Welfare State

by gabriella

Le origini, l’universalizzazione e la de-universalizzazione delle misure di assistenza e previdenza sociale in Occidente e il nuovo paradigma del reddito.

 

Indice

1. Il Welfare State

2. Origini, universalizzazione e de-universalizzazione

2.1 Le origini
2.2 Il primo Welfare
2.3 Il modello americano e la crisi del Welfare europeo

 

3. Dopo il Welfare, Nonprofit, volontariato e solidarietà
4. Il paradigma del reddito: di base, universale, di cittadinanza

4.1 Definizioni

4.1.1 Reddito di base
4.1.2
Reddito minimo garantito
4.1.3 Salario minimo
4.1.4 Reddito universale

4.2 Perché il reddito di base è di nuovo attuale
4.3 Il dibattito

4.3.1 Le ragioni a favore
4.3.2 Critiche e contrari

 

1. Il Welfare State

istruzione

sanità

L’espressione inglese Welfare State«Stato del benessere» è stata coniata in Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale, per indicare il complesso di politiche pubbliche (detto anche «stato sociale») messe in atto da uno stato che interviene, in un’economia di mercato, per garantire assistenza e benessere ai cittadini, modificando e regolamentando la distribuzione dei redditi generata dalle forze del mercato.

Gli obiettivi del welfare state sono stati di assicurare un tenore di vita minimo a tutti i cittadini, dare sicurezza a individui e famiglie in presenza di congiunture sfavorevoli e garantire a tutti i cittadini l’accesso ai diritti fondamentali di istruzione e sanità.

vecchiaia

maternità

invalidità

disoccupazione

Gli strumenti attraverso cui ha operato sinora lo stato sociale sono stati gli assegni di famiglia, di vecchiaia, di maternità, di invalidità, di disoccupazione, versamenti in denaro per sostenere condizioni esistenziali o familiari specifiche;

l’erogazione di servizi di istruzione, sanitari, di concessione di case popolari; la concessione di benefici fiscali per carichi familiari, l’acquisto di un’abitazione; e la regolamentazione di certi aspetti dell’attività economica, quali la locazione di abitazioni a famiglie a basso reddito, l’assunzione di invalidi ecc..

Queste politiche sono lo strumento attraverso cui lo stato assicura la cittadinanza, cioè i diritti sociali alle persone fisiche alle quali riconosce lo status di cittadino, quale titolare dei diritti civili (libertà personale, di movimento, di associazione, di riunione, di coscienza e di religione, l’uguaglianza di fronte alla legge, il diritto alla presunzione d’innocenza ecc.) e (ma non, come vedremo, nelle politiche del reddito di base) politici (partecipazione al governo dello stato).

 

2. Origini, universalizzazione e de-universalizzazione del Welfare

2.2 Le origini

Elisabetta I, Old Poor Law, 1600

Fino alla Rivoluzione industriale gli interventi di protezione sociale (Poor Law, 1600) si manifestarono come assistenza alla povertà e furono essenzialmente finalizzati al contenimento della tragedia sociale innescata dalla disoccupazione contadina con le enclosures e al controllo di queste nuove masse di vagabondi.

Thomas More (1478- 1535)

Il primo a concepire l’idea di un reddito che assicurasse a tutti il necessario indipendentemente dal lavoro fu, probabilmente, Thomas More in Utopia (1516).

Nicolas de Condorcet (1943 – 1794)

Thomas Paine (1737 – 1809)

Fu poi il marchese de Condorcet, durante la Rivoluzione francese, a proporre una forma di assicurazione sociale contro l’indigenza degli strati popolari.

Dopo la rivoluzione, fu invece Thomas Paine, intellettuale impegnato nelle rivoluzioni francese e americana e tra i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, a difendere l’idea di un fondo alimentato dai proprietari terrieri che permettesse di versare a ciascun individuo un reddito minimo, composto da una somma somma abbastanza consistente al compimento della maggiore età e da un versamento annuo dai 50 anni in su [La giustizia agraria, 1795-6].

Nel corso del XIX secolo invece, in seguito al processo di industrializzazione e alla necessità di intervenire sulle drammatiche condizioni di vita del proletariato urbano, si definì un sistema di assicurazioni sociali per fronteggiare le più gravi situazioni di disagio e costruire consenso sociale

Fino alla metà del XX secolo gli interventi vennero indirizzati a determinate categorie sociali, come nei provvedimenti a favore dei lavoratori dell’industria di Otto von Bismarck (1883-1889) che prevedevano il versamento di contributi da parte della categoria di lavoratori per il finanziamento dell’assicurazione sociale.

 

2.2 Il primo Welfare

Lord Beveridge

I primi provvedimenti a carattere universale, cioè diretti ai cittadini invece che a singole categorie di lavoratori, (anticipati negli anni Trenta dal New Deal di Franklin D. Roosevelt e dai governi socialdemocratici svedesi) furono attuati in Gran Bretagna con il piano Beveridge (1942), che estendeva la protezione a tutti i sudditi britannici indipendentemente dal versamento di contributi, finanziandola con la fiscalità generale.

Negli anni ’60 e ’70, la sicurezza sociale fu introdotta anche negli altri Paesi industriali.

In Italia, l’intervento statale in materia di assistenza era iniziato nella seconda metà del XIX secolo allo scopo di limitare l’influenza della Chiesa – legge per la confisca dei beni delle associazioni ecclesiastiche impegnate nel campo assistenziale (1866), sottomissione al controllo pubblico del sistema delle opere pie e loro trasformazione in Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza con la legge Crispi (1890) – e integrare nel nuovo stato i ceti popolari con politiche di intervento pubblico.

Perché queste politiche acquisissero la forma oggi in via di dissoluzione, si deve però attendere il dopoguerra e la realizzazione del piano Beveridge (1948) che garantiva a tutti i cittadini un trattamento minimo uniforme per far fronte alle loro necessità più immediate.

Ronald Reagan (1911 – 2004)

Margaret Thatcher (1925 – 2013)

Dagli anni Ottanta, il welfare state è stato ridimensionato dalle politiche di riduzione della spesa pubblica iniziate negli USA e in Gran Bretagna con i governi Reagan e Thatcher.

Negli ultimi vent’anni il declino del Welfare si è legato anche alla crisi dello stato nazione e alle dinamiche antisociali della globalizzazione economica.

 

2.3 Il modello americano e la crisi del Welfare europeo

Tratto da N. Dirindin, G. Maciocco, Assalto alll’universalismo

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Londra dal cielo dopo i bombardamenti tedeschi

Lord William Beveridge era un politico liberale, ma il suo piano fu attuato dal governo laburista, poi proseguito da quello conservatore.

La ragione di un consenso così ampio va cercata nelle devastazioni della guerra che avevano mostrato la fragilità di individui e famiglie, anche benestanti, davanti a eventi negativi e fortuiti.

