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15 Marzo, 2020

La paideia filosofica, Platone

by gabriella
Platone

Platone (427 – 347 a. C.)

In questo articolo cerchiamo di studiare la pedagogia, l’antropologia, la psicologia e la sociologia dell’educazione platoniche, senza passare per la sua gnoseologia.

Questo ci permette di non spezzare il filo della riflessione sull’evoluzione del concetto di areté e di apprezzare i significativi cambiamenti che intervengono nella paideia filosofica.

 

Indice

1. La pedagogia

1.1 Fedro: l’educazione è insegnare a pensare
1.2 Menone e Simposio: Bisogna educare l’anima a riconoscere la verità

 

2. L’antropologia e la psicologia

2.1 Fedro, Repubblica VII: Libertà e natura umana nei miti della biga alata e di Er

 

3. La sociologia e la sociologia dell’educazione

3.2 Repubblica X: Conoscenza e città giusta

 

Il pensiero pedagogico di Platone si sviluppa in continuità con quello di Socrate di cui porta a termine la battaglia anti-sofista.

I suoi temi sono, infatti, come quelli del maestro e degli stessi sofisti, la ricerca di cosa sia la virtù o aretè e il problema di come e se sia possibile insegnarla. 

Lo sfondo su cui Platone costruisce le risposte a queste domande non è però uno scenario qualsiasi, ma quello disegnato dal più grande filosofo della tradizione occidentale. Ecco perché, discutendo della virtù, Platone ci mostra via via cosa significa apprendere e cosa insegnare, cosa vuol dire essere intelligenti, essere liberi ed essere giusti.

 

1. La pedagogia

1.1 L’educazione è insegnare a pensare

Non è, questa mia, una scienza come le altre,
ma come fiamma s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima
dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento
e una vita vissuta in comune, poi si nutre di se medesima
.

Platone, Lettera VII

Come sappiamo, Socrate aveva scelto di non scrivere, perché la parola scritta e l’insegnamemto dogmatico senza discussione, cristallizzano il pensiero dell’autore ed espongono il lettore ad un ascolto inutile e acritico.

Theuth e Thamus

Platone riprende questo tema nel Fedro in cui fa raccontare a Socrate del dialogo tra Theuth, il creatore semidivino della scrittura, e Thamus, il re d’Egitto, di cui condivide le critiche:

Questa scienza, o re – dice Teuth – renderà gli egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perchè questa scoperta è una medicina per la sapienza e per la memoria».

Gli risponde allora il re Thamus:

«O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per quelli che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente.

Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizia di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti. [Fedro, 274e, 275a]

l’autentica educazione è nel dialogo

L’autentica educazione, la vera paideia, per Platone, è quindi, solo quella che forma la capacità di pensare.

Nessun valore ha invece quella sapienza apparente fatta di molte conoscenze, senza vera comprensione della realtà, cioè tutte le nozioni che abbiamo imparato e immagazzinato senza che ci abbiano reso diversi e migliori.

Nella Lettera VII, il filosofo descrive questa comprensione profonda della realtà come qualcosa che possediamo da sempre, ma che si accende in noi improvvisamente per opera di un maestro:

non è questa mia, una scienza come le altre: essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s’accende da fuoco che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, poi si nutre di se medesima.

 

1.2 Educare l’anima a riconoscere la verità: il Menone e il Simposio

Uno dei passaggi più importanti della riflessione platonica sull’educazione si trova nel Menone e nel Simposio, quando Platone mostra, contro i sofisti, che cogliere la verità delle cose, scartando le distorsioni soggettive è possibile se si insegna all’anima a farlo.

Nel Menone, infatti, il Socrate platonico fa dimostrare ad uno schiavo analfabeta il teorema di Pitagora, limitandosi a fargli notare gli errori commessi nel corso della riflessione.

