Ugo Mattei, L’espropriazione in nome della legge

by gabriella

mattei senza libertàDalle enclosures delle terre comuni alla conquista coloniale. Alle contemporanee forme di «capitalismo estrattivo». Un saggio di Ugo Mattei sulla proprietà privata. La recensione di Giso Amendola uscita su Il Manifesto del 28 agosto 2014.

Il neo­li­be­ra­li­smo con­tem­po­ra­neo è un grande con­su­ma­tore di libertà, ricor­dava Michel Fou­cault durante quei corsi che, in presa diretta, pro­va­vano a capire cosa stava acca­dendo sul finire degli anni Set­tanta, quando la crisi del wel­fare state comin­ciava ad essere gestita in modo aggres­sivo da nuovi pro­ta­go­ni­sti. Con­su­mare libertà signi­fica evi­den­te­mente nutrir­sene per il pro­prio fun­zio­na­mento: ma, allo stesso tempo, con­trol­larla e gover­narla con­ti­nua­mente, lascian­done ben poca. Nel suo recente «Senza pro­prietà non c’è libertà» (Falso!), uscito per la col­lana Idòla di Laterza (pp. 78, euro 9), Ugo Mat­tei sce­glie come obiet­tivo pole­mico il dispo­si­tivo prin­ci­pale attra­verso cui il libe­ra­li­smo ha reso «con­su­ma­bile» la libertà: la costru­zione sto­rica di un nesso, tanto stretto quanto men­zo­gnero, tra libertà e pro­prietà. Mat­tei, coi toni mar­tel­lanti del pam­phlet, mostra come, al con­tra­rio, la pro­prietà sia sem­pre ser­vita a rimet­tere ordine con­tro le ten­ta­zioni di una libertà ecce­dente e a distrug­gere le pos­si­bi­lità di una libertà in comune.
La genesi della sovrap­po­si­zione tra libertà e pro­prietà è facil­mente rin­trac­cia­bile nel costi­tu­zio­na­li­smo libe­rale «clas­sico». Lo pro­cla­merà sir Wil­liam Black­stone a chiare let­tere nel tardo Set­te­cento: la difesa della libertà coin­cide senza scarti con la difesa della pro­prietà pri­vata. Senza pro­prietà, che è «domi­nio dispo­tico» sulle cose, si cadrebbe ine­vi­ta­bil­mente sotto il domi­nio degli altri.

 

La legge del potere

Locke1Era stato John Locke, un secolo prima, a trac­ciare le linee fon­da­men­tali di que­sto modello. Prima mossa: la pro­prietà è la vera garan­zia della libertà, da cui discende che il vero sog­getto libero è quello pro­prie­ta­rio. Attorno alla pro­prietà si costrui­sce, anzi, la stessa strut­tura del sog­getto. Il sog­getto giu­ri­dico è libero in quanto pro­prie­ta­rio della pro­pria per­sona e, prima ancora, del pro­prio lavoro. In secondo luogo, il sovrano è il garante della libertà/proprietà. Lo Stato è uno stru­mento fina­liz­zato alla tutela del sog­getto pro­prie­ta­rio: di qui l’asimmetria sto­rica, for­te­mente sot­to­li­neata da Mat­tei, tra la forte difesa della pro­prietà pri­vata nei con­fronti del pub­blico e l’assenza di ogni rime­dio quando invece è il pub­blico stesso a voler pri­va­tiz­zare.

Terzo e fon­da­men­tale momento: prima ancora della distin­zione tra pub­blico e pri­vato, tra sovrano e sog­getto, inter­viene un atto di espro­pria­zione, di rot­tura del comune, costi­tu­tivo di quella stessa distin­zione. In altri ter­mini: pro­prietà e sovra­nità, lungi dall’opporsi l’una all’altra, sono due aspetti della stessa forza appro­pria­tiva, della mar­xiana accu­mu­la­zione ori­gi­na­ria.

Sono i due aspetti, per­fet­ta­mente sim­me­trici, della pro­prietà pri­vante, di cui Mat­tei segue le tracce: il primo è quello appro­pria­tivo, il secondo la capa­cità di pro­durre e for­giare il sog­getto pro­prie­ta­rio. Al di là dei modi attra­verso i quali il diritto ha sem­pre pro­vato a nor­ma­ti­viz­zare e ad addol­cire la sua vio­lenza, l’origine della pro­prietà richiama comun­que il sac­cheg­gio, il pre­mio pro­messo ai sol­dati per la con­qui­sta. Mat­tei pre­senta alcuni foto­grammi molto vividi di quella che defi­ni­sce una tas­so­no­mia geno­cida: dalla pro­prietà fon­dia­ria indi­vi­duale inglese, la free tenure signi­fi­ca­ti­va­mente fatta risa­lire a Guglielmo il Con­qui­sta­tore, alla con­qui­sta delle Ame­ri­che, quando, ricorda Mat­tei, sulla Santa Maria venne imbar­cato un notaio, pronto a cer­ti­fi­care l’avvenuto acqui­sto a titolo ori­gi­na­rio; sino alla scena delle enclo­su­res, quando Locke, segre­ta­rio per­so­nale di un grande pro­prie­ta­rio ter­riero, san­ti­fica giu­ri­di­ca­mente l’appropriazione delle terre.