La guerra insegnò alla popolazione la virtù del razionamento del cibo e del combustibile, cosicché in un momento di grave carenza tutti potessero avere accesso ai beni essenziali. Tutto ciò preparò l’opinione pubblica a sostenere con convinzione un sistema di welfare che, finanziato attraverso la fiscalità generale, garantiva a tutti la sicurezza sociale.

neri poveri2

afroamericani

La situazione post-bellica negli Stati Uniti fu molto differente per diversi motivi.  Mentre in Europa il sistema industriale fu devastato dalla guerra, le imprese americane si rafforzarono proprio grazie alle spese militari e quindi la popolazione americana non sperimentò le condizioni di ristrettezza che in Inghilterra avevano favorito il forte senso di coesione sociale.

Tuttavia la differenza cruciale fu nel ruolo della questione razziale nella società americanaIn America il ricco (bianco) non può mai cadere in fondo alla scala sociale perché quella posizione è già occupata.  Occupata dai neri che soffrono di una ampia e diffusa condizione di discriminazione. Gli Europei sanno che possono andare a letto ricchi e svegliarsi poveri, ma i ricchi americani, bianchi, sanno che non potranno mai svegliarsi neri.

Le conseguenze di ciò sono evidenti a tutti i livelli nella società americana. Nelle indagini di popolazione il supporto per il welfare tra gli americani bianchi è fortemente influenzato dalla razza della popolazione povera che vive intorno a loropiù generosi se i loro vicini poveri sono bianchi.  Le divisioni razziali continuano a minare la propensione a sostenere il welfare. Negli stati con più alta proporzione di afro-americani i contributi al welfare sono  molto meno abbondanti.

La resistenza degli americani a finanziare il welfare è dovuta al fatto che questo non è visto come uno strumento per assicurare la propria famiglia contro un evento catastrofico, ma piuttosto come il pagamento di una tassa a favore di persone di cui non si condivide l’identità. In questo modo i poveri si trovano divisi in due gruppi: da una parte i “meritevoli  (di assistenza)” (“deserving”)  e dall’altra i “non meritevoli” (“undeserving”).

Richard Baxter, citato da Weber come il modello più puro di etica protestante

Una seconda differenza è che gli americani tendono, molto più degli europei, ad attribuire la condizione di povertà alla pigrizia piuttosto che alla sfortuna [vedi Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo]. Se i ricchi vogliono aiutare i poveri possono usare la filantropia che è incoraggiata dal sistema fiscale e facilitata da una forte cultura religiosa e da un’altrettanto forte avversione per lo Stato.

Tuttavia, il contributo volontario significa che i donatori possono selezionare i beneficiari della loro generosità, piuttosto che lasciare la scelta al sistema democratico. Negli USA più di un terzo della spesa sociale viene dai contributi volontari, mentre in Europa questi rappresentano meno di un decimo.

Un terzo fattore di differenza è la debolezza in USA dei sindacati e dei movimenti di sinistra. In Europa i sistemi di welfare si sono sviluppati in presenza di sindacati forti e di partiti progressisti al governo.

Capire da dove viene il denaro per finanziare il sistema di welfare è solo la metà del quadro delle differenze tra USA e Europa. L’altro aspetto riguarda ciò che lo Stato restituisce in cambio delle tasse: molto meno in USA rispetto all’Europa. In ogni campo gli Stati Uniti sono meno generosi: dall’istruzione all’assistenza sanitaria, ai sussidi di disoccupazione. E i ricchi beneficiano molto poco e sempre meno, dopo che lo Stato, ad esempio, ha ridotto gli investimenti nelle università pubbliche. Il vantaggio del sistema americano, se sei ricco, è che paghi molto meno in tasse.

Non solo: il sistema basse tasse/basso welfare è così distorto che un miliardario paga in proporzione molto meno in tasse rispetto ai lavoratori con basso reddito, così avviene che i poveri sussidiano i ricchi.

All’inverso, in Scandinavia le tasse sono alte ma – di ritorno – i ricchi ricevono, gratis o a costo minimo – un pacchetto di benefici di alta qualità: dall’assistenza sanitaria alla cura dei bambini, dall’assistenza sociale all’educazione universitaria. C’è un chiaro trade-off : tu paghi le tasse ma ottieni molto in cambio (oltre a vivere in una società più armoniosa e sicura).

Così per coloro che vogliono distruggere il modello europeo di welfare, la strutturale debolezza del welfare americano offre un modello attraente.

Primo: creare un ben identificabile gruppo di poveri “non meritevoli”.

Secondo: creare un sistema in cui i ricchi ricevono pochi benefici in cambio dei tributi che pagano.

Terzo: diminuire l’influenza dei sindacati, rappresentandoli come difensori di interessi ristretti e egoistici, dimenticando che storicamente alti tassi di adesione ai sindacati hanno prodotto benefici per l’intera popolazione. 

Infine, come fece Reagan quando tagliò il welfare negli anni 80, agire in modo da attirare meno attenzione possibile, mettendo in atto politiche le cui implicazioni sono poco chiare e i cui effetti si vedranno solo nel futuro. Tutte queste strategie possono essere osservate nella Gran Bretagna di oggi.

 

 

La stampa inglese, gran parte in mano di editori ricchissimi, è in prima linea nel sostenere il primo approccio.

Ogni giorno riempie pagine e pagine di casi di persone che spremono in maniera ingiustificata il sistema (“people milking the system”) e lo fanno in maniera costante e sistematica con l’obiettivo di creare una nuova forma di associazione di parole: “welfare” = “scroungers” (“scrocconi”).

Essi accettano che ci sia un gruppo di poveri “meritevoli”, la cui condizione deriva da una “genuina” sfortuna, ma quando questi gruppi appaiono nelle loro pagine è per denunciare che essi sono stati abbandonati dallo Stato, che invece concentra i suoi sforzi a favore dei poveri “non meritevoli”.

Orwell, 1984 Two minutes hate

Una crescente massa di ricerche dimostra che questa continua dieta di odio riesce a fare la differenza.

Provocare disgusto nei confronti dei poveri “non meritevoli” non è nuovo. Ciò che sta cambiando in Gran Bretagna è la progressiva esclusione delle classi medie dal welfare attraverso la progressiva erosione dei benefici universali.

La logica è attraente, ma estremamente divisiva: perché lo Stato dovrebbe pagare per coloro che si possono permettere di pagare da sé? Perché operai e impiegati (“ordinary working people”) dovrebbero pagare per benefici goduti dalla classe media?

La crisi economica ha offerto al governo l’opportunità che capita una sola volta nella vita. Come Naomi Klein ha descritto in molte differenti situazioni, quelli che si oppongono al welfare state non sprecano mai una buona crisi. Il deficit deve essere ridotto e così, uno a uno, i benefici vengono rimossi e i gruppi vengono messi l’uno contro l’altro e alla fine l’interesse della classe media per il welfare svanisce.

