Psicologia sociale 2

by gabriella

Seconda parte del modulo di Psicologia sociale [qui la prima parte] dedicato agli atteggiamenti, all’opinione e al senso comune, cioè a temi condivisi dalla disciplina con la sociologia.

Indice

1. Gli atteggiamenti

1.1 Gli studi sull’atteggiamento
1.2 La formazione degli atteggiamenti
1.3 Il rapporto tra atteggiamenti e comportamenti
1.4 Il cambiamento degli atteggiamenti
1.5 L’aggiramento della comunicazione persuasiva a contenuto minaccioso

2. Il conformismo e l’esperimento di Solomon Asch

2.1 L’esperimento Asch
2.2 Il conformismo e i mass media

3. La costruzione dell’ostilità sociale e l’esperimento Sherif
4. Stereotipi e pregiudizi

4.1 Gli stereotipi
4.2 Come funzionano gli stereotipi
4.3 I pregiudizi
4.4 Come comprendiamo la realtà sociale

5. Le opinioni

5.1 Le logiche del senso comune

3. Gli atteggiamenti

3.1 Gli studi sull’atteggiamento

Gordon Allport

Gordon Allport (1897 – 1967)

E’ Gordon Allport a definire l’atteggiamento il modo di porsi in relazione a un tema e a indicare nello studio della formazione dell’atteggiamento, la chiave di volta della psicologia sociale. Gli atteggiamenti sono valutazioni che emergono da un modo di guardare le cose e di giudicarle cognitivamente e affettivamente, sono quindi considerati dalla psicologia sociale tratti interiori stabili, anche se non immutabili, che mostrano diversi gradi di coerenza interna.

L’ipotesi da cui partiva la ricerca americana tra gli anni ’20 e gli anni ’50 era che dalla conoscenza accurata degli atteggiamenti, accertata con sondaggi di opinione (anche se atteggiamento ed opinione, come vedremo, devono essere tenuti distinti), si sarebbe potuto prevedere il comportamento dei pubblici. Solo negli anni ’70 viene messa in discussione la stretta relazione tra atteggiamento e comportamento.

Attualmente, si assiste ad una ripresa di interesse per la previsione dei comportamenti di collettività e gruppi, resa possibile dai nuovi strumenti analitici che fanno uso di strumenti probabilistici e dell’analisi di grandi quantitativi di dati, i cosiddetti Big data.

 

3.2 La formazione degli atteggiamenti

Leon Festinger

Leon Festinger (1919 – 1989)

La formazione degli atteggiamenti è influenzata dall’esperienza diretta dell’oggetto o dalla sua esperienza socialmente mediata (anche attraverso i media) e dai comportamenti che mettiamo in atto al riguardo (non solo gli atteggiamenti influenzano i comportamenti relativi, ma anche i nostri comportamenti sono per noi oggetto di autoriflessione e condizionamento).

Fattori esterni di formazione degli atteggiamenti (e delle attribuzioni) sono le cosiddette agenzie di socializzazione primaria e secondaria (o di formazione) quali la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola, i mass media ecc.; mentre ne sono fattori interni la ricerca dell’equilibrio o coerenza cognitiva (Heider) o l’eliminazione della dissonanza cognitiva (Festinger). In generale, cerchiamo di trovare spiegazioni alle cose (attribuzioni) o di giudicarle (atteggiamenti) in modo tale da conservare un rapporto equilibrato e coerente con le altre persone e con noi stessi.

Se per Heider gli atteggiamenti si formano sulla base della ricerca della coerenza interna dei giudizi di valore che diamo sulle cose, Leon Festinger ha osservato l’importanza, nella ricerca di questa coerenza, della riduzione della dissonanza cognitiva.  La teoria della dissonanza cognitiva evidenzia infatti che quando un individuo è combattuto tra due stili cognitivi (due atteggiamenti opposti o un atteggiamento e un comportamento) emerge un disagio sigarettainteriore che il soggetto cerca di ridurre. Ad esempio, il fumatore sperimenta il dissidio tra un comportamento (fumo) e un atteggiamento (benché sappia che uccide), per ridurre il disagio si trova argomenti-scappatoia:

«se non fumassi sarei ancora più nervoso», «comincerei ad ingrassare», «mio nonno ne fumava due pacchetti al giorno ed è morto a 90 anni ..»

Gli studi sulla formazione e il cambiamento degli atteggiamenti sono stati molto approfonditi e mirati a obiettivi diversi: dalla modificazione dei pregiudizi razziali, alla rieducazione in casi di devianza, fino alla vendita di prodotti.

