendosi al “fuori”; è qualcuno che rompe il sogno dell’omogeneità naturale di un Noi identico a stesso, ponendosi a cavallo tra l’amico e il nemico.

Il testo seguente, tradotto da Antonina M. Meta Galioto da G. Simmel, Soziologie. Untersuchungen rdie Formen der Vergesellschaftung, München-Leipzig, Duncker-Humblot, 1923, è tratto da Enrico Pozzi (a cura di), Lo straniero interno, Firenze, Ponte alle Grazie, 1993, pp. 25-29.

Se il migrare, come distacco da ogni punto spaziale dato, costituisce il termine di paragone rispetto al fissarsi in un tale punto, allora la definizione sociologica dello « straniero » rappresenta, per così dire, l’unità di tutte e due le definizioni – certamente rivelando anche qui che il rapporto verso lo spazio è solo, da una parte, la condizione mentre, dall’altra parte, è il simbolo dei rapporti verso le persone.

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Luglio 1st, 2019

Enrico Pozzi, Lo straniero interno

by gabriella
straniera

Lo straniero interno

Introduzione a Lo straniero interno, a cura di Enrico Pozzi, Firenze, Ponte alle Grazie, 1993.

Nel celebre Excursus sullo straniero, Simmel introduce la figura dello «straniero interno» con la quale mostra l’ossimoro contenuto nel concetto stesso: lo straniero interno è, infatti, al tempo stesso straniero e interno al nostro gruppo.

Se fosse solo straniero, ci sarebbe, infatti, semplicemente estraneo. «[…] gli abitanti di Sirio […] non esistono affatto per noi, stanno al di là di ciò che è lontano e di ciò che è vicino».

Lo straniero interno non sta oltre il confine spaziale o esistenziale del noi, entra nella dialettica della vicinanza e della distanza, sta nel nostro spazio significativo, appartiene alla nostra comunità, ci è interno. Non perché, sempre straniero, vive concretamente tra noi. Ma perché condivide molto della nostra identità, dei nostri valori e delle nostre categorie cognitive. Abita il noi, e come noi.

Eppure rimane straniero. Qualcosa lo separa da noi, una differenza intorno ad un tratto costitutivo della nostra identità. Questa differenza fonda la sua identità per noi, e per se stesso. E’ una differenza abbastanza grande da avvicinarlo alla diversità dell’estraneo, e abbastanza contenuta da tenerlo di qua dai confini, nella identità del noi.

Lo straniero interno

«non è il viandante, che viene oggi e domani va, bensì come colui che oggi viene e domani rimane». 

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Gennaio 23rd, 2017

John Steinbeck, Maledetti Okies

by gabriella

furoreNel XXI capitolo di The Grapes of Wrath, 1939 (Furore), la famiglia Jods, cacciata dalla piccola fattoria in Oklahoma dalla banca alla quale non poteva restituire un prestito, arriva in California, dove spera di lavorare nella raccolta della frutta. Durante il drammatico viaggio ha perso tutto, salvo la speranza di ricominciare. Saranno gli uomini del posto, impoveriti e impauriti dalla miseria, a toglierle anche questa in una descrizione classica dell’ostilità montante verso lo straniero.

Lo leggiamo oggi in 3F nel contesto del lavoro in psicologia sociale su stereotipi e pregiudizi verso gli stranieri. Si veda anche l’approfondimento La ricerca del capro espiatorio da Trump a Salvini di Fahrenheit (RadioRai 3) dal minuto 2:26.

E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore.
Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

John Steinbeck, The Grapes of Wrath

Ora gli emigranti sono trasformati in nomadi. Quella gente che aveva vissuto di stenti sui magri prodotti d’un pezzetto di terra, adesso ha l’intero Occidente in cui spaziare. E lo va rovistando da un capo all’altro, e le strade son convertite in fiumane di gente, e gli argini dei corsi d’acqua sono presidiati da falangi di straccioni.