Il quadro è estremamente preoccupante anche in Italia. Per quanto riguarda la sanità, le recenti manovre hanno previsto tagli ai fondi per il Servizio Sanitario Nazionale che arriverebbero a raggiungere nel 2014 un valore pari a circa mezzo punto di Pil (poco meno di 8 miliardi di euro, su un Pil che purtroppo cresce molto lentamente).

Ai tagli nel settore sanitario, si aggiunge il quasi totale azzeramento dei fondi statali per gli interventi sociali che nel 2013 saranno pari a circa un decimo di quelli stanziati nel 2008. Più in generale, la riduzione delle entrate delle Regioni e degli Enti locali rende impraticabile qualunque intervento da parte dei livelli decentrati di governo.

L’effetto complessivo di tali pesanti restrizioni non potrà che gravare sulle persone più fragiliA questo si aggiunge il rischio di una progressiva demotivazione degli operatori, del sociale e del sanitario, sui quali ricadono condizioni di lavoro sempre più pesanti e la “responsabilità” di negare i servizi alle persone. 

Campagne stampa contro i falsi invalidi

Campagne stampa contro i falsi invalidi

La crisi NON può diventare comunque la giustificazione di un rovesciamento dei principi. I segnali di “assalto” all’universalismo non mancano neanche in Italia.

  1. Il tentativo di sostituire le politiche sociali con la beneficenza,
  2. l’introduzione di un super ticket che rende più conveniente rivolgersi alla sanità privata piuttosto che alle strutture pubbliche,
  3. la previsione di un ulteriore forte aumento dei ticket (2 miliardi dal 2014, un onere per gli assistiti quasi doppio rispetto all’attuale),
  4. le ipotesi di abolizione delle esenzioni per patologie alle classi medio-alte (con la conseguente riduzione dei benefici loro garantiti al momento del bisogno, nonostante il prelievo fiscale che sopportano),
  5. le campagne contro i falsi invalidi e i falsi poveri (sulla base di pochi casi, biasimevoli ma che continuano ad essere una eccezione),
  6. la distrazione dei fondi per gli investimenti in sanità (riallocati a favore di altre finalità, mentre gli ospedali sono sempre più obsoleti),
  7. la continua proroga dell’intramoenia allargata (una diffusa e odiosa pratica selettiva),
  8. l’espansione delle forme integrative di assistenza (che si avvantaggiano delle agevolazioni fiscali), non sono che alcuni esempi della tendenza a favorire da un lato il depauperamento del sistema universalistico e dall’altro lo sviluppo di forme alternative di tutela.

Eppure, nonostante la pesante crisi economica e il conseguente sensibile aumento del rapporto spesa/Pil, in Italia la spesa sanitaria totale (pubblica e privata) è ancora nettamente inferiore a quella dei paesi con livello di sviluppo simile al nostro: 9,5% del Pil nel 2009 (11,8% in Francia, 11,6% in Germania, 10% in Svezia, 9,8% nel Regno Unito). Anche la spesa sanitaria pubblica si assesta su livelli inferiori rispetto sia a quelli dei paesi con sistemi di sicurezza sociale (per lo più di tipo categoriale, come Francia, Germania, Austria) sia a quelli dei paesi scandinavi con sistemi universalistici.

Anche le stime delle morti evitabili attraverso interventi sanitari tempestivi e appropriati (Oecd 2010) vedono l’Italia fra i paesi più avanzati: su 27 paesi, il nostro occupa il terzo posto (dopo Francia e Islanda) per il minor numero di morti evitabili. E ciò nonostante il basso tasso di ospedalizzazione (il 24% in meno della media europea) e la bassa spesa sanitaria pubblica [Vedi Linda Laura Sabbadini, La ricetta di una nuova equità].

 

3. Dopo il Welfare, Non profit, volontariato e solidarietà

volontariatoIl terzo settore, così chiamato per la sua collocazione tra stato e mercato (non profit, volontariato, solidarietà), assume un particolare significato se inquadrato nello scenario della crisi dello Stato sociale e delle sue politiche assistenziali.

La proliferazione di iniziative benefiche e filantropiche degli anni ’90 è stata, infatti, la risposta alla crisi del Welfare, una crisi di risorse, ma anche ideale e organizzativa, che si è legata alle crescenti difficoltà di raccolta fiscale degli stati nazione (si vedano le voci globalizzazione e fiscalità di vantaggio).

Mani pulite

Retrospettiva del Corriere della Sera sulla storica inchiesta

Il disimpegno dell’iniziativa statale è stato infatti accompagnato da critiche all’efficienza e all’efficacia degli interventi e da scandali che evidenziavano come le politiche di Welfare fossero intessute di malversazioni (cioè di ruberie e appropriazioni).

Lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, aprì non a caso la stagione di Mani pulite a Milano nel 1992, poi sfociata in Tangentopoli; un’epoca che si è chiusa idealmente con lo scandalo delle esternalizzazioni a cooperative non meno costose per l’erario o più affidabili dal punto di vista della trasparenza degli appalti, come ha mostrato Mafia capitale nella quale gli affari della cooperativa Buzzi edificavano un vero mondo-di-mezzo tra politica (dall’estrema destra dei NAR all’amministrazione capitolina di centro-sinistra) mondo imprenditoriale e mafie.

Dai primi anni ’90 ad oggi, il privato sociale e l’aziendalizzazione dei servizi pubblici si sono sostituiti significativamente alle tradizionali politiche di Welfare. Ciò che accomuna queste proposte di liberalizzazione e privatizzazione del settore dei servizi, è l’accento posto sulla

«tendenziale sostituzione del welfare state, che presuppone mediazione amministrativa e responsabilità pubblica nella riproduzione sociale – ha osservato Ota del Leonardis in un’indagine sociologica del 1998 – , con relazioni di scambio tra domanda e offerta di beni ‘sociali’, che presuppongono invece capacità di autoregolazione della società».

mafia capitale

Mafia Capitale

Di fronte alla crisi fiscale, ideale e organizzativa dello stato sociale si è risposto, insomma, con la fiducia assoluta nell’autorganizzazione della società tramite le energie del libero mercato.

Separate dalla cornice politica – che ha nel patto costituzionale la sua fonte – le misure assistenziali hanno finito per naturalizzare il disagio sociale e la povertà [temine che ha smesso di fare scandalo ed è stato riammesso nei dibattiti pubblici] che ben si conciliano con la priorità assegnata ai criteri economici e con la passività nei confronti dell’insostenibilità sociale dell’economia.