Robert Zajonc (1923 - 2008)

Robert Zajonc (1923 – 2008)

ideogrammaUn aspetto studiato dallo psicologo americano di origine polacca Robert Zajonc (1968) riguarda la formazione inconsapevole degli atteggiamenti. Lavorando con un gruppo di americani a cui era stato fatto credere di collaborare a una ricerca sull’apprendimento delle lingue straniere, Zajonc dimostrò che l’esposizione ripetuta a un oggetto produce una maggiore attrazione nei suoi confronti, se il soggetto aveva già un atteggiamento positivo verso l’oggetto o non aveva alcun orientamento. L’esperimento consisteva nel mostrare ai partecipanti degli ideogrammi cinesi, dicendo loro che ogni ideogramma esprimeva un aggettivo e che era loro compito indovinare se avesse una connotazione positiva o negativa e misurare poi le variazioni di positività dei segni percepite dai soggetti.

Anche gli studi comportamentisti classici hanno descritto i meccanismi di formazione inconsapevole degli atteggiamenti. Nel condizionamento classico pavloviano, infatti, in seguito all’associazione, l’atteggiamento verso lo stimolo neutro (o condizionato) assume la stessa connotazione di quello assunto dal soggetto per lo stimolo significativo (o incondizionato). Lo stesso accade con il condizionamento strumentale o operante: l’atteggiamento verso un oggetto rinforzato negativamente o positivamente, segue la qualità del rinforzo. Nel modellamento, l’esposizione costante ad un modello porta l’individuo a riprodurre inconsapevolmente azioni, atteggiamenti e risposte emotive dello stesso. Il condizionamento è più forte quando il modello è percepito come simile a sé.

atteggiamento

 

3.3 Il rapporto tra atteggiamenti e comportamenti

coppia di cinesiIn generale, ci aspettiamo che gli atteggiamenti delle persone ci aiutino a prevedere il loro comportamento, ma non è sempre così. Nel 1934, lo psicologo sociale Richard Lapiere girò gli Stati Uniti con una coppia di cinesi, verso i quali all’epoca esisteva un atteggiamento di forte prevenzione, per verificare quanti ristoratori e albergatori si sarebbero rifiutati di servire la coppia asiatica: si rifiutò un solo albergo su 250, mentre alla richiesta di dichiarare la disponibilità ad ospitare una coppia di cinesi il 90% rispose che si sarebbe rifiutato.

Anche tra atteggiamenti e opinioni, vale a dire l’espressione degli atteggiamenti, si riscontrano, come vedremo più avanti, delle differenze.

 

3.4 Il cambiamento degli atteggiamenti

Gli atteggiamenti hanno un certo grado di resistenza al cambiamento: è più facile che cambino quelli acquisiti più di recente, con minor grado di informazione e di coerenza che quelli acquisiti nell’infanzia, stabili e relativamente coerenti. Gli atteggiamenti che si caratterizzano per la loro particolare resistenza al cambiamento sono gli stereotipi e i pregiudizi.

 

smoking can kill you3.5 L’aggiramento della comunicazione persuasiva a contenuto minaccioso 

Alcune ricerche hanno cercato di verificare se la comunicazione persuasiva a contenuto minaccioso – quali ad esempio, una campagna antifumo o contro l’eccesso di velocità in auto – sia efficace. Si è riscontrato che all’aumentare del livello di minaccia aumentano interesse ed attenzione, ma può instaurarsi uno stato di ansietà capace di far perdere parte dei contenuti informativi del messaggio [la paura è, infatti, l’unico meccanismo antagonista dell’apprendimento] o di distogliere il soggetto dal messaggio stesso.

Questi meccanismi di presa di distanza (strategie di difesa distali) dal messaggio inquietante, si attivano solo quando il pensiero della morte è non consapevole. In presenza di un atteggiamento consapevole della possibilità di morte, i soggetti mettono invece in atto strategie di difesa prossimali, quale l’intenzione di adottare comportamenti più salutari.

Spesso, la consapevolezza della pericolosità di certi comportamenti, ad esempio il fumo, è ostacolata dal ruolo giocato dalle sigarette nel sentimento di autostima. Fumare fa, infatti, sentire valutate positivamente molte persone.

 

2. Il conformismo e l’esperimento di Solomon Asch

Oltre agli obblighi cui siamo preparati, concernenti la restrizione pulsionale, ci sovrasta il pericolo di una condizione che potremmo definire “la miseria psicologica della massa”. Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri. […] La presente condizione di civiltà americana potrebbe offrire una buona opportunità per studiare questo temuto male delle civiltà […].

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà

Con il termine conformismo (sociologico) o conformità (psicologico) si fa riferimento alla tendenza ad adeguarsi a opinioni, usi e comportamenti già definiti in precedenza, e socialmente o politicamente prevalenti.

Il conformista è colui che, sacrificando in modo più o meno marcato la propria libera espressione soggettiva, adegua e adatta il proprio comportamento alle idee, alle regole, alle forme espresse dalla maggioranza o dal gruppo di cui fa parte. Molti sociologici hanno ricondotto questo comportamento alla componente animale dell’essere umano che attinge le sue paure dalla solitudine fuori dal branco.

