settembre 7th, 2017

Susan Moller Okin, Multiculturalismo e femminismo. Il multiculturalismo danneggia le donne?

by gabriella

Un classico illuminista del conflitto tra diritti delle donne e multiculturalismo, pubblicato in Boston Review nell’ottobre/novembre 1997 e tradotto da Maria Chiara Pievatolo per Swif. Okin vi argomenta, da un punto di vista liberale, contro il riconoscimento di diritti speciali per un diverso gruppo culturale, alla luce delle disuguaglianze interne, particolarmente di genere, del gruppo stesso.

Proprio in virtù di questa struttura di diseguaglianza, le richieste dei componenti maschi non andrebbero infatti considerate rappresentative dell’intero gruppo, né volte ad assicurarne universalmente il benessere.

Fino a pochi decenni fa, ci si aspettava tipicamente dai gruppi minoritari che si assimilassero nelle culture di maggioranza. Ora questa attesa di assimilazione è spesso considerata oppressiva e molti paesi occidentali cercano di escogitare nuove linee di condotta politica, più sensibili alla persistenza delle differenze culturali. Paesi che, come l’Inghilterra, hanno chiese nazionali o una educazione religiosa patrocinata dallo stato, trovano difficile resistere alla richiesta di estendere il sostegno statale alle scuole religiose minoritarie; paesi che, come la Francia, hanno una tradizione di istruzione pubblica laica, sono lacerati da dispute sul permesso di vestire, nelle scuole pubbliche, gli abiti richiesti da religioni minoritarie. Ma una questione è ricorrente in tutti i contesti, sebbene non sia quasi stata notata nel dibattito attuale: che fare quando le pretese di culture o religioni minoritarie collidono col principio dell’’uguaglianza di genere che è per lo meno formalmente sottoscritta dagli stati liberal-democratici – per quanto continuino a violarla nella pratica?

Ad esempio, nella seconda metà degli anni ‘80, scoppiò in Francia un’aspra controversia sulla permesso, per le ragazze maghrebine, di frequentare la scuola portando il velo tradizionale delle giovani donne musulmane uscite dalla pubertà. I difensori dell’’educazione laica si schierarono con alcune femministe e con i nazionalisti dell’estrema destra, e gran parte della sinistra tradizionale sostenne le richieste multiculturaliste di flessibilità e rispetto per la diversità, accusando gli avversari di razzismo o imperialismo culturale. Nello stesso tempo, però, l’opinione pubblica rimase praticamente in silenzio su un problema di gran lunga più importante per molte immigrate francesi di origine araba o africana: la poligamia. Nel corso degli anni ‘80, il governo francese consentì tacitamente agli immigranti di condurre più di una moglie nel paese, tanto che, secondo le stime, 200.000 famiglie parigine sono ora poligame. Il sospetto che l’’interesse delle istituzioni sul velo fosse motivato da un desiderio di uguaglianza fra i generi è messo fuori gioco da questa facile adozione di una linea di condotta permissiva sulla poligamia, nonostante l’’oppressione che questa pratica impone alle donne e gli avvertimenti fatti dalle donne delle culture interessate. Su tale questione, non si levò una opposizione politica reale. Ma quando i cronisti finalmente riuscirono a intervistare le mogli, scoprirono qualcosa che il governo avrebbe potuto imparare qualche anno prima: che le donne che subivano la poligamia la consideravano una istituzione inevitabile e a malapena sopportabile nei loro paesi africani d’origine, e una insopportabile imposizione nel contesto francese. Gli appartamenti sovraffollati e la mancanza d spazio privato provocavano
enorme ostilità, risentimento e addirittura violenza sia fra le mogli sia contro i figli dell’’una o dell’’altra.

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settembre 5th, 2017

Cultura, diversità, culturale, inculturazione

by gabriella

Clyde Kluckhohn, Cultura e diversità culturale

In questo frammento de Lo specchio dell’uomo, l’antropologo americano si sofferma sull’apparente stranezza dei costumi degli Altri.

Kamikaze giapponese

L’antropologia fornisce una base scientifica per trattare il cruciale dilemma del mondo attuale: come possono popoli di aspetto diverso, di lingue reciprocamente inintellegibili o di diversi sistemi di vita coesistere pacificamente? […] Perché il latte e i latticini non piacciono ai cine­si? Perché i giapponesi accettano volentieri di mo­rire in una «carica della morte» che sembra senza senso agli americani?

Perché alcuni popoli calco­lano la discendenza attraverso il padre, altri attra­verso la madre e altri ancora attraverso ambedue i genitori? Non perché popoli diversi abbiano istinti diversi, non perché fossero destinati da dio o dal fato a diverse consuetudini, non perché il clima sia diverso in Cina, in Giappone e negli Stati Uniti. Tal­volta il perspicace senso comune ha una risposta che è vicina a quella dell’antropologo: «perché sono stati allevati così». Per «cultura» l’antropologia in­tende il complesso del modo di vivere di un popolo, il patrimonio sociale che l’individuo riceve dal suo gruppo. Oppure la cultura può essere considerata quella parte dell’ambiente che è creata dall’uomo.