L’insistenza sulle capacità autorganizzative della società (la welfare society) tradisce infatti un ritorno delle «culture del privatismo», in cui anche per quanto attiene alle questioni di cittadinanza si fa appello a motivazioni appartenenti alla sfera privata (gli interessi personali, i valori morali) e in cui la solidarietà stessa può AAA-cercasi-volontaridiventare «il sostituto privatistico della corresponsabilità verso la cosa pubblica» [O. De Leonardis, In un diverso Welfare. Sogni e incubi, Milano, 1998, p. 19], in cui non mancano, anche nei casi di corretta gestione, ambiguità significative circa la presunta assenza di profitto di associazioni che si comportano in tutto come imprese, promuovendo il proprio brand sui media e assumendo personale per assicurare la continuità organizzativa delle iniziative.

Un caso specifico è rappresentato dalle cooperative sociali che occupano lavoratori retribuiti (con contratti di solito particolarmente svantaggiosi) insieme a volontari, per un giro d’affari stimato nel 2005 a oltre sei miliardi euro [fonte Wikipedia].

Il settore è stato recentemente riordinato in vista del potenziamento del terzo settore, ma emerge anche un dibattito a più voci sul reddito di cittadinanza o di base (Basic Income).

Il momento presente può essere letto quindi come un ritorno alla filantropia che sostituisce non soltanto i capitali pubblici con quelli privati (si pensi all’opera delle fondazioni bancarie o di quelle legate al nome di multinazionali) ma, fondamentalmente, anche i fini : gli obiettivi pubblici sono fissati dalle norme fondamentali per concretizzare diritti (istruzione, salute, cittadinanza..) quelli privati sono invece legati al ricerca di senso,  autoefficacia, autorealizzazione e pienezza esistenziale (ma anche di inclusione: si pensi al coinvolgimento dei pensionati, dei disoccupati o degli stessi disabili esclusi dai benefici sociali dell’attività lavorativa) degli individui che vi si impegnano o di visibilità e legittimazione pubblica delle organizzazioni che li allestiscono.

 

4.  Il paradigma del reddito, di base, universale, di cittadinanza

Angelo Romano, Andrea Zitelli, Il reddito di base è una cosa seria: Disuguaglianze, qualità della vita, robot: immaginare una società diversa. Tratto da Valigia Blu – luglio 2018.

Dare un reddito incondizionato a ogni persona per sconfiggere la povertàgarantire una nuova forma di libertà dalla necessità di avere un lavoro per vivere.

Un’idea affascinante e radicale, che ha assunto coloriture e caratteristiche diverse a seconda dei periodi storici e delle aree geografiche in cui si è tentato di applicarla.

Il concetto di reddito di base non nasce oggi, ha fatto più volte capolino nel corso della storia tra politici, studiosi e imprenditori. Ma, pur avendo avuto tanti “padri nobili”, sia progressisti sia conservatori, non è stato ancora mai messo in pratica per due motivi, scrive Stefano Toso, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Bologna: per i suoi costi elevati per il bilancio pubblico e per

“la diffusa ostilità verso l’idea di erogare un reddito anche a chi, potendolo fare, non offre alla società alcun contributo sotto forma di un lavoro o della disponibilità a lavorare”.

Non per questo si deve banalizzare il tema, ma anzi come sottolinea Anthony Painter sul Guardian, pur sapendo che la misura non è una soluzione magica, il dibattito sul reddito di base può essere l’occasione per allargare il confronto su come creare una società meno ingiusta e più stabile.

 

4.1 Definizioni

Prima di iniziare a seguire la storia del reddito di base, i motivi per cui questa misura è tornata a far parlare di sé nel dibattito pubblico internazionale e quali sono dubbi e critiche al riguardo, è utile definire il significato di reddito di base/basic income (reddito di cittadinanza)” e perché si differenzia da altre misure come il “reddito minimo garantito” e il “salario minimo”.

 

4.1.1 Reddito di base

Il reddito di base è un reddito erogato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare. Da circa 30 anni, convegni europei e mondiali sul tema sono organizzati dalla rete di coordinamento BIEN (Basic Income Earth Network).

 

4.1.2 Reddito minimo garantito

Il reddito minimo garantito è un reddito limitato nel tempo che si basa su un programma universale ma selettivo. La concessione del sussidio dipende infatti dal reddito e dal patrimonio di chi ne fa domanda. Nei parametri può anche rientrare il fatto di aver perso un lavoro o di non riuscire a trovarlo. Nel 1992 il Consiglio delle comunità europee ha fatto richiesta per l’introduzione

«in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri».

Tranne che in Italia e in Grecia, negli anni, i paesi europei si sono adeguati e hanno applicato politiche sociali indirizzate a tale scopo con le misure che si differenziano per le condizioni di accesso e i requisiti richiesti, la variazione della cifra concessa e la durata del beneficio, con l’aggiunta o meno di ulteriori diritti correlati—come ad esempio quello sanitario.

In Italia, bisogna specificare, sono state presentate alcune proposte di legge che dicono di voler istituire un “reddito di cittadinanza”, ma in realtà propongono un “reddito minimo garantito”, come spiega l’Istat.

Secondo la proposta del Movimento Cinque Stelle, una persona che beneficia del reddito minimo perde il diritto a ricevere il contributo se rifiuta un lavoro per più di 2 volte o nell’arco dell’anno solare si licenzia per due volte senza una giustificazione.

In Italia un reddito minimo è stato introdotto nel 2017 con il nome di “reddito di inclusione” (REI); nel 2016 era stata introdotta una misura transitoria, il Sostegno all’Inclusione Attiva (SIA). Il REI è una misura di contrasto alla povertà e consiste in un sostegno di forma economica e di servizi per trovare lavoro, dura 18 mesi e può farvi richiesta chiunque (sia gli italiani sia gli stranieri regolari) si trovi in una condizione di grave povertà.

 

4.1.3 Salario minimo

È una remunerazione minima che i datori di lavoro devono per legge dare ai propri dipendenti. La misura, che punta a ridare potere d’acquisto ai lavoratori, contro le disuguaglianze sociali, è prevista in 21 dei 28 paesi dell’Unione europea: varia dai 173 euro al mese della Bulgaria, ai 1.921 euro mensili del Lussemburgo.

 

4.1.4 Reddito universale

Il reddito universale è una famiglia di idee strettamente correlate tra di loro, con una lunga storia.

Reddito universale di base, reddito incondizionato, dividendo sociale, reddito annuo garantito, reddito di cittadinanza, imposta negativa sul reddito: il concetto su cui si regge il basic income è stato chiamato negli anni in diversi modi, ha animato conservatori e progressisti, è riemerso in momenti di turbolenza politica ed economica per poi inabissarsi in quelli di maggiore stabilità.

Fin dalle sue origini, le diverse proposte (e il dibattito che di volta in volta è scaturito) si sono articolate intorno a un dilemma: estendere l’erogazione delle prestazioni sociali a tutta la collettività (secondo un’opzione universale) o rivolgerla solo a determinati soggetti, in base alla loro condizione economica (secondo un’opzione selettiva)?

