Archive for Giugno, 2013

Giugno 19th, 2013

Pier Luigi Fagan, A cosa serve davvero Prism

by gabriella

Questo ottimo articolo di Pier Luigi Fagan spiega perchè per capire Prism non basti più la prospettiva della sorveglianza, ma occorra allargarla a quella del controllo a largo spettro e della guerra economica in corso.

prismIl Datagate si allarga a macchia d’olio ma qualcuno ancora non vede a cosa realmente serva questa forma di spionaggio a grana grossa. La grana grossa sono i meta-data, l’oggetto concreto che il programma PRISM produce, dove siamo, dove andiamo, chi contattiamo, quante volte, di cosa ci interessiamo, le nostre “cerchie” etc. . Apparentemente non c’è ascolto di alcun contenuto, cioè di nessuna conversazione o scrittura privata, solo di comportamenti, interessi, relazioni. Per farne cosa?

Lazlo-BarabasiCe lo disse in parte, in un pubblico libro, Albert-László Barabási, fisico di origine rumeno-ungherese conosciuto per la sua teoria delle reti. Il libro è tutt’altro che uno scoop complottista, ma un saggio di divulgazione scientifica pubblicato nel 2011 da Einaudi (Albert-László Barabási, Lampi, Einaudi, Torino, 2011) che segue un precedente dello stesso autore, per lo stesso editore (Albert-László Barabási, Link, La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004), più o meno sullo stesso argomento.

Il giovane professore (Indiana, Boston) è conosciuto nell’ambito della Teoria delle reti che è un sottoinsieme della più vasta cultura dei Sistemi e della Complessità, per aver descritto il concetto di “reti ad invarianza di scala” soggette alla legge di potenza. Non è nostro specifico interesse inoltrarci qui nella spiegazione precisa del concetto. Basterà dire che la rete metabolica, le reti sociali, la rete delle interrelazioni economiche, Internet come rete di router e server così come la rete dei link delle pagine web, nonché i social network, il concetto dei “sei gradi di separazione”, i sistemi di circolazione delle informazioni, le reti di possibile diffusione dei virus, nonché vari tipi di sistemi fisici, alcune reti logistiche, le reti commerciali, rispondono tutti alle descrizioni di questa nuova disciplina. Il fine della disciplina è sistematizzare i dati empirici onde trarne inferenze statistiche utili a prefigurare una conoscenza del comportamento di questi sistemi, per prevederli, controllarli, riprodurli. Per come lo sintetizzano K.Cukier e V.Mayer-Schoenberger parte del cui libro è ripreso nell’ultimo numero di Internazionale, questo approccio dello sguardo scientifico usa dati non pochi ma molti, non precisi ma disordinati, accontentandosi di sistematizzare le correlazioni in luogo della ricostruzione della causalità. E’ una forma di conoscenza di come funzionano taluni sistemi complessi.

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Giugno 19th, 2013

La positività della massa in Elias Canetti. Valentina Sperotto, La struttura di Massa e potere

by gabriella

La positività della massa in Elias Canetti [tratto da I barbari]

operaiCanetti esplora un mondo che a noi moderni può apparire al rovescio giacché abbiamo concepito l’individuo come portatore di ordine, razionalità e progresso al contrario delle masse sempre viste come irrazionali e regressive. Questa prospettiva è completamente ribaltata dal filosofo che vede la massa come l’unico luogo in cui si concretizza la vera uguaglianza e l’umanità stessa. Canetti anziché il “singolo” ha come rifeimento la “specie” e quindi non è l’individuo che forma la massa ma l’esatto contrario. Individuo e Potere quindi diventano sinonimi facendo acquisire così il significato di male assoluto al potere. Solo fondendosi nella massa l’individuo riesce a spossessarsi del suo “IO” e cancellare la paura ancestrale di essere “toccato”, il grumo in cui si alligna il potere stesso creando distanza fra gli esseri umani.

Sconcerta la lettura di questo libro in cui apparentemente Canetti usa un metodo anarchico per sondare l’alchimia delle masse; preferendo affidarsi alle immagini, ai simboli, alle narrazioni, l’autore zigzaga tra i vari saperi che spaziano dalla sociologia alla antropologia, dalla psicologia alla mitologia, dalla storia alla filosofia alla etologia. Si analizzano aggregati dell’umano sentire come la pioggia, il vento, il mare, la sabbia,le feste le epidemie e da qui ricavarne assunti per approdare alla validità della massa sull’individuo.

muta di guerraE’ vero, questo è un lavoro che ha assillato l’autore per oltre trent’anni elaborando un’ossessione nata in gioventù all’età di 17 anni quando al giovane Canetti studente a Francoforte nel 1922 capita di assistere a una manifestazione di protesta contro l’assassinio di Walter Rathenau (ministro della repubblica di Weimar) grande intellettuale liberal-progressista ebreo, ammazzato da sicari dell’estrema destra. Quella fiumana di persone che protestano sprigiona in Canetti un magnetismo che mai più lo abbandonerà:

“Mi sarebbe piaciuto essere uno di loro, non ero un operaio, eppure quelle grida mi toccavano come se lo fossi. Il ricordo di quella manifestazione rimase vivissimo in me. Non riuscivo a dimenticare l’attrazione fisica, il violento desiderio di partecipare”.