 

Dopo il saccheggio

In modo molto appas­sio­nato, Mat­tei ci ricorda anche come tutta que­sta sto­ria sia stata can­cel­lata dall’insegnamento uni­ver­si­ta­rio main­stream del diritto, com­plice la pro­fes­sio­na­liz­za­zione spinta delle facoltà di giu­ri­spru­denza.

Accanto all’origine appro­pria­tiva e vio­lenta, la pro­prietà pri­vante però ha anche l’aspetto, appa­ren­te­mente più soft, della costru­zione del sog­getto pro­prie­ta­rio: è pro­du­zione di sog­get­ti­vità, non solo sac­cheg­gio e con­qui­sta. Ma anche que­sta seconda fac­cia mostra quanto sia fal­lace il bino­mio proprietà/libertà: il rap­porto con la libertà è molto pro­ble­ma­tico, infatti, non solo per gli esclusi e gli spos­ses­sati, ma per­sino per i pro­prie­tari stessi. La pro­prietà pro­duce assog­get­ta­mento per lo stesso pro­prie­ta­rio: Mat­tei ricorda a buona ragione come la pro­messa del tutti pro­prie­tari della pro­pria casa abbia fun­zio­nato, all’inizio della crisi, come potente spinta all’indebitamento. Anche qui, non c’è nes­sun «pub­blico» più o meno «buono» che abbia fun­zio­nato da pro­te­zione con­tro i mec­ca­ni­smi di spos­ses­sa­mento: sem­mai invece è pro­prio «la sim­biosi mutua­li­stica tra Stato e pro­prietà pri­vata», scrive Mat­tei, a ripro­durne con­ti­nua­mente le con­di­zioni.

Oggi che la pro­prietà si pre­senta con il suo volto estrat­tivo al di fuori di qual­siasi media­zione wel­fa­ri­stica, il con­fronto si spo­sta neces­sa­ria­mente sul ter­reno poli­tico costi­tuente: è evi­dente, e Mat­tei lo fa emer­gere in pieno, che ria­prire il discorso dei beni comuni, degli usi, della riap­pro­pria­zione, è pos­si­bile solo attra­verso isti­tu­zioni con capa­cità gene­ra­tive che si pon­gano oltre quella pola­rità pubblico/privato che ha segnato la sto­ria del costi­tu­zio­na­li­smo. Ter­reno costi­tuente, ci sem­bra, non può qui che signi­fi­care un pro­cesso di rot­tura di quella pola­rità, e non sem­pli­ce­mente uno spa­zio «terzo», più o meno equi­di­stante da pub­blico e pri­vato. Mat­tei parla a que­sto pro­po­sito di una pro­prietà gene­ra­tiva, sot­to­li­neando però con forza che si tratta dell’opposto della pro­prietà quale la cono­sciamo: da parte nostra, lasce­remmo cadere senza nes­sun rim­pianto anche il nome, se non altro per amor di puli­zia con­cet­tuale. Ma, al di là delle que­stioni ter­mi­no­lo­gi­che, l’importante ora è che la cri­tica della pro­prietà rie­sca a porsi all’altezza delle tra­sfor­ma­zioni radi­cali della pro­prietà stessa.

 

Le questioni da affrontare

La forza estrat­tiva della pro­prietà ha oggi dimen­sioni quan­ti­ta­tive, ma soprat­tutto qua­li­ta­tive e inten­sive, nuove: è oggi diven­tata estra­zione di valore dall’intera società, attra­verso mol­te­plici e intri­cate forme di sfrut­ta­mento del lavoro e forme di spos­ses­sa­mento delle risorse, cogni­tive e mate­riali. In que­sto qua­dro, un radi­ca­mento reale sul ter­reno costi­tuente richiede che si affronti diret­ta­mente il pro­blema dell’organizzazione poli­tica di que­ste lotte e della loro con­nes­sione più ampia con le lotte del lavoro vivo in tutte le sue forme. Solo se i movi­menti dei beni comuni attra­ver­se­ranno in pieno, come già hanno a tratti mostrato di saper fare, le que­stioni gene­rali della coo­pe­ra­zione sociale nella metro­poli, della crisi del wel­fare, del red­dito, potremo evi­tare il rischio che la forza anti­pro­prie­ta­ria dei beni comuni sia rias­sor­bita in un paci­fi­cato com­mons mana­ge­ment, e che l’«oltre il pub­blico e il pri­vato» sia cat­tu­rato dagli infi­niti dispo­si­tivi di governo pubblico/privato che garan­ti­scono il fun­zio­na­mento pro­prio di quel nuovo estrat­ti­vi­smo che inten­diamo combattere.


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