Gabriel Tarde (1843 - 1904)

Gabriel Tarde (1843 – 1904)

Si tratterebbe di una sorta di comportamento mimetico in cui l’individuo si nasconde nell’ambiente sociale nel quale vive, assumendone i tratti più comuni, in termini di modi di essere, di fare, di pensare. Il senso di protezione che ne deriva rafforza ulteriormente i comportamenti conformisti. Gabriel Tarde ha fatto del mimetismo tipico dell’uomo sociale l’atteggiamento fondamentale della creazione del legame sociale.

Girard

Réné Girard (1923 – 2015)

Anche secondo l”antropologo francese René Girard, l’imitazione è la caratteristica fondamentale dell’essere umano (teoria mimetica). Ne segue che anche l’anticonformista, il quale pretende di opporsi al comportamento ortodosso, in realtà reagisce ad esso, restandone condizionato [come ha mostrato Hegel nella Fenomenologia dello Spirito analizzando la dialettica del riconoscimento].

 

2.1 L’esperimento di Solomon Asch

Solomon Asch (1907 - 1996)

Solomon Asch (1907 – 1996)

Il gruppo tende ad esercitare sui suoi membri una pressione alla conformità, cioè può spingere gli individui che vi appartengono ad adottare i comportamenti preferiti in quel contesto. Gli esperimenti di Solomon Asch hanno mostrato quanto è difficile prendere posizione contro la linea adottata dalla maggioranza.

Solomon Asch experimentNell’esperimento condotto nel 1951 da Asch si chiedeva ad un gruppo di nove persone di confrontare una linea con altre tre di differente lunghezza, così da individuare quale delle tre fosse uguale all’originale. Otto persone del gruppo erano state invitate dai ricercatori a dare una risposta sbagliata così da studiare le reazione della nona, cioè il soggetto in minoranza.

Ripetendo l’esperimento si notò che le persone tendevano a cambiare la loro opinione esatta per adeguarsi a quella errata della maggioranza e che, anche tra quelle che non cambiavano idea poche erano sicure della loro opinione, molte si mostrano incerte o disorientate. In gran parte dei casi, dunque, i membri di un gruppo tendono ad assumere comportamenti conformi a quelli degli altri, non solo per il timore di apparire diversi o “devianti”, ma anche perché l’appartenenza ad un gruppo sviluppa naturalmente sentimenti di lealtà nei suoi confronti.

 

 2.2 Il conformismo e i mass media

La società non potrebbe vivere, avanzare di un passo, modificarsi, senza un tesoro di routine, di scimmiottatura
e di pecoraggine insondabile, che aumenta incessantemente con il succedersi delle generazioni.

Gabriel Tarde, Che cos’è la società, 1884

Noelle Neumann

Elizabeth Noelle Neumann (1916 – 2010)

Risale agli anni settanta del Novecento la teoria della spirale del silenzio sviluppata da Elizabeth Noelle-Neumann, fondatrice, nel 1947, dell’Istituto di Demoscopia di Allensbach (Institut für Demoskopie Allensbach) a Magonza. La tesi di fondo è che i mezzi di comunicazione di massa, ma soprattutto la televisione, grazie al notevole potere di persuasione sui riceventi e quindi, più in generale, sull’opinione pubblica, sono in grado di enfatizzare opinioni e sentimenti prevalenti, mediante la riduzione al silenzio delle opzioni minoritarie e dissenzienti.

Propaganda fascista: Palazzo Braschi a Milano nel 1940

Propaganda fascista: Palazzo Braschi a Milano nel 1940

Nello specifico, la teoria afferma che gli individui sono disincentivati dall’esprimere apertamente e riconoscere a sé stessi un’opinione che percepiscono essere contraria a quella della maggioranza, per paura di riprovazione e isolamento da parte della presunta maggioranza. Questo fa sì che le persone che si trovano in tali situazioni, siano spinte a chiudersi in un silenzio che, a sua volta, fa aumentare la percezione collettiva (non necessariamente esatta) di una diversa opinione della maggioranza, rinforzando, di conseguenza, in un processo dinamico, il silenzio di chi si crede minoranza.

Uno degli effetti della spirale del silenzio è l‘esercizio, da parte dei mass-media, di una pervasiva funzione conformista di omologazione e conservazione dell’esistente, ostili al rinnovamento delle sensibilità, dei gusti, delle opinioni.

George-Orwell

George Orwell (Eric Athur Blair) (1903 – 1950)

Rispetto al conservatorismo, si aggiunge qui un ulteriore elemento aggravante: essendo i mezzi di comunicazione di massa, per loro stessa natura, schiacciati sulla dimensione contingente del tempo presente, e incapaci di elaborare ed esprimere una visione e una coscienza storica, la spinta al conservatorismo e all’omologazione che essi sono in grado di promuovere si presentano anche privi di qualsiasi spessore e di alcuna consapevolezza storica.