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Giugno 14th, 2013

Pierluigi Fagan, Sull’origine della gerarchia

by gabriella

PolanyiSecondo Karl Polanyi (da La sussistenza dell’uomo, Einaudi, Torino, 1983; che recepisce anche i risultati del precedente Economie primitive, arcaiche e moderne scritto con C.M. Arensberg e H.W. Pearson) le prime società complesse furono quelle che, rispetto al fatto economico,  subentrarono  allo schema della più semplice reciprocità, con la redistribuzione. La forma analitica è quella che oggi gli anglosassoni definiscono in geopolitica “hub & spoke”, mozzo e raggi, come nella ruota. Il rapporto mozzo-raggi nella ruota è funzionale, non gerarchico, l’uno serve all’altro nella composizione di una funzionalità superiore ( il ruotare della ruota).

Il “centro” da cui promanarono successivamente le élite, era all’inizio, forse, solo il luogo al centro della geometria della relazioni umane di tipo economico (nel senso di sussistenza) in cui affluiva l’eterogeneo e defluiva lo standard. Questo centro accumulatore e redistributore svolgeva all’inizio, forse, il solo ruolo rispetto alle qualità: prodotti dell’orto di una certa famiglia, agricolo-selvatici e raccolta di altre, agricoli intenzionali di altre ancora o di produzione collettiva, prodotti di caccia o di pesca e di allevamento prodotti da altri ancora. Ciò dice anche che una certa “divisione del lavoro” era un forma naturale del mettere assieme tante varietà famigliari in un unico sistema sociale, interamente stanziale.  Tanta varietà era un valore collettivamente ma una monotonia, singolarmente, laddove cioè il produttore rimaneva l’unico consumatore in un circolo chiuso. Far affluire le varietà in un centro che poi le suddivideva proporzionatamente a tutti (in proporzione alla molteplicità varietale ed ai bisogni) era senz’altro il modo più semplice di organizzare la faccenda. Questo centro funzionale doveva inizialmente sfruttare o appoggiarsi alla posizione già centrale e comunitaria dello sciamano-sacerdote.

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Giugno 14th, 2013

Carlo Galli, Sulla guerra e sul nemico

by gabriella

Carlo Galli

Davvero bella la ricognizione genealogica di Galli dell’evoluzione del concetto di nemico e della guerra, pubblicata su griseldaonline in uno spazio dedicato al tema.

La prima ipotesi metodologica che governa queste pagine è che per parlare del ‘nemico’ e delle ‘immagini’ intellettuali che ne sono state prodotte è necessario comprendere, prima di tutto, il nesso che lega la guerra, nel suo rapporto con la politica, alla figura del nemico; infatti, al variare delle forme dell’una corrisponde il mutare delle rappresentazioni dell’altro. Si darà quindi, di seguito, uno schematico resoconto delle scansioni epocali che rendono possibile inquadrare l’argomento.

Ed è necessario comprendere anche – è questa la seconda ipotesi – che la categoria di ‘nemico’ ha certo a che fare con l’identità del Sé, individuale o in questo caso collettivo (il Noi), che gli si oppone; ma che il nemico non è mai il portatore di un’estraneità piena e totale, di una dissimiglianza tanto radicale che col suo solo esistere possa rafforzare per di così dall’esterno l’identità del Noi; anzi, il nemico è anche, e forse più spesso e più intensamente, il polo di una relazione, per quanto ostile; quindi, se perché si possa produrre la piena formazione del Noi c’è bisogno di un nemico da escludere, ciò significa che il Noi non può fare a meno del nemico, e che questo è in qualche modo costitutivo della nostra identità, che è quindi sempre interno a Noi.

L’amico reca il nemico in sé, non fuori di sé. Ma allora il nemico è legato alla nostra identità non solo in quanto la fa essere, ma anche in quanto la fa, potenzialmente, non essere; non solo in quanto la determina, ma anche in quanto la minaccia dall’interno. Il nemico è chi non tanto è radicalmente dissimile, quanto piuttosto è a tal punto simile – pur portatore di sottili e mortali differenze – da essere inquietante e angoscioso, ossia non solo feindlich, ma anche unheimlich. La parentela fra amico e nemico, l’essere l’uomo interno all’altro, implica anche che la pace sia potenzialmente infiltrata dalla guerra, e che cioè la guerra e la pace, pur così distanti tra loro, abbiano in realtà una segreta relazione che le mette sempre a rischio di collassare nell’indistinzione.