Questo passaggio ci è presentato di solito dai manuali con la spiegazione che conoscere è ricordare, perché lo schiavo non ha ricavato la soluzione dall’insegnamento di qualcuno, né dall’esperienza, ma dal ricordo di una vita precedente conservato nell’anima.

Al di là degli aspetti mitico-religiosi, come la credenza nell’immortalità e nella reincarnazione, con l’episodio dello schiavo Platone sottolinea semplicemente che noi non apprendiamo attraverso l’esperienza che spesso invece ci trae in inganno, ma che abbiamo una predisposizione innata al conoscere che si risveglia a contatto con l’esperienza.

Ma come è possibile risvegliarla, senzaecadere nell’inganno delle apparenze? L’esposizione all’esperienza non è sufficiente, sottolinea Platone: è necessario che qualcuno la risvegli nell’anima e le insegni a conoscere.

Diotima di Mantinea

È su questo aspetto che insiste il Simposio. La conoscenza, infatti, spiega la sacerdotessa Diotima a Socrate, è come l’amore, una specie di manìa, perché porta la mente fuori dal corpo alla ricerca della verità, come l’eros della bellezza.

Questa educazione dell’anima che la rende capace di conoscenza è dunque la volontà di sapere, il coraggio di non fermarsi all’opinione, di dubitare delle apparenze e di coltivare il senso critico: è l’atto di nascita della parola filo-sophia che significa infatti amore, desiderio di sapere. È lei che ci permette di trovare una sapienza che, secondo Platone, in qualche modo ci appartiene già (altrimenti non sapremmo nemmeno di doverla cercare), ma che non possederemo mai del tutto (perché la ricerca è infinita).

 

2. L’antropologia e la psicologia

2.1 Libertà e natura umana nei miti della biga alata e di Er

Nel Fedro e in alcuni passi della Repubblica, Platone offre il suo punto di vista sulla psicologia e sulla natura umana.

È nel Fedro a mostrarci l’anima come una realtà complessa nella quale operano diversi “principi” o funzioni potenzialmente in conflitto l’una con l’altra.

Con il mito della biga alata il filosofo dà forma a questa idea, paragonando la razionalità umana ad un auriga al comando di cocchio tirato da due cavalli alati, uno bianco, espressione dei sentimenti e delle passioni più elevate, cioè dell’anima volitiva o irascibile, l’altro nero, dell’anima desiderante o concupiscibile.

La buona conduzione della vita, suggerisce il filosofo, è dunque legata alla capacità di ognuno di orientare razionalmente le componenti istintuali e volitive del

Socrate (470-69 – 399 a. C.)

carattere, non solo, come pensava Socrate, dalla scoperta della nostra ignoranza del bene.

Siamo quindi, in qualche modo responsabili del male che commettiamo.

Er

Platone argomenta in questo senso attraverso il mito di Er (Repubblica, X), la storia del soldato caduto in battaglia e tornato in vita dopo dodici giorni per raccontare cosa accade alle anime dei defunti. Er racconta infatti di aver visto le anime scegliere il loro destino, dopo essere passate davanti alle tre Moirai (latinamente, Parche), figlie di Ananke: Cloto, la filatrice, Lachesi, la distributrice, e Atropo, la tagliatrice.

È Lachesi a rivolgersi alle anime che arrivano nell’Ade:

Anime, che vivete solo un giorno comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte. Non vi verrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton) e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio (theos) non è responsabile.

Ulisse sceglie la vita oscura del mendicante

Agamennone sceglie la vita di un’aquila

Davanti allo sguardo di Er passano così anime illustri, come quelle di Ulisse e Agamennone, che il soldato vede scegliere il proprio destino sulla base dell’esperienza vissuta: Ulisse, stanco di avventure e peregrinazioni sceglie infatti la vita oscura del mendicante, mentre Agamennone, sazio di sangue e lotte di potere, lascia il mondo degli uomini ma, non volendo rinunciare alla regalità, sceglie la vita di un’aquila.