Nell’ambito della cultura letteraria, un’opera di spessore sociologico fondamentale è quella di George Orwell che con 1984 ha magistralmente illustrato i meccanismi della manipolazione autoritaria nei contesti formalmente democratici, attraverso i concetti di neolingua e bipensiero.

Fine specifico della neolingua non era solo quello di fornire … un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero [G. Orwell, 1984; Appendice, I principi della Neolingua].

La libertà è la libertà di poter dire 2 + 2 = 4.  Se questa libertà è garantita, tutto ne segue [G. Orwell, 1984]

ignorance[…] Accanto a questo si sviluppa […] la tendenza a non credere all’esistenza di una verità oggettiva, perché tutti i fatti devono adattarsi alle parole e alle profezie di qualche führer infallibile [G. Orwell, Lettera del 1944 in cui illustra le tesi che cinque anni inserisce in 1984].

Una rivolta vera e propria, …  è al momento impossibile. Da parte dei proletari, in particolare, non vi è nulla da temere: abbandonati a se stessi, continueranno — generazione dopo generazione, secolo dopo secolo — a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è.

Potrebbero diventare pericolosi  solo  se  il  progresso  tecnico-industriale  rendesse  indispensabile alzare il livello della loro istruzione ma […] il livello di istruzione della popolazione sta in effetti peggiorando. Ciò che le masse pensano o non pensano incontra la massima indifferenza. A loro può essere garantita la libertà intellettuale  proprio  perché  non  hanno  intelletto [G. Orwell, 1984].

Può essere insegnato anche ai bambini, si chiama in neolingua stopreato, e implica la  capacità  di  arrestarsi,  come  per  istinto,  sulla  soglia  di  qualsiasi  pensiero pericoloso. Comprende anche la capacità di non cogliere le analogie, di non percepire gli errori di logica, di fraintendere le argomentazioni più elementari quando sono contrarie al Socing, oltre a quella di provare  noia  o  ripulsa  di  fronte  a  un  qualsiasi  pensiero  articolato che  potrebbe portare a posizioni eretiche. In parole povere, lo stopreato è una forma  di stupidità  protettiva.  La  stupidità,  però,  non  è  sufficiente.  Al contrario, l’ortodossia nel senso più pieno del termine richiede un controllo completo dei propri processi mentali, simile a quello che un contorsionista ha del proprio corpo [Ivi].

who control the pastE se i fatti lo negano, bisogna cambiare i fatti. In tal modo la Storia viene continuamente riscritta. Se poi si deve dare un nuovo ordine a  ciò  che  si  ricorda  o  falsificare  i documenti  scritti,  diviene  necessario dimenticare di aver agito in quel modo. Si tratta di uno stratagemma che può essere appreso come qualsiasi altra tecnica mentale. Certamente lo apprendono quasi tutti i membri del Partito e tutte le persone intelligenti e perfettamente osservanti dell’ortodossia. In archelingua un simile procedimento  viene  definito,  in  maniera  affatto  esplicita,  “controllo  della realtà”; in neolingua viene detto bipensiero, anche se questo termine abbraccia molto altro. Il  bipensiero  implica la capacità di accogliere  simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe.”

E’ possibile far si che  2+2 = 5  ?

frredom is slavertyO’Brien: «Sei lento nell’apprendere, Winston» disse O’Brien con dolcezza.
Winston «Ma come posso fare a meno…» piagnucolò «come posso fare a meno di vedere quello che ho davanti agli occhi? Due più due fa quattro.»
O’Brien «A  volte,  Winston.  A  volte  fa  cinque,  a  volte  tre.  A  volte  fa  cinque, quattro e tre contemporaneamente. Devi sforzarti di più. Non è facile diventare sani di mente».

«Lo sai dove ci troviamo, Winston?» chiese.
«Non lo so. Nel Ministero dell’Amore, immagino.»
«Lo sai da quanto tempo sei qui?»
«Non so, giorni, settimane, mesi… penso che siano passati dei mesi.»
«E secondo te per quale motivo portiamo le persone in questo posto?»
«Per farle confessare.»
«No, non è questo il motivo. Riprova.»
war«Per punirle.»
«No!» gridò O’Brien. Il tono della voce era mutato in maniera impressionante,  mentre  il  volto  gli  si  era  animato  e  indurito  allo  stesso  tempo.
«No! Certo non allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti.
Vuoi che ti dica perché ti abbiamo portato qui? Per curarti! Per farti riacquistare la ragione! Ma lo vuoi capire, Winston, che nessuno di quelli che cadono in mano nostra esce di qui senza essere stato guarito? A noi non interessano minimamente quei crimini stupidi che hai commesso. Al Partito i fatti manifesti non interessano. L’unica cosa che ci sta a cuore è il pensiero.
Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li cambiamo. Hai  capito che cosa intendo dire con queste parole?»