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Giugno 12th, 2013

Gianfranco Bettin, Il conflitto sociale

by gabriella
scontri a Roma 15 ottobre 2011

scontri a Roma 15 ottobre 2011

Il corso monografico che il prof. Bettin (Unifi) ha dedicato al conflitto sociale (a.a 2001-2001).

1. Il conflitto nelle scienze sociali. 2. Il conflitto: una definizione sociologica e problematica. 3. Il conflitto sociale nel pensiero sociologico classico. 4. Ralf Dahrendorf: nuove tendenze del conflitto di classe. 5. Lewis Coser: genesi e forme del conflitto. 6. Dahrendotf e le dimensioni empiriche del conflitto. 7. Randall Collins: conflitto e mutamento istituzionale. 8. Conflitto e comunicazione nella sociologia di Niklas Luhmann. 9 Niklas Luhmann: conflitto e complessità. 10. I nuovi conflitti sociali. 11.Globalizzazione, società multiculturale e conflitti etnici. Bibliografia.

1.Il conflitto nelle scienze sociali

Il concetto di conflitto è senza dubbio un concetto centrale nell’apparato conoscitivo elaborato dalle scienze sociali contemporanee. La sua importanza è ampiamente testimoniata dalla vastissima bibliografia dedicata al tema da alcune discipline non sempre strettamente apparentabili come l’economia, l’antropologia culturale, la psicologia sociale e la sociologia. Non a caso il concetto di conflitto è stato adottato come una delle chiavi di lettura della variegata fenomenologia sociale del nostro tempo ed ha rappresentato il fulcro di una teoria generale dalle molteplici applicazioni da cui si è originata una disciplina distinta: la polemologia. Non è questa la sede più idonea per effettuare una rassegna delle definizioni che del conflitto sono state date anche perché ogni scienza sociale presenta una definizione specifica congruente con il suo punto di vista analitico ed insiste su di un ambito altrettanto specifico di applicazione. E’ comunque opportuno qualche esempio.

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Giugno 11th, 2013

Storia della colonna infame

by gabriella

colonnainfame

Qui, ove s’apre questo largo, sorgeva un tempo
la bottega del barbiere Gian Giacomo Mora che,
ordita con il commissario di sanità Guglielmo Piazza e con altri
una cospirazione, mentre un’atroce pestilenza infuriava,
cospargendo diversi lochi di letali unguenti,
molti condusse ad un’orrenda morte.

Giudicati entrambi traditori della patria, il Senato decretò
che dall’alto di un carro prima fossero morsi con tenaglie roventi,
mutilati della mano destra, spezzate l’ossa degli arti,
intrecciati alla ruota, dopo sei ore sgozzati, bruciati e poi,
le ceneri disperse nel canale.

Parimenti diede ordine che ad imperituro ricordo, la fabbrica
ove il misfatto fu tramato fosse rasa al suolo né mai più ricostruita,
sulle macerie eretta una colonna da chiamare infame.
Lungi adunque da qui, alla larga probi cittadini,
che un esecrando suolo non abbia a contaminarvi!

Addì, 1 agosto 1630

Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame

Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630.

Giugno 11th, 2013

Autodafé

by gabriella
Pedro Berruguete, San Domenico presiede a un autodafé, 1450 ca

Pedro Berruguete, San Domenico presiede a un autodafé, 1450 ca

L’Inquisizione spagnola

L’Inquisizione spagnola ebbe una nascita e uno sviluppo del tutto particolari, perché mentre le sue equivalenti monastico-papale e romana, dipendevano direttamente dal pontefice questa, nata nel 1478 per disposizione di Sisto IV, come quella portoghese, istituita nel 1547, era soggetta allo stato, vale a dire ai re cattolici.

La scopo principale della Santa Inquisizione era di combattere gli ebrei e i musulmani presenti sia nel territorio spagnolo che nelle Nuove Terre, perché questi ultimi, già cristianizzati – conversos y moriscos –, erano accusati di ritornare segretamente a seguire il loro credo nativo. Ben presto, l’Inquisizione si indirizzò verso la repressione dei culti protestanti ed eretici in generale. Divenne inoltre uno strumento politico della monarchia per indebolire il potere dei nobili e dei ricchi commercianti che, perseguitati, venivano privati dei loro beni.