 

 

4.2 Perché il reddito di base è di nuovo attuale

«Le nostre economie continuano a creare posti di lavoro e le famiglie hanno assistito a un aumento del loro reddito disponibile. Molte persone che lavorano però sono ancora povere».

Con queste parole Marianne Thyssen, commissaria responsabile per l’occupazione della Commissione europea, ha commentato l’indagine annuale uscita il 20 dicembre 2016 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Employment and social developments in europe – Esde).

Dal 2012 al 2015, si legge nella sintesi, nella maggior parte degli Stati membri c’è stato un calo della quota di persone a rischio povertà o esclusione sociale, raggiungendo in Europa il 23,7% (circa 119 milioni di persone) della popolazione totale, il livello più basso dal 2010. La relazione però sottolinea che

“anche se sono stati compiuti progressi, povertà e disuguaglianza rimangono troppo elevati – soprattutto per alcuni gruppi della società (ossia i minori e le minoranze)”.

Una situazione di disagio sociale a cui, spiega ancora Thyssen, se ne collega un’altra: il lavoro non protegge più dal rischio povertà.

«Questo dimostra che non si tratta solamente di creare posti di lavoro: devono essere posti di lavoro di qualità».

“Anche se in tutta l’Unione europea, i lavoratori a tempo pieno sono relativamente ben protetti dalla povertà, “la povertà dei lavoratori” è aumentata da circa una su dieci persone, prima della crisi, a una su otto. I lavoratori part time hanno un rischio maggiore di povertà rispetto a quelli a tempo pieno. La quota di lavoratori autonomi con un reddito al di sotto della soglia di povertà è molto più alta della quota di lavoratori dipendenti a rischio di povertà. A tempo pieno, i lavoratori autonomi hanno un rischio di povertà che è 3,5 volte superiore a quella dei lavoratori a tempo pieno.”

Durante il periodo della crisi economica (tra il 2008 e il 2013) nella maggior parte degli Stati membri è aumentato l’utilizzo dei contratti temporanei e
contemporaneamente la velocità di passaggio ai contratti a tempo indeterminato è peggiorata. Nello stesso lasso di tempo, a livello europeo, “la probabilità di passare da un contratto di lavoro temporaneo a uno permanente è diminuito del 4,6%”. Anche per questi motivi, specifica l’Eurostat, nonostante l’Unione europea abbia registrato il suo quarto anno di ripresa economica (Commissione Europea, 2016), l’attuale situazione resta una grande sfida per la politica, impegnata a combattere la povertà e garantire l’inclusione sociale.

All’interno di questo quadro si inseriscono anche “forti disparità dei redditi”, spiega ancora l’Ufficio statistico dell’Unione europea: nel 2014 – considerando la media ponderata dei dati nazionali di ciascuno degli Stati membri dell’Ue sulla popolazione – i redditi percepiti dal 20% della popolazione più ricca sono stati 5,2 volte superiori a quelli percepiti dal 20% della popolazione più povera.

Spiega inoltre l’Ocse – nel rapporto pubblicato a ottobre 2016 Society at a Glance 2016 – che

“dopo la grande recessione la spesa sociale pubblica è cresciuta oltre il 21% del Pil e nella media Ocse si è stabilizzata a questo livello, storicamente alto”. “Se si sovrappone (in Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) la curva degli aumenti a quello della crescita della popolazione over 65 – scrive Mattia Salvi su Pagina99 – si capisce che questo aumento è in gran parte assorbito dalla necessità di sostenere gli anziani”, mentre, a parte gli ammortizzatori sociali (in Italia, Spagna e Grecia), la spesa nei paesi dell’Europa mediterranea in tutti gli altri settori del sistema del welfare (sostegno per la casa, famiglie, disabili, poveri) “scricchiola”.

In questo scenario, si aggiungono anche nuove sfide che secondo diversi studiosi, analisti e politici porteranno grandi cambiamenti all’economia, al mondo del lavoro, alla gestione delle politiche sociali di un paese e quindi al modo di vivere e lavorare delle persone: l’automazione (la sostituzione di lavori precedentemente svolti dagli umani) e la robotizzazione (l’introduzione di robot per eseguire dei compiti).

L’importanza cruciale di queste tematiche è sottolineata anche nell’indagine, citata precedentemente, della Commissione europea (al capitolo 4, The labour market implications of ICT development and digitalisation):

“Il progresso tecnologico ha avuto un grande impatto su come beni e servizi vengono prodotti, portando importanti cambiamenti in tutti i settori, dalle attività primarie (agricoltura e attività estrattiva) all’industria manifatturiera (come quella tessile e automobilistica) e più recentemente alle industrie di comunicazioni e alle libere professioni. Dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ndr in inglese ICT) e dalla digitalizzazione sono attesi ulteriori cambiamenti radicali alla produzione e alla consegna di beni e servizi e una trasformazione economica che coinvolgerà tutte le industrie, con un impatto paragonabile a quello del motore a vapore durante la prima rivoluzione industriale.

Proprio per queste ragioni è stata coniata l’espressione “Quarta rivoluzione industriale” (o anche “Industria 4.0″). Grazie al progresso tecnologico e alla ricerca scientifica i robot stanno diventando sempre più sofisticati e autonomi, capaci di svolgere mansioni e compiti con sempre maggiore facilità, anche a volte quelle attività più complicate una volta riservate agli essere umani.

Ma quanti sono i posti di lavoro a rischio per questa “sostituzione” da parte dei robot e se e come avverrà è tema di discussione in ambito accademico. Bisogna comunque specificare che il dibattito sulle possibili conseguenze che l’arrivo massiccio delle macchine/robot può avere nel mondo del lavoro non è nuovo.

Negli ultimi anni il confronto accademico al riguardo è tornato a far parlare di sé sui media di tutto il mondo. Nel 2013 in un rapporto intitolato The future of employment: how susceptible are jobs to computerization? di due studiosi britannici, Benedikt Frey della Oxford Martin School e Michael A. Osborne del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Oxford, si legge come in America il 47% dei posti di lavoro – da quelli tradizionali a quelli digitali, dalle occupazioni manuali a quelle professionali – sia a rischio robotizzazione nei prossimi 10-20 anni, con percentuali anche maggiori per l’Europa. Prospettive simili sono state presentate anche in altri studi pubblicati successivamente.

L’influenza della tecnologia digitale nel lavoro si avrà soprattutto sulle richieste di competenze, scrivono gli autori:

“stime recenti della Commissione europea indicano che a circa il 90% dei lavoratori in contabilità, ingegneria e medicina saranno richieste competenze digitali di base in un prossimo futuro”.