Qualcuno trova utile la tua sbronza

Qualcuno trova utile la tua sbronza

O’Brien accennò un sorriso: «… Non ho forse appena finito di dire che noi siamo  diversi  dai  persecutori  del  passato?  Non  ci  accontentiamo dell’obbedienza negativa, e meno che mai di una sottomissione avvilente. Quando infine ti arrenderai a noi, ciò dovrà avvenire di tua spontanea volontà. Noi non distruggiamo l’eretico per il fatto che ci resiste. Anzi, finché ci resiste non lo distruggiamo. Noi lo convertiamo, penetriamo nei suoi recessi mentali più nascosti, lo modelliamo da cima a fondo. Estinguiamo in lui tutto il male e tutte le illusioni, lo portiamo dalla nostra parte, anima e corpo, in conseguenza di una scelta sincera, non di mera apparenza  […]. In passato l’eretico si avviava con gioia al rogo, conservando tutta la sua eresia, anzi proclamandola. Perfino la vittima delle purghe sovietiche poteva tenere ben serrata nel cranio la sua ribellione mentre percorreva il corridoio diretto al luogo dove un proiettile gli avrebbe dato il colpo di grazia. Noi, invece, prima di farlo saltare rendiamo questo cervello perfetto. Il comandamento dei dispotismi di una volta era: “Tu non devi!”. Il comandamento dei totalitari era: “Tu devi!”. Il nostro è: “Tu sei!” [Ivi].

Le sole emozioni destinate a esistere nel nostro mondo saranno la paura, la collera, l’esaltazione e l’umiliazione. Tutto il resto lo distruggeremo[Ivi].



 

3. La costruzione dell’ostilità sociale e l’esperimento di Muzafer Sherif

Nel 1954, lo psicologo sociale turco-americano Muzafer Sherif ha condotto con un team di collaboratori alcuni celebri esperimenti in un campo estivo per ragazzi in Oklaoma (Rubbers Cave).

Sherif experiment

Oklaoma, 1952 – esperimento di Robbers Cave tenuto da Muzafer Sherif

I ricercatori crearono due gruppi a partire da persone che prima avevano svolto tutte le attività in comune. I membri dei due sottogruppi svilupparono, in breve tempo, un forte attaccamento al proprio gruppo nel quale emerse una struttura (posizioni, compiti), un nome specifico (“Aquile” e “Serpenti a sonagli”), simboli ad identificarlo (bandiere e colori) e norme di comportamento a cui attenersi. I ricercatori organizzarono quindi una serie di situazioni che mettevano in competizione due gruppi, tra le quali un torneo sportivo con premi per i vincitori.

Osservarono come, in conseguenza di queste decisioni, crescesse l’aggressività reciproca tra i ragazzi dei due gruppi che rapidamente si trasformarono in fazioni ostili, compatte all’interno (ingroup) e aggressive verso l’outgroup.

Infatti, appena la gara ebbe inizio le differenze esistenti “noi”/”loro” si amplificarono e nacquero soprannomi spregiativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo, considerato ormai avversario. Con il passare dei giorni e con il susseguirsi delle competizioni, la svalutazione del gruppo esterno divenne ancora più marcata, culminando in aggressioni fisiche e in reciproci atti di teppismo, anche quando le gare erano terminate.

Dopo questa fase in cui l’aggressività tra i due gruppi era stata portata al massimo livello, i ricercatori cercarono di ridurne l’ostilità reciproca, sostituendo gli scopi competitivi con scopi sovraordinati, cioè obiettivi dell’intera collettività, per conseguire i quali non era sufficiente l’azione di un solo gruppo:  fu simulato un guasto al furgone che trasportava i pasti al campo in modo da evidenziare la necessità di spingerlo insieme perché l’impegno di un unico gruppo non sarebbe stato sufficiente. Dopo aver affrontato una serie di queste situazioni, i rapporti tra i due gruppi cambiarono e divennero meno ostili fino a divenire progressivamente cooperativi.

Ciò mostra che la separazione spaziale e la differenziazione dei compiti in un gruppo, creano distinzioni, norme e identità separate. Mostra inoltre che, se i gruppi sono in competizione, l’aggressività verso l’outgroup tende a crescere, rafforzando la coesione interna (ingroup) mentre, la presenza di scopi sovraordinati tende a farla diminuire.

Pogrom dei rom di Porticelli

Pogrom dei rom di Porticelli

In condizioni di difficoltà, trovarsi un nemico esterno e dirigere verso di esso l’aggressività del gruppo (outgroup) può quindi rinsaldare i legami interni e favorire la coesione dell’ingroup.