Finché erano rimasti nei loro poderi del Middle West e del South West, erano stati tutti coloni, coloni che l’industria aveva lasciati intatti, contadini che non sentivano il bisogno di ricorrere alle macchine per lavorare la terra, né conoscevano la potenza e il pericolo delle macchine nelle mani di privati. Non si erano assuefatti ai paradossi dell’industria. Vedevano distintamente il lato assurdo e ridicolo della vita industriale.

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Novembre 10th, 2013

Moni Ovadia, Sull’identità ebraica

by gabriella

moni ovadiaNel testo dell’intervista Perché lascio la mia comunità ebraica, rilasciata a Il Manifesto e pubblicata il 9 novembre 2013, Moni Ovadia espone la sua visione dell’ebraismo, quale religione fondativa dell’universalismo e del nucleo originario dell’idea di giustizia sociale. Uno spirito che Israele avrebbe da tempo abbandonato, secondo l’attore, abbracciando un sinistro «ein Folk, ein Reich, ein Land», in virtù del quale persegue il genocidio palestinese.

Lunedì scorso tramite un’intervista chiestami dal Fatto Quotidiano, ho dato notizia della mia decisione definitiva di uscire dalla comunità ebraica di Milano, di cui facevo parte, oramai solo virtualmente, ed esclusivamente per il rispetto dovuto alla memoria dei miei genitori. A seguito di questa intervista il manifesto mi ha invitato a riflettere e ad approfondire le ragioni e il senso del mio gesto, invito che ho accolto con estremo piacere. Premetto che io tengo molto alla mia identità di ebreo pur essendo agnostico.

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Giugno 10th, 2013

Francesco Lamendola, Amico e nemico nel pensiero politico di Carl Schmitt

by gabriella

Schmitt

Una buona introduzione al pensiero politico di Carl Schmitt e all’antitesi ‘amico/nemico’. In coda al testo la scansione dei paragrafi § 3 e 4 de Il concetto di ‘politico’, tratti da Le categorie del ‘politico’ (1932), trad. it. 1972, Bologna, Il Mulino, pp. 110-120.

Se vi è un pensatore politico la cui opera sia più che mai viva nel mondo contemporaneo, quegli è il tedesco Carl Schmitt (1988-1986), le cui dottrine si possono vedere in controluce, ad esempio, nella praxis inaugurata dall’Amministrazione repubblicana statunitense dopo l’11 settembre del 2001 (ma in effetti, per chi sapeva vedere, anche assai prima di quella data e anche da parte di precedenti Amministrazioni, democratiche, di quella nazione).

Carl Schmitt, già membro del Consiglio di Stato prussiano e presidente dell’Associazione dei giuristi nazionalsocialisti durante il nazismo, proveniva da una famiglia del ceto operaio e di religione cattolica. In realtà, del cristianesimo (come dell’hegelismo) condivideva il pessimismo antropologico in quanto era convinto di una “caduta” dell’uomo da una condizione originaria di felicità, che lo aveva reso “cattivo”; ma, a differenza del cristianesimo, non credeva in un suo possibile riscatto e pensava, con Machiavelli e con Hobbes, che l’unico mezzo per impedirgli di scatenare una guerra di tutti contro ciascuno fosse riposta in un potere statale forte, tanto più necessario e tanto più problematico ora che, con l’avvento della modernità, erano venute meno le forme tradizionali della legittimità (ad esempio, il potere monarchico di diritto divino).

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Giugno 1st, 2013

Monica Centanni, Xenos

by gabriella

Chi posso in generale riconoscere come mio nemico? Evidentemente soltanto colui che mi può mettere in questione […] E chi può mettermi realmente in questione? Solo io stesso. O mio fratello. Ecco. L’Altro è mio fratello. L’Altro si rivela fratello mio, e  il fratello mio nemico. […] Ci si classifica attraverso il proprio nemico. […] Il nemico è la figura del nostro proprio problema.

Carl Schmitt, Il nomos della terra


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