Ecco perché, si legge ancora nel rapporto, servirà un aggiornamento delle competenze, anche per evitare la riduzione dei divari salariali tra diversi gruppi sociodemografici e smorzare un aumento della disuguaglianza. Uno studio di McKinsey Global Institute di gennaio 2016 – A future that works: automation, employment and productivity –, scrive Steve Lohor sul New York Times, mostra infatti che a breve termine l’impatto dell’automazione sarà principalmente quello di trasformare il lavoro piuttosto che cancellare posti di lavoro.

Lo studio dell’Ocse, come quello di Mckinsey, invitano la politica a fare la sua parte, cercando di sfruttare il potenziale positivo che l’automazione può portare, produrre politiche del lavoro adatte alle sfide a venire, come l’aggiornamento di competenze per i lavoratori, e ripensare anche gli strumenti di “difesa” nel caso aumentino disoccupazione e disuguaglianze sociali.

Proprio le disuguaglianze, la povertà, le criticità del welfare state e i rischi temuti per le possibili conseguenze della nuova rivoluzione tecnologica, hanno spinto diversi politici liberali e conservatori, di sinistra e di destra, studiosi, organizzazioni pubbliche e privati a sostenere l’idea di un reddito di base, nel dibattito pubblico internazionale.

 

4.3 Il dibattito

Il reddito di base è un’idea che implica un cambiamento radicale del modo di pensare la società, il welfare e il rapporto tra uomo e lavoro, perché il salario non diventa più l’unica via per la propria esistenza.

Gianfranco Sabattini, nel suo libro Riforma del Welfare state, spiega che la misura segnerebbe il passaggio da un’etica del lavoro a un’etica della solidarietà “(tra chi lavora e chi non riesce a percepire un reddito) in quanto parte di un sistema sociale in cui tutti hanno uguali diritti e doveri sociali”.

Il dibattito su questa misura si è articolato nel tempo intorno a varie questioni, mostrando eventuali vantaggi e possibili criticità, a partire dai costi della sua realizzazione. Ad esempio, un paese ricco come gli Stati Uniti, scrive L’Economist, per poter dare ad adulti e bambini circa 10mila dollari l’anno, dovrebbe incrementare del 10% la parte del Pil raccolta tramite le tasse ed eliminare gran parte dei programmi di assistenza sociale presenti fatta eccezione quella sanitaria.

Su questo punto, un nodo importante da risolvere è capire come rendere sostenibile questa misura. C’è chi propone un aumento della tassazione sulla ricchezza estrema o sulle rendite finanziarie, ma anche di percorrere altre strade come l’utilizzo di fondi capitali ricavati dai proventi del petrolio (come avviene in Alaska, ad esempio) o altri flussi di entrate.

Oltre la quantità di denaro che ogni persona avrebbe dallo Stato, a definire il costo complessivo della misura è anche la tipologia dei destinatari: solo per i cittadini (da qui “reddito di cittadinanza”) o per tutte le persone che vivono e risiedono all’interno dei confini di un paese?

E in caso, la misura si attiverebbe al diciottesimo anno di età o dalla nascita? Una questione che apre anche ai dubbi di diversi critici riguardo l’effetto che il reddito di base potrebbe avere sull’immigrazione e i possibili conflitti sociali che si creerebbero: in che modo un immigrato avrebbe diritto ai soldi erogati dallo Stato?

Anche in questo caso, diverse sono state le proposte avanzate dai sostenitori dell’idea. Josh Martin, ad esempio, scrive che una possibile soluzione potrebbe essere

un reddito di base graduale nel tempo per le persone immigrate: durante il primo anno non riceverebbero denaro, poi di volta in volta la somma aumenterebbe fino a raggiungere la quota standard, “una volta che i benefits sono stati pagati”.

Ulteriore questione sono le conseguenze dello slegare il reddito dal lavoro: sarebbero un disincentivo a lavorare? E questo maggiore “tempo libero” che impatto avrebbe sulle persone? Alcuni critici dicono che i beneficiari del reddito sarebbero portati alla pigrizia, non puntando più a cercare un lavoro, inteso come obiettivo per realizzarsi nella vita. Al contrario chi sostiene questa misura afferma che in questo modo gli uomini potrebbero concentrarsi sulla propria istruzione e formazione, accrescendo il proprio spirito d’iniziativa.

Infine, probabilmente l’impatto maggiore del reddito di base è sul sistema di welfare di un paese. Da un lato c’è chi sostiene che la misura, sostituendo gli ammortizzatori sociali attualmente attivi, sposterebbe ampie risorse oggi destinate ai poveri distribuendole a persone con redditi superiori.

Dall’altro, invece, si sottolinea che l’attuale organizzazione del welfare è piena di falle e il reddito di base funzionerebbe come un pavimento che darebbe stabilità a tutti, garantendo un sussidio anche a quelle persone, attualmente non riconosciute come beneficiarie dei programmi di assistenza sociale, ma che una volta pagate le tasse finiscono sotto la soglia di povertà.

Per approfondire e seguire le tematiche evidenziate, abbiamo ricostruito il dibattito a livello internazionale tra favorevoli e critici o contrari.

 

 

4.3.1 Le ragioni a favore 

Guy Standing, professore di sociologia dello sviluppo alla School of African and Oriental Studies (Soas) e co-fondatore nel 1986 del Basic Income Earth Network (BIEN), intervistato da Thomas Colson su Business Insider UK, ha esposto le ragioni del reddito di base, affermando, tra le varie cose, che la misura può fermare l’ondata dei «movimenti populisti neofascisti» che stanno giocando sulle paure e sul senso di insicurezza lavorativa delle persone.

Sono tre le ragioni per cui Standing crede necessaria l’attuazione del basic income: potrebbe favorire una giustizia sociale, rafforzare le libertà individuale dando alle persone un maggiore senso di controllo delle proprie vite e infine sviluppare dei meccanismi di redistribuzione delle risorse.

Riguardo al costo di questa operazione, il professore elenca alcune possibili soluzioni che vanno dalla sostituzione di alcuni capitoli della spesa pubblica all’utilizzo di “fondi capitali” (o anche conosciuti come “fondi sovrani”, appartenenti ai governi) ricavati dai proventi del petrolio, come in Alaska, o di altri flussi di entrate. A chi afferma che un reddito di base possa disincentivare le persone a lavorare, Standing risponde che si tratta di una critica “ridicola”:

«in tutti i paesi industrializzati attualmente si applicano esenzioni in base al reddito. Questo significa che l’attuale sistema si rivolge solo ai poveri».

Infatti, prosegue il professore, i benefici in funzione del reddito hanno la caratteristica di non far uscire dalla povertà perché nel momento in cui una persona inizia a guadagnare, perde i requisiti che le davano accesso ai sussidi e al tempo stesso inizia a pagare le tasse.

Per questo, aggiunge Standing,

«il reddito universale sarebbe una base alla quale si aggiungerebbe il reddito da lavoro, tassato all’aliquota standard delle imposte. Ciò significa incentivare a cercare posti con basso salario e quindi non è vero che il basic income disincentivi al lavoro».