Dopo aver scelto il loro destino le anime bevono l’acqua del fiume Lete che provoca oblio, dimenticando dunque la propria scelta e le esperienze precedenti.

Platone evidenzia così che la virtù è «senza padrone», perciò chiunque può elevarsi ad essa attraverso la conoscenza, ma che la libertà umana non è illimitata: la scelta di ognuno è vincolata dalle condizioni d’esperienza in cui la scelta si è determinata.

Omero

Si evidenzia perciò perché Platone e prima di lui Socrate, tenessero in così scarsa considerazione l’educazione classica dell’uomo greco: la paideia omerica basata sull’etica aristocratica.

A differenza di Omero, Platone infatti crede nell’uguaglianza umana senza distinzioni di classe e di genere. Lo vedremo tra poco nei passi del decimo libro della Repubblica, nei quali il filosofo espone il nesso tra la natura dell’anima, la conoscenza e la fondazione della città giusta, cioè la propria sociologia dell’educazione.

 

3. La sociologia dell’educazione

3.1 Conoscenza e città giusta nella Repubblica

siamo schiavi incatenati alle catene dell’ignoranza

Negli ultimi libri della Repubblica, Platone colloca l’allegoria della caverna nella quale mette in relazione la psicologia dei cittadini e la loro diversa capacità di conoscere con la guida della città.

Platone immagina la condizione umana in modo simile a quella di uno schiavo incatenato all’interno di una caverna, nella quale può guardare solo avanti, verso il fondo buio.

La luce esterna penetra a stento nell’antro la cui unica fonte di luce è rappresentata dal fuoco che arde dietro un muretto e proietta le ombre degli oggetti sul fondo della caverna.

Ciò che gli schiavi incatenati possono vedere sono così solo le ombre delle cose proiettate sul fondo della caverna che scambiano per cose reali.

Uno di loro però riesce a liberarsi, riuscendo così a vedere direttamente le cose e gli uomini incatenati, di cui prima vedeva solo le immagini riflesse sul fondo. Raggiunta la libertà cerca l’uscita per fuggire dalla prigione in cui è nato e conoscere la realtà esterna, illuminata dalla luce del sole.

Giunto all’esterno resta abbagliato dalla luce, ma a poco a poco i suoi occhi si abituano al chiarore e riesce a guardare le cose in sé. Può così volgere lo sguardo al sole, la cui luminosità però può reggere per poco.

La liberazione dello schiavo che coincide con l’attività del filosofo, non avrebbe significato per Platone, se egli non tornasse nella caverna dai suoi fratelli affrontando lo scherno e il rischio di essere ucciso. La ricerca filosofica non ha infatti nessun valore se non contribuisce a determinare il comportamento giusto dell’uomo: come ha sottolineato Pierre Hadot, nella filosofia antica non esiste separazione tra teoria e prassi, mentre l’individuo si realizza completamente  solo nella sfera pubblica, in quanto cittadino.

E in quanto cittadino, ognuno a chiamato a dare il meglio di sé, ponendolo al servizio della convivenza con gli altri. 

Su questa base Platone delinea il profilo di uno stato ideale nel quale la giustizia è data dall’armonia che si produce con il comportamento giusto di ognuno nella sfera di attività in cui opera secondo la sua attitudine personale.

Lo stato appare così un grande organismo vivente, le cui parti svolgono ognuna il proprio compito, contribuendo alla salute o benessere dell’insieme: alla guida dello stato ci sono i reggitori, i governanti-filosofi, alla sua difesa i difensori-soldati e al lavoro per la sua sussistenza i produttori-lavoratori, in una distinzione di ruoli che riflette la dinamica interiore descritta nel Fedro con il mito della biga alata.

Per Platone, la divisione del lavoro e la diversità dei compiti sono la ragione della costituzione dello stato o della vita in società la quale però non poggia nello stato giusto, la callipolis, sull’ereditarietà della condizione, ma sulle attitudini naturali che ogni individuo avrà sviluppato fin dall’infanzia e che l’educazione avrà saputo valorizzare. La divisione dei ruoli poggia dunque sulle attitudini e sulla scelta, non sulla diversità di condizioni nella società.