Figura simbolo di questo periodo è il domenicano Tomàs de Torquemada (1420-1498), confessore di Isabella I di Castiglia e Ferdinando II il Cattolico, ed era tanto drastico che si dovette invitare Roma a intervenire per cercare di frenare gli eccessi. Torquemada, nominato da papa Sisto IV primo inquisitore generale di Castiglia nel 1483, riorganizzò la struttura logistica dell’Inquisizione in tal modo che in quindici anni della sua gestione si celebrarono circa 100.000 processi con 2.000 condanne a morte. Tanta era l’autonomia spagnola che ebbe la facoltà di preparare un suo Indice, la lista di libri proibiti perché considerati pericolosi per la fede e per la morale, istituita ufficialmente sotto il pontificato di papa Paolo IV, nel 1559.

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Giugno 10th, 2013

Edward Snowden: PRISM è un regime di intercettazione globale. La storia della NSA, il Leviatano voluto da Truman

by gabriella

Un articolo di Punto informatico sulle rivelazioni di Edward Snowden sulle violazioni di dati e conversazioni instaurato dall’intelligence americana. Dal Fatto quotidiano la storia della National Security Agency.

My sole motive is to inform the public as to that which is done in their name and that which is done against them.  I can’t in good conscience allow the US government to destroy privacy, internet freedom and basic liberties for people around the world with this massive surveillance machine they’re secretly building.

Edward Snowden

E’ Edward Snowden l’uomo dietro le rivelazioni su PRISM, il programma dell’intelligence statunitense capace di intercettare, raccogliere e analizzare la stragrande maggioranza delle informazioni digitali immesse in Rete dagli utenti. Lo scandalo è destinato ad allargarsi ancora, mentre emergono i primi distinguo “tecnici” e tentativi di giustificazioni. Tentativi che non fanno altro che alimentare dubbi ulteriori.

Mentre le ombre di PRISM si allargano e su Internet infiammano il dibattito e lo sconcerto, Snowden si confessa al collaboratore del Guardian (Glenn Greenwald) che per primo ha svelato al mondo il sistema della NSA: il 29enne ex-assistente tecnico della CIA è attualmente impiegato presso Booz Allen Hamilton, uno dei più importanti contractor della difesa e dell’intelligence statunitensi.

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Giugno 10th, 2013

Steve McCurry, Imparare a leggere è accendere un fuoco

by gabriella

Leggere. Dal blog di Steve McCurry, oggi sfogliato per me da Mauro.

To learn to read is to light a fire;
every syllable that is spelled out is a spark.
– Victor Hugo

burmaumbria italy

At one magical instant  the page of a book –
that string of confused, alien ciphers–shivered into meaning. 

Words spoke to you, gave up their secrets; at that moment,
whole universes opened. 

You became, irrevocably, a reader.
– Alberto Manguel

Chiesa di Sant'Angelo, chiamata dai perugini "tempietto". Giusto a due passi da casa ..

Chiesa di Sant’Angelo, chiamata dai perugini “tempietto”. Giusto a due passi da casa ..

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Giugno 10th, 2013

Francesco Lamendola, Von Clausewitz. L’inseparabilità di guerra e politica

by gabriella

ClausewitzDesideriamo svolgere alcune riflessioni su Karl von Clausewitz (1780-1831) a partire da un bel saggio che ventitre anni fa Luciano Guerzoni, docente di diritto ecclesiastico presso l’Università di Modena, presentò a un Convegno di studi in  quella città (poi pubblicato sulla rivista Bozze, Bari, Edizioni Dedalo, 1985, n. 1-2, pp. 9-46) sul generale prussiano e Carl Schmitt. Ci limiteremo qui a considerare innanzitutto la teorizzazione della guerra da parte di Clausewitz come atteggiamento esemplare di una cultura, quella occidentale, che fin dalle sue origini ha visto guerra e politica come un binomio pressoché inscindibile.

Ma procediamo con ordine e cominciamo con il riportare una breve antologia di passi di von Clausewitz, scelti fra i più significativi al fine di enucleare la sua concezione di che cosa sia la guerra, quali ne siano gli scopi, quali i mezzi, quali i legami con il regno della politica. Ci serviremo dell’ormai classica edizione del trattato Della guerra di Mondadori del 1970 (in due volumi; qui vol. 1, p. 19 sgg.), basata su quella dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito italiano
del 1942: una data da tenere a mente).

Non daremo della guerra una grave definizione scientifica; ci atterremo alla sua forma elementare: il combattimento singolare, il duello.

La guerra non è che un duello su vasta scala. La moltitudine dei duelli particolari di cui si compone, considerata nel suo insieme, può rappresentarsi con l’azione di due lottatori. Ciascuno di essi vuole, a mezzo della sua forza fisica, costringere l’avversario a piegarsi alla propria volontà; suo scopo immediato è di abbatterlo e, con ciò, rendergli impossibile ogni ulteriore resistenza.

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