Guy Standing è stato speaker al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia del 2018, dove è stato intervistato dal giornalista Alessandro Gilioli dell’Espresso (video con sottotitoli in italiano).

Il reddito di base non risolverà tutti i problemi, ma sarà un inizio differente per alcune persone e un vantaggio per tutti, scrive Natalie Shoemaker su Big Think. Si tratta di una misura che non bloccherà le regolamentazioni e le riforme più progressiste. Il basic income, infatti, è parte di un discorso più ampio su come risolvere molti dei problemi all’interno del nostro sistema.

L’introduzione del reddito di base implica due cambiamenti importanti, scrive Gianfranco Sabattini, docente di Politica Economica all’università di Cagliari, nel libro “Riforma del Welfare State”: passare dai sussidi di disoccupazione al reddito di cittadinanza e dall’etica del lavoro a quella della solidarietà. Se fosse applicato, i soggetti più svantaggiati avrebbero maggiori possibilità di poter scegliere quale lavoro fare. L’applicazione del reddito di base presenta due criticità, prosegue Sabattini. Innanzitutto, va capito come finanziarlo.

Il docente propone una tassazione (proporzionale o progressiva) sui redditi personali o da capitale, superiori a un determinato livello minimo. Poi c’è la questione dei costi sociali. Chi è contrario alla sua introduzione, sostiene che il reddito di base possa portare a un’attenuazione dell’interesse delle persone al lavoro con effetti sulla sostenibilità economica della misura. Sempre meno cittadini poi potrebbero scegliere una formazione professionale con ricadute sul reclutamento della forza-lavoro. Tuttavia, spiega il professore, si tratta di rischi contenuti.

Sganciato dal mercato, il reddito di base garantirebbe solo la sussistenza e non potrebbe sostituirsi al reddito da lavoro. Inoltre, in un mercato del lavoro sempre più flessibile, il basic income sarebbe uno strumento di protezione sociale contro il rischio di perdita temporanea dell’occupazione, contribuendo a dare stabilità in una cornice precaria.

Nel suo libro Utopia for Realists, Rutger Bregman, punta a smontare con analisi e dati alcune critiche comuni al reddito di base, come ‘i poveri non sanno gestire i soldi’.

“Siamo convinti che li spendano in fast food e Coca Cola, invece che in frutta fresca e libri. Quindi, per aiutarli, abbiamo ideato una miriade di programmi d’assistenza innovativi, che però prevedono montagne di burocrazia, complessi sistemi di registrazione e un esercito di ispettori, che ruotano tutti intorno al medesimo principio secondo cui ‘I soldi gratis rendono la persone pigre’. Tuttavia, stando ai dati, non è così”.

L’autore scrive che diverse ricerche hanno messo in relazione la distribuzione gratuita di denaro con un calo di reati, mortalità infantile, malnutrizione, gravidanze in adolescenza e assenteismo e con il miglioramento di performance scolastiche, crescita economica e uguaglianza di genere.

Stesso discorso vale per l’emergenza abitativa, i buoni pasto e le cure sanitarie. Il reddito di base, invece, non essendo dipendente dal reddito da lavoro, funziona come un pavimento. Darebbe stabilità a tutti e permetterebbe di rendere meno coercitivo il mercato del lavoro, consentendo maggiore potere negoziale. “Il reddito di base non è una cospirazione dell’élite della Silicon Valley per creare una neo-servitù in cui tutta la popolazione guadagna al massimo 12mila dollari l’anno”, scrive Santens. Sarebbe vero, invece, il contrario. Quei 12mila dollari sarebbero il minimo assoluto dal quale partire.

Il reddito di base potrebbe avere un impatto anche sulla condizione di discriminazione delle donne negli attuali sistemi di welfare, scrive Carole
Pateman, docente di scienza politica all’università UCLA, negli Stati Uniti. La maggior parte degli stati sociali prevede, infatti, che le donne ricevano dei
contributi sulla base della condizione dei loro mariti. Questa situazione le ha mantenute economicamente dipendenti dagli uomini e ha sostenuto un modello di matrimonio incentrato sulla figura maschile. La misura, dice Pateman,

“potrebbe, per la prima volta, fornire alle donne per tutta la vita una (modesta) sicurezza e indipendenza economica”.

Inoltre, questa misura potrebbe essere la soluzione per dare dignità ad altri tipi di lavoro (come quello riproduttivo e domestico) e garantire un equilibrio tra casa e lavoro, spiega la politologa femminista Kathi Weeks.

Il reddito di base ha messo insieme persone di opposte appartenenze politiche. I suoi sostenitori di sinistra lo vedono come un passo verso la giustizia sociale, i fautori del mercato libero (come Milton Friedman) come il modo meno oneroso per il governo di trasferire ricchezza da alcuni cittadini ad altri. Il reddito di base, scrive Charles Murray sul Wall Street Journal, è un’idea che va avanti da tanto tempo, che deve essere attuata bene.

Innanzitutto, il basic income funzionerà se sostituirà tutti i sistemi esistenti e le burocrazie che li gestiscono: nel caso in cui fosse uno strumento che va ad aggiungersi a quelli esistenti, segnerà il fallimento previsto da tutti i suoi principali critici.

Inoltre, rispetto alla questione che la misura possa disincentivare a lavorare, Murray spiega che in America già in questi anni, secondo i dati del Current Population Survey, il 18% dei maschi e il 23% delle donne non sposati tra i 25 e i 54 anni (in età lavorativa) risultano fuori dal mercato del lavoro. Quindi non si tratta di vedere se il basic income scoraggi il lavoro, ma se la sua introduzione peggiori o migliori questa situazione. Di sicuro, rispetto al sistema attuale, il reddito di base aprirebbe nuovi scenari e si prefigurerebbe come uno strumento per migliorare le proprie qualità e dignità della vita: potrebbe avere effetti, ad esempio, su ragazzi disoccupati che potranno permettersi un affitto oppure su giovani coppie che potranno avere soldi per poter mantenere i propri figli.

 

 

4.3.2 Critiche e contrari

Con il reddito di base il lavoro non è più il perno su cui si fonda l’appartenenza alla comunità, affermano Francesco Luccisano e Stefano Zorzi su Linkiesta:

“è questa, forse, la prima verità non dichiarata sul reddito di cittadinanza. Può piacere o meno, ma è bene dirlo chiaramente, specie nella ‘repubblica fondata sul lavoro’”.