A volte i gruppi si creano ad arte un nemico esterno [spingendosi, nei casi estremi, fino al pogrom]: nell’immagine a sx la fuga dei rom di Porticelli (periferia napoletana densa di problematiche sociali acutissime) dal loro campo in fiamme, nel 2008, dopo l’accusa ad una giovane, poi prosciolta, di aver tentato di rapire un bambino. 

 

Attribuzione2

 

4. Stereotipi e pregiudizi

donne al volante

4.1 Gli stereotipi

Gli stereotipistereotipo (in francese, cliché) sono attribuzioni generalizzate di alcuni tratti a tutti gli individui parte di un gruppo. Si tratta di categorizzazioni (cioè della costruzione di categorie o etichette) semplificate, condivise da un gruppo, la cui rigidità e persistenza viene dal fatto che tali attribuzioni non sono fondate sulla valutazione personale dei singoli casi, ma sono riprodotte meccanicamente dai membri del gruppo che le ha prodotte.

Il termine deriva dalla stereotipia (dal greco stereòs = rigido e typos =impronta), una tecnica di stampa che utilizza lastre di piombo fuso in un blocco unico, per riprodurre copie sempre uguali a se stesse.

Nelle scienze umane fu usato per la prima volta da Walter Lippmann nel 1922, nell’ambito di uno studio sui processi di formazione dell’opinione pubblica.

Lippmann osservò che il nostro rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, ma mediato dalle immagini mentali che ci siamo formati di quella realtàQueste immagini semplificate sono delle “scorciatoie” che usiamo per comprendere l’infinita complessità del mondo esterno e sono condivise dal gruppo che le ha prodotte.

La ragione per cui ci creiamo e facciamo uso di stereotipi è che ci sono, purtroppo, utili. Perché:

cecità sociale1. Ci servono a causa del nostro elevato bisogno di economia cognitiva (le nostre capacità mentali e le informazioni di cui disponiamo sono, infatti, largamente insufficienti in rapporto alle esigenze cognitive della vita sociale) e sono il prodotto della nostra «cecità sociale» (non vediamo che una parte di ciò che ci circonda). Ciò in quanto il sistema cognitivo umano è un sistema a risorse limitate che, non potendo risolvere problemi tramite processi algoritmici (logico-razionali), fa uso di euristiche (soluzioni approssimative) per semplificare decisioni e problemi. 

Sono, perciò, strumenti di «conoscenza preconfezionata» sui membri dei gruppi con cui entriamo in contatto (gli stranieri, le donne) o di spiegazione semplice di un fatto o di una realtà. Ma, proprio per questa semplificazione e mancanza di verifica, gli stereotipi diventano spesso una «non conoscenza» ed un ostacolo alla reale conoscenza di ciò che ci circonda.

di genere2. Rafforzano l’identità del gruppo che li produce, attraverso la differenziazione positiva dell’ingroup e l’inferiorizzazione dell’outgroup, e la legittimazione delle corrispondenti differenze di status. Un esempio di stereotipo etnico: «gli africani sono pigri, ecco perché sono poveri» (implicitamente: «noi siamo ricchi perché abbiamo lavorato», e uno di stereotipo di genere: «le donne sono fatte per lavare i piatti» (implicitamente: «agli uomini invece la direzione degli affari»).

 

4.2 Come funzionano gli stereotipi

Gli stereotipi costruiscono arbitrariamente un legame tra una caratteristica e il patrimonio genetico o l’identità culturale (che si presume immobile) del gruppo considerato, poi la generalizzano a tutti i membri del gruppo in questione. L’effetto è doppiamente rigido, perché considera il tratto attribuito agli individui, posseduto per natura o prodotto da un’identità culturale immodificabile, negando che tra i membri del gruppo possano sussistere differenze, se non sotto forma di sporadiche eccezioni.

Si tratta del principale fenomeno di economia cognitiva, di attribuzione individuale e/o biologica (errore fondamentale d’attribuzione), e di distorsione nell’attribuzione studiato dalla psicologia sociale.

Ad esempio, nel giudizio valutativo:

«le donne sono pessime conducenti»

Unadonnacheleggeilgiornalesi indica una causa biologica (la femminilità) come spiegazione di un comportamento sociale (la guida) e si generalizza ad un’intero gruppo un giudizio (o un pregiudizio) su un membro dello dello stesso gruppo, ottenendo un giudizio valutativo non suscettibile di modifiche (visto il fondamento biologico).

 

 

4.3 I pregiudizi

Gli stereotipi costituiscono normalmente il nucleo cognitivo dei pregiudizi, anche se possono sussistere in modo autonomo.

Il pregiudizio è un giudizio dato su qualcuno (indipendentemente dalla sua conoscenza) sulla base della sua appartenenza ad un gruppo su cui hanno convinzioni stereotipate (positive o negative, ma soprattutto negative).