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settembre 5th, 2017

La conquista dell’identità

by gabriella

Alla ricerca dell’identità dalla psicologia alla sociologia, con un ampio stralcio dell’intervento di Giovanni Jervis per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche e una conclusione basata su un libro di Ulrich Beck.

 

 

Giovanni Jervis, Che cos’è l’identità?

JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis e sono sia psichiatra, sia psicologo. Insegno Psicologia dinamica all’Università di Roma: con il termine Psicologia dinamica si indica quel ramo della disciplina che si occupa dei problemi affettivi ed emozionali. In realtà mi sono anche interessato alla Psicologia sociale e ho scritto un paio di libri sul tema dell’identità, ovvero sull’argomento di cui discuteremo oggi. La Psicologia sociale si trova all’incrocio fra la psicologia degli affetti e delle emozioni – la psicologia individuale – e gli aspetti più interpersonali della vita quotidiana. Vediamo insieme una breve scheda filmata che ci introdurrà all’argomento.

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settembre 5th, 2017

Elena Giorza, Il problema dell’identità

by gabriella

La riflessione dell’autrice sul tema dell’identità, prende le mosse da due fondamentali contributi: Contro il fanatismo [Feltrinelli, Milano 2010] di Amos Oz e Intervista sull’identità [Editori Laterza, Roma-Bari 2003] di Zygmunt Bauman.

Obiettivo di Elena Giorza è cercare di fornire un quadro delle principali posizioni attualmente diffuse sull’identità personale e mostrarne i limiti in relazione alla fondamentali sfide storiche, politiche e culturali della contemporaneità.

Le concezioni esaminate sono:
1. la concezione degli individui come isole separate e autonome e in uno stato neutrale rispetto alle persone
2. la prospettiva che fonda l’appartenenza su un’identità comunitaria forte e omogenea
3. la concezione che rifiuta la costruzione di identità personali forti in quanto ostacolo alla tolleranza e anche alla libertà individuale vista come avere tutto e subito.

Seguendo Bauman, l’autrice sostiene la tesi che di fronte agli attuali problemi rappresentati da multiculturalismo, globalizzazione, inclusione digitale, l’identità debole sia una soluzione inefficace e pericolosa, perché produce intolleranza, esclusione, fondamentalismo, conflitto. Assumendo come meta ideale la comunità universale kantiana, inclusiva dell’intero genere umano, la sola soluzione sembra essere quella di una “identità forte”, capace di non “dissolversi” nella società liquida e di non sentirsi minacciata dall’altro.

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settembre 5th, 2017

Ugo Fabietti, L’identità etnica come costruzione

by gabriella
Un giovane nativo appresenta se stesso per i bianchi

Un giovane nativo rappresenta se stesso per i bianchi

In questo brano tratto da L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco [Roma, Carocci, 1995, pp. 129-132] l’antropologo illustra, attraverso il caso degli indiani Uroni, le modalità dell’etnogenesi, cioè il modo in cui un gruppo costruisce la propria identità e si prepari a farne uso politico. 

Un tipico caso problematico di definizione dell’indianità è costituito dalla comunità degli Uroni del Québec, la provincia di lingua francese dello Sta­to canadese. […] Gli Uroni hanno un passato tragico. Stanziati lungo le sponde del lago che oggi porta il loro nome – il lago Huron – essi prosperarono fino a quando, alla metà del XVII secolo, si incontrarono con i francesi. Questi li chiamarono Uron, da hure, che nel francese del tempo voleva anche dire “selvaggio”. Gli Uroni invece chiamavano se stessi Wendat, probabilmente “coloro che parlano la stessa lingua”.

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settembre 5th, 2017

Clyde Kluckhohn, Strani costumi

by gabriella

Uno stralcio da Lo specchio dell’uomo sulla diversità culturale, suggerito da Marco Aime, Ciò che noi siamo [Loescher, 2012], con esercitazione. Lavorando a coppie, rispondi alle domande e pubblica il testo nel padlet di classe (non dimenticare di indicare i propri nomi).

settembre 5th, 2017

Mahmoud Darwish, Carta d’identità

by gabriella
Mahmoud Darwish (1941-2008)

Mahmoud Darwish (1941-2008)

Mahmoud Darwish, tra i massimi poeti del mondo arabo, era nato ad Al-Birwa, un villaggio palestinese distrutto dall’esercito israeliano durante la Nakba. Fuggito in Libano con la famiglia per sottrarsi alle persecuzioni sioniste, era tornato in patria, divenuta Israele, da clandestino, dedicando tutta la sua produzione artistica alla guerra, all’oppressione e all’esilio. Arrestato più volte come immigrato senza documenti e per aver recitato le sue poesie in pubblico, aveva finito per vivere da esule dapprima in Unione Sovietica, poi in Egitto, in Libano, Giordania, Cipro e, infine, la Francia.