Per finanziarlo, inoltre, su grande scala bisogna smantellare il welfare state ed è per questo che, continuano Luccisano e Zorzi, è, in alcuni casi, anche una bandiera della destra. Inoltre, a guidare questa misura c’è l’idea di un grande cambiamento in atto: la perdita di centralità del lavoro nella creazione di valore che ha avuto per qualche secolo. Ma non è vero che il lavoro finirà: il digitale sta sì creando nuovi posti di lavoro, ma, spesso, di peggiori, con i robot che sostituiscono le mansioni di concetto, lasciando agli umani quelli più duri e a minor valore aggiunto. Ecco perché abbandonare il lavoro e abbracciare acriticamente il reddito di cittadinanza vuol dire buttare via il bambino con l’acqua sporca:

“significa consegnare a pochissimi le chiavi della creazione del valore e lasciarsi alle spalle il più efficiente strumento di mobilità sociale che l’umanità ha avuto a disposizione. Occorre invece pensare a come cambia il lavoro, e trovare il modo di restituirgli valore”.

Sul New York Times, Eduardo Porter scrive che per trovare i fondi necessari alcuni pensatori di destra hanno ritenuto di tagliare tutte le spese sociali che lo Stato fornisce, come i buoni pasto o la sicurezza sociale. Ma questa operazione potrebbe far aumentare la povertà: sarebbe come ridistribuire la ricchezza verso l’alto, prendendo i soldi destinati ai poveri e condividendoli con tutti.

Inoltre, il lavoro, come dice Lawrence Katz di Harvard, è una fonte di status: organizza la vita delle persone, offre l’opportunità per il progresso. T

e ci sarebbe bisogno di proposte differenti rispetto al reddito di base, come ad esempio sostenere da parte del governo l’occupazione, sovvenzionando lavori utili come riparare di scuole e le buche in strada o sostenendo i salari dei lavoratori.

Tra gli obiettivi del movimento a favore della misura c’è quello di separare la sussistenza di un persona dal lavoro, scrive Charles Lane sul Washington Post. Se questa idea dovesse trovare il necessario sostegno politico e finanziario, dovrebbe comunque affrontare “problemi immensi dal punto di vista pratico”.

Ad esempio, negli Stati Uniti qualsiasi forma di basic income sarebbe insufficiente in alcune zone ed eccessiva in altre:

“a Porto Rico, per esempio, 10mila dollari sono più del reddito medio annuo della popolazione, mentre a Manhattan sembra essere il costo di un panino”.

Poi ci sarebbe la questione degli immigrati:

“la pratica più coerente con gli obiettivi del reddito di base – che prevede la sua estensione anche ai nuovi arrivati negli Stati Uniti, in modo che non formino una sottoclasse – stimolerebbe l’immigrazione, irritando i paesi di origine dei migranti e i contribuenti americani”.

Inoltre, scrive Lane che, quando si afferma che i risultati di alcuni progetti pilota come

“in una piccola città rurale del Canada, quarant’anni fa e, più di recente, in un piccolo paese in Namibia” hanno mostrato che non ci siano state riduzioni significative dell’occupazione, bisogna anche considerare quali sarebbero le ripercussioni negative che derivano dal dire a ogni americano, a partire dall’infanzia, che riceverà un assegno mensile una volta raggiunta l’età adulta.

All’interno dell’ebook Come minimo. Un reddito di base per la piena occupazione, pubblicato da Sbilanciamoci.info, l’economista Laura Pennacchi spiega perché è contraria al reddito di base. Innanzitutto, per il costo che “sarebbe immenso”. Le energie di un paese, infatti, dovrebbero essere impiegate sulle problematiche del lavoro. Altro punto è che la motivazione principale con cui si giustifica il reddito di cittadinanza – “tanto il lavoro non c’è e non ci sarà” – giustifica un’accettazione rassegnata della realtà così com’è,

“quindi una sorta di paradossale sanzione e legittimazione dello status quo per il quale si verrebbe a essere esentati dal rivendicare trasformazioni più profonde”.

Inoltre, per Pennacchi, essendo questa misura uno strumento monetario, “si configura inevitabilmente come ‘compensazione ex post’ dei disagi derivanti dalla mancanza di lavoro e non come ‘promozione ex ante’ del lavoro, con l’impossibilità di affrontare in termini strutturali problematiche come la necessità di ridisegnare l’intero modello di sviluppo”.

I sostenitori del reddito di base insistono sul fatto che questa misura dia ai lavoratori a basso salario un maggiore potere contrattuale e conceda loro la possibilità di rimanere a casa e investire il loro tempo e denaro più liberamente, scrive Jonathan Coppage sul Washington Post. Ma questa eventualità porterebbe con sé anche effettivi negativi per il tessuto sociale di un Paese:

“quando entriamo nel mercato si formano dei legami tra il datore di lavoro e il dipendente, tra il cliente e il venditore. Questi interazioni sono fili che legano insieme gli individui, creando un tessuto stretto ed elastico che tiene insieme la società”.

Proprio la dipendenza dal lavoro permette alle persone di trovare soluzioni alle preoccupazioni materiali, mentre il reddito di base legherebbe ogni cittadino al governo, rompendo la trama di questo tessuto e ogni persona finirebbe per diventare un filo isolato. E questo è un rischio che, per Coppage, una paese non può permettersi.

Il reddito di base non è in grado di prendere il posto di un intero sistema di welfare, sebbene non funzionante, dice in un articolo su Quartz, Joel Dodge. Questa misura sembra un cavallo di troia, perché ti dà i soldi, però dall’altro lato toglie a chi ne ha bisogno diverse forme di assistenza, come i fondi per l’infanzia, la disabilità e le malattie croniche.

“Si può essere tentati di pensare che un welfare complesso e pieno di buchi debba essere sostituito da un pavimento solido, come sostenuto da Scott Santens. Una bella teoria, ma non così semplice nella pratica”.

 

 

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3 Comments to “Welfare State”

  1. Siamo a un tornante nella storia che è iniziato dalla fine del boom del dopoguerra ed è stato tenuto in vita artificialmente a iniezioni di credito per sostenere i consumi in uno stato di sovrapproduzione, ora si è arrivati al capolinea.
    Al feudalesimo che si sta preparando bisogna opporre una sterzata di 180 gradi, non basta più elemosinare brandelli di diritti continuamente erosi ma occorre ripensare un nuovo paradigma, in svizzera propongono questo:

    http://www.rsi.ch/news/svizzera/cronaca/130000-firme-per-un-reddito-di-base-61636.html

    http://www.nytimes.com/2013/11/17/magazine/switzerlands-proposal-to-pay-people-for-being-alive.html

    Sganciare il reddito dall’impiego è il fulcro su cui poggiare un altro modello di società,
    il reddito non deve più essere solo la remunerazione per un “lavoro” ma un prerequisito per poter lavorare e per liberare le persone e il lavoro dal ricatto del bisogno.

    http://www.uninomade.org/il-reddito-di-base-come-remunerazione-della-vita-produttiva/

    docu-film del network tedesco sul basic income:
    https://www.youtube.com/watch?v=jqu_dWgOLa4
    (sottotitoli italiano)

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