Platone infatti è consapevole della differenza di prestigio e di reputazione sociale (areté) che appartiene alle diverse classi di cittadini, dispone perciò che reggitori e difensori non possano possedere privatamente alcun bene, perché il possesso privato non interferisca con la cura degli affari pubblici, mentre i produttori che saranno nella posizione di minor prestigio sociale vedranno la loro anima concupiscibile appagata dal possesso dei beni materiali.

Reggitori e difensori vivranno nella più completa comunione delle donne e dei figli che saranno educati in comune al riparo dai possibili favoritismi dei padri.

In questi libri della Repubblica Platone porta così a compimento la propria riflessione sulla giustizia, sostando in particolare sui temi dell’uguaglianza e della libertà, già affrontati attraverso la metafora della biga alata e di Er.

Con la metafora della biga il filosofo aveva infatti interrogato la natura umana e indicato nella scelta ciò che differenzia gli uomini e ne spiega le azioni: gli uomini, infatti, condividono la stessa natura molteplice e complessa, nella quale la ragione (simboleggiata dall’auriga) si intreccia con la volizione (l’anima irascibile rappresentata dal nobile cavallo bianco) e con i desideri (l’anima concupiscibile incarnata dal cavallo nero).

Non ci sono dunque anime elevate o ignobili – d’oro, d’argento e di metallo vile – per natura o per destino, ma ognuno è potenzialmente filosofo, guerriero o umile contadino a seconda della parte di sé che decide di far emergere o, in termini platonici, della funzione dell’anima a cui decide di obbedire.

A differenza di quanto dicono i poeti, gli uomini nascono uguali, nessuno è aristos (eccellente) per nascita o condizione, ma lo diventa scegliendo o disprezzando la conoscenza e la virtù.

Questo è infatti il significato del mito di Er, nel quale l’ammonimento della moira Lachesi – anime che vivete un solo giorno, si prepara per voi un altro tempo di incarnazione il cui daimon (destino) sarete voi a scegliere: ognuno di voi deciderà se tenere in alta considerazione o no la virtù e la conoscenza: l’eccellenza è senza padrone, ognuno ne avrà a seconda che la onori o la disprezzi – indica esattamente il compito di ogni uomo di decidere chi essere, di forgiare la propria personalità (di individuarsi per usare la terminologia junghiana) diventando se stesso.

produttoriQuesta faticosa costruzione dell’uomo non avviene però astrattamente, nel vuoto delle circostanze, ma nel vincolo delle condizioni e dell’esperienza in cui ognuno si trova a vivere (lo testimoniano le scelte che Ulisse e Agamennone operano sotto lo sguardo stupito di Er). Ognuno è perciò potenzialmente libero, ma condizionato di fatto dalle materiali condizioni di vita in cui si trova ad operare le proprie scelte. E’ questo il problema a cui Platone intende dare risposta nella parte centrale della Repubblica.

La città sarà, infatti, giusta solo se guidata da chi è capace di contemplare razionalmente il bene generale e di agire in modo libero e autonomo (filosofi-reggitori), difesa da chi sa mettere l’ardimento e il coraggio al servizio di tutti (difensori) e alimentata da chi ama circondarsi delle cose e dei piaceri materiali (produttori).