Eletto membro del parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, poté far visita ai suoi parenti solo nel 1996, anno in cui, dopo 26 anni di esilio, aveva ottenuto il primo permesso da Israele. E’ morto a Houston (Texas), dove si era recato per operarsi al cuore, il 9 agosto 2008.

Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate.
V’irriterete?

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settembre 5th, 2017

Ralph Linton, Americano al cento per cento

by gabriella

Lezione numero uno: l’identità culturale è una costruzione le cui componenti sono il risultato di prestiti, innesti, acquisti da altre storie e culture. L’idea della purezza delle origini, della linearità di una tradizione è dunque un’aspirazione ingenua, un errore.

Il brano è tratto da Marco Aime, Ciò che noi siamo [Loescher, 2012].


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settembre 3rd, 2017

Umberto Eco, Industria e repressione sessuale in una società padana

by gabriella

Lo spassoso reportage antropologico di un ricercatore dell’Oceania sulle pratiche dei milanesi, in cui il migliore Eco smaschera l’etnocentrismo delle categorie disciplinari dall’apparenza più neutrale. Due dei quattro saggi, tratti da Diario Minimo, [Milano, Bompiani, 1992, pp. 81-92].

La presente inchiesta elegge come campo di indagine l’agglomerato di Milano alla propaggine nord della penisola italiana, un protettorato vaticano del Gruppo delle Mediterranee. Milano si trova circa a 45 gradi di latitudine nord dall’Arcipelago della Melanesia e a circa 35 gradi di latitudine sud dall’Arcipelago di Nansen nel Mar Glaciale Artico. Si trova quindi in una posizione pressoché mediana rispetto alle terre civili e se pure fosse più facilmente raggiungibile dalle popolazioni eschimesi tuttavia è rimasta al di fuori dei vari itinerari etnografici.

Debbo il consiglio di una indagine su Milano al Professor Korao Paliau dell’Anthropological Institute delle Isole dell’Ammiragliato e ho potuto condurre la mia inchiesta grazie al generoso aiuto della Aborigen Foundation of Tasmania che mi ha fornito un grant di ventiquattromila denti di cane per affrontare le spese di viaggio ed equipaggiamento. Non avrei peraltro potuto stendere queste note con la dovuta tranquillità, riesaminando il materiale raccolto al ritorno dal mio viaggio, se il Signore e la Signora Pokanau dell’Isola di Manus non mi avessero messo a disposizione una palafitta isolata dal consueto clangore dei pescatori di trepang e dei mercanti di copra che purtroppo hanno reso infrequentabili certe zone del nostro dolce arcipelago. Né avrei peraltro potuto correggere le bozze e riunire le note bibliografiche senza l’affettuosa assistenza di mia moglie Aloa che spesso ha saputo interrompere la confezione di collane di fiori del pua per correre all’arrivo del battello postale e trasportarmi alla palafitta [63] le enormi casse di documenti che via via richiedevo all’Anthropological Documentation Center di Samoa e che per me sarebbero state di troppo peso.

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agosto 29th, 2017

Franco Mattarella, Valutare la credibilità dei Siti Web

by gabriella

Un’utile ricognizione del tema dell’attendibilità delle informazioni web con interessanti strumenti per definirla concretamente. Tratto da Pensierocritico.eu.

Web

Una ricerca condotta dalla ricercatrice Gitte Landgaard ha dimostrato che un gruppo di volontari, sottoposti alla visualizzazione flash di un centinaio di website, ha maturato un’opinione inconscia (positiva o negativa) su ognuno di essi,  in un tempo di circa 50 millesimi di secondo.

A supporto delle sue ricerche la Landgaard cita i risultati di alcuni studi neurofisiologici (Damasio 2000, LeDoux 1992, Ekman 1992), che hanno evidenziato come, in presenza di uno stimolo visivo il sistema limbico (cioè il nostro cervello emotivo), viene interessato prima che questo stimolo possa essere interpretato dalla neocorteccia (il nostro sistema cognitivo).

Quando una persona guarda la pagina di un website, il suo sguardo impiega alcune decine di secondi prima che egli possa maturare un’opinione conscia del suo interesse per quella pagina.

In un tempo molto più breve, la stessa persona ha però maturato un’opinione inconscia del suo gradimento estetico, indipendente dalla qualità e usabilità di quel website.

Per approfondire andare alla pagina fisiologia della visione.


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