È un fenomeno di gruppo, anche se può esserne portatore un singolo individuo, perché:

1. Riguarda il singolo solo come membro di una categoria;

2. È un orientamento socialmente condiviso;

3. È in funzione del rapporto che esiste tra il gruppo che lo esprime (ingroup) e l’outgroup a cui appartiene la vittima che ne è colpita.

Si parla invece di discriminazione per riferirsi a comportamenti sfavorevoli a persone in virtù della loro appartenenza (donne, immigrati, rom, omosessuali, disabili, anziani ecc.].

Il pregiudizio manifesta una decisa resistenza alle smentite date dall’esperienza: chi soffre di pregiudizi aggira i dati incongrui con il proprio schema mentale, così da non dover modificare il proprio pregiudizio. Ne è esempio un dialogo sugli ebrei riferito da Gordon Allport, in uno studio del 1954:

Mr. X: Il male degli ebrei è che si curano solo del proprio gruppo.stereotipi antisemiti
Mr. Y: Ma i resoconti sulla raccolta di fondi per la Comunità mostrano che danno con maggior generosità dei non ebrei.
Mr. X: Ciò mostra che cercano sempre di accaparrarsi il favore e di intromettersi negli affari dei cristiani. Non pensano ad altro che ai soldi, è per questo che ci sono così tanti banchieri ebrei.
Mr. Y: Ma uno studio recente fa vedere che la percentuale degli ebrei nelle banche è in proporzione molto minore di quella dei non ebrei.
Mr. X: E’ proprio così. Non cercano lavori rispettabili. Piuttosto vanno in giro per i night club.

 

Massimo Gramellini, Il Perego d’Olanda

Esempio: il Presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem sulla dissolutezza degli europei del sud.

Jeroen Dijsselbloem, presidente olandese dell’Eurogruppo, ha dichiarato al più autorevole giornale tedesco che le nazioni del Sud Europa “non possono continuare a spendere soldi in donne e alcol e poi chiedere aiuto”. Che a casa sua Dijsselbloem sia considerato un progressista getta un’ombra inquietante su che cosa pensino di noi, in Olanda, i regressisti.

Quest’uomo ha inanellato tanti di quegli stereotipi da fare ammutolire un congresso internazionale di Bar Sport. Per ragioni molto simili, alla Rai hanno appena rimosso una conduttrice. Ma, a differenza della Perego, lui i testi se li scrive da solo. Strano, si pensava che ad Amsterdam avessero una certa pratica di pub e bordelli, e che spendessero qualche spicciolo anche dentro i coffee shop.

Nelle classifiche sul tasso d’ubriachezza, l’Italia e le sue sorelle meridionali precedono di pochissimo l’Olanda, ma rimangono ampiamente dietro Germania, Ungheria e Danimarca. Quanto ai piaceri del sesso, ormai soppiantati dai brividi del calciomercato, una breve indagine tra le donne latine porterebbe Dijsselbloem a scoperte sconfortanti. Eppure a quelle latitudini continua a riscuotere un certo successo l’immagine del contribuente nordico che sgobba sotto cieli tristi per consentire a noi terroni di ballare il sirtaki in una damigiana di bordeaux con Penelope Cruz e Monica Bellucci vestite completamente di nero. L’Europa è disfatta. Restavano da disfare gli europei, ma si direbbe che siamo già piuttosto avanti col programma [M. Gramellini, Il Perego d’Olanda, 22 marzo 2017].

 

4.4 Come comprendiamo la realtà sociale

L'interferenza del pregiudizio sulla percezione e sulla memoria

L’interferenza del pregiudizio sulla percezione e sulla memoria

Immersi nel flusso dei rapporti sociali, ci troviamo costantemente a fare scelte e a prendere decisioni che discendono dalla nostra visione della situazione che stiamo vivendo. Per interpretare e decidere i nostri comportamenti facciamo uso di schemi (script), interpretazioni sintetiche della situazione, la cui scelta è decisiva per definire ciò che abbiamo davanti agli occhi.

Gli schemi possono essere attivati da alcuni elementi presentati dalla situazione in gioco (bottom up), ma sono spesso condizionati dalle nostre convinzioni (top-down). Il che comporta che, come si è visto (pregiudizio), i dati incongrui con lo schema vengono ignorati così da mantenere inalterata la nostra visione dei fatti [per approfondire il rapporto tra pregiudizio e percezione].

In un celebre studio del 1947 ambientato sulla metropolitana di New York, gli psicologi Allport e Postman hanno dimostrato l’influenza del pregiudizio sulla percezione e sulla memoria.

In un altro esperimento in cui si mostrava ad un gruppo di intervistati l’immagine di un ragazzo che correva con una valigetta in mano, si è visto che i soggetti ipotizzavano che si trattasse di un ladro, se aveva tratti asiatici, che stesse perdendo l’autobus, se si trattava di un bianco: gli stessi elementi bottom up vengono cioè compresi in modo opposto a seconda della presenza o meno di pregiudizi.