Alla posizione occupata in questa divisione sociale del lavoro corrisponde però un diverso prestigio e riconoscimento, cioè un diverso status che può rendere maggiormente ambite le condizioni del reggitore e del soldato. Come realizzare dunque le condizioni di una scelta davvero libera, cioè non condizionata dalla nascita, tale da far emergere la scelta autonoma, la propensione, il bisogno di autorealizzazione di ognuno?matri

denaroPlatone ritiene necessario abolire la famiglia e la proprietà, quali condizioni orginarie di diseguaglianza, ed attribuire ad ogni posizione sociale il tipo di felicità corrispondente. L’ottima repubblica è uno stato in cui uomini e donne, sciolti da vincolo sentimentale esclusivo, vivono nella perfetta comunione dei beni e dei figli; figli che appartengono a tutta la città e a cui lo stato riserva quindi le stesse cure e la stessa educazione. Solo così è possibile realizzare quell’uguaglianza delle condizioni che offre ad ognuno la possibilità di scegliere liberamente in quale direzione sviluppare la propria personalità.

beni dei produttoriReggitori e difensori saranno mantenuti dallo stato secondo le loro necessità e opereranno ricompensati dal prestigio e dalla considerazione per la loro superiore virtù. Non potranno possedere beni, così che non si ricostituiscano le condizioni di diseguaglianza che sono fonti di ingiustizia e disarmonia sociale. I

l loro appagamento corrisponde, dunque, non a un criterio astratto di equità, ma a ciò che più conviene alla loro natura (nella quale domina l’anima razionale e volitiva) e al bene della città. Quanto ai produttori, sarà concesso a loro soli, in virtù del tipo di appagamento ricercato dalla loro anima desiderante, di possedere i beni prodotti.

Anche le bambine saranno educate con i loro fratelli, senza che vi sia preclusione di principio per la loro inclusione futura tra i reggitori o i difensori: la comune natura umana è infatti l’elemento di sostanza mentre, in relazione alla sfera pubblica, le differenze tra maschi e femmine sono puramente accessorie.

«Noi perseguiamo alla lettera, con molta decisione e pervicacia, la tesi secondo cui a nature differenti non toccano mansioni uguali, ma non abbiamo assolutamente indagato a quale specie appartengono l’una e l’altra natura e a che cosa miravamo con la nostra definizione, quando abbiamo assegnato diverse mansioni a ciascuna natura, e mansioni uguali alla stessa natura» […].

«Se dunque», proseguii, «il sesso maschile e quello femminile risulteranno differenti in rapporto a una determinata arte o a un’altra occupazione, diremo che l’assegnazione dei rispettivi compiti va fatta con questo criterio; se invece risulteranno differenti solo per il fatto che il sesso femminile partorisce e quello maschile feconda, diremo che per quanto concerne la nostra questione non è ancora stato dimostrato che la donna differisce dall’uomo, ma resteremo dell’idea che i nostri guardiani e le loro donne debbano svolgere le stesse mansioni» […].
«Pertanto, caro amico, nel governo della città non c’è alcuna occupazione propria della donna in quanto donna, né dell’uomo in quanto uomo, ma le inclinazioni sono ugualmente ripartite in entrambi, e per sua natura la donna partecipa di tutte le attività, così come l’uomo, pur essendo più debole dell’uomo in ognuna di esse» […].

«Allora le leggi che abbiamo fissato non sono impossibili da realizzare né simili a pii desideri, se davvero la nostra legislazione è conforme alla natura; piuttosto vanno contro natura, a quanto pare, le disposizioni vigenti contrarie alle nostre!» […].
«Quindi abbiamo stabilito una legislazione non solo realizzabile, ma anche ottima per la città».
«È così ». Repubblica, V, 454c-457a.

Comunismo platonico

Esercitazione

1. Che cosa significa parresia e perché Platone e Socrate furono parresiastes?

2. Illustra in dieci righe qual è il significato dell’educazione in Platone, spiegando perché nel Fedro il filosofo contrappone il dialogo alla parola scritta.

3. Perché, secondo Platone, i mali sociali non cesseranno finché non giungano al potere i filosofi?

4. Illustra in dieci righe il significato pedagogico del mito di Er.

5. Illustra in dieci righe il significato pedagogico del mito della biga alata.

6. Illustra in dieci righe il significato pedagogico dell’allegoria della caverna.

 


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