Mappa stereotipi

Tearing Europe Apart 
Il Papalagi

 

5. Le opinioni

Per opinione, si intende l’espressione di ciò che si pensa (come si è visto, la psicologia sociale definisce invece atteggiamenti, le nostre convinzioni o idee sulle cose). Le opinioni sono:

  1. conoscenze circoscritte e soggettive: si tratta, infatti, di giudizi e delle ragioni che sostengono questi giudizi, non di indagini accurate del fenomeno su cui ci si esprime;
  2. rappresentazioni pubbliche del proprio pensiero, cioè versioni del nostro pensiero da presentare agli altri nelle forme ritenute accettabili o più utili. Ciò implica che le opinioni possano differire dagli atteggiamenti o convincimenti interiori, oltre che dai comportamenti.
JuergenHabermas

Jurgen Habermas

Roland-Barthes

Roland Barthes (1915 – 1980)

Vi convivono perciò aspetti emotivi e cognitivi ed è controverso indicare quale dei due prevalga, visto che gli studi degli ultimi cinquant’anni hanno evidenziato sempre più fortemente l’importanza dei primi.

Jurgen Habermas, ad esempio, lo ha fatto notando che lopinione pubblica contemporanea è post-alfabetica, illetterata e dunque tendenzialmente irrazionale ed emotiva, a differenza dell’opinione pubblica borghese che nasceva nei caffè parigini nell’epoca dei Lumi e che aveva come caratteristiche proprie, l’attitudine al dibattito razionale e l’attenzione per l’informazione. A sua volta, Roland Barthes ha invece sottolineato la forza del mito e delle forme di pensiero non logico, non razionale, nelle società contemporanee.

 

5.1 Le logiche del senso comune

Lo stereotipo della zingara rapitrice di bambini

Lo stereotipo della zingara rapitrice di bambini

Le opinioni di senso comune, sono convinzioni largamente condivise in una collettività. Esse, per quanto scientificamente false (sono infatti il prodotto di conoscenze circoscritte, non di ricerche scientifiche), sono “socialmente vere”, perché efficaci e capaci di cristallizzarsi in dogmi sociali.

Il senso comune è costituito da “ciò che tutti pensano”, e che acquista un valore tautologico di verità solo per il fatto di essere “pensato da tutti”. Quando la sociologia iniziò a occuparsi delle strutture cognitive del senso comune, scopri infatti che gli attori sociali erano impegnati nella costruzione di modelli rassicuranti e tautologici del loro mondo quotidiano [Alfred Schutz, Saggi sociologici, 1979]. Si tratta di modelli tautologici [tautos=se stesso] perché la loro semplice enunciazione “dimostra” la realtà che intende affermare.

Ulteriori elaborazioni di queste teorie mostrarono che gli attori sociali erano in grado di costruire infinite giustificazioni ad hoc del loro modello di mondo, una volta che questo fosse comunque presupposto come quello vero, giusto e ordinario [Harold Garfinkel, Studies in ethnomethodology, 1969]. Insomma, le opinioni di senso comune, che dovrebbero descrivere il mondo, lo costituiscono proprio per il loro carattere performativo e produttivo. Esse si costituiscono sulla base di meccanismi autopoietici [produttori di realtà]: fanno cioè esistere ciò che dovrebbero mostrare, come nella profezia che si autoavvera di William Thomas. Ciò accade in base al meccanismo, noto in sociologia come «definizione della situazione» (Thomas), secondo il quale

se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze,

vale a dire che una situazione sociale è quello che gli attori coinvolti dicono che sia, perché gli effetti della credenza condivisa (falsa) saranno reali (veri). Ciò sembra vero a maggior ragione nella nostra epoca, in cui i media (televisione e stampa quotidiana) detengono l’enorme potere di orientare gli spettatori o i lettori nella complessità del mondo.

Il senso comune crea, insomma, la realtà sociale incurante della logica e della cronologia dei fatti. E conosciamo il peso della definizione della situazione, nella creazione di ciò che Zimbardo ha chiamato Effetto Lucifero. 

 senso comune

 

 

Esercitazioni

Esercitazione su attribuzioni e atteggiamenti dopo la visione di C’era una volta la città dei matti preparatoria all’analisi di un fatto di cronaca. Copiate il testo (evidenzia/tasto dx/copia) e incollatelo in un nuovo articolo del blog di classe, completate l’esercitazione e pubblicatelo [loggatevi preferibilmente con un nick che indichi solo il vostro nome, eventualmente con l’iniziale del cognome, come “gabriellaG”].

Oppure, rispondi alle domande da Google form.

Chi vuole può ritagliare (con taglierina di Real player o altri web tool) il video del film e inserire le scene che ha commentato.

Download (DOC, 114